12. "Is it a goodbye?"

1K 67 4
                                        

«Si può sapere che cazzo ti è preso?» disse il moro entrando nella stanza come una furia, era tutto fuorché felice in quel preciso istante.

«Buongiorno anche a te» rispose l'altro, tranquillo, appoggiato alla finestra.

Sembrava in attesa di qualcosa.

«Buongiorno? Buongiorno un cazzo Tom. Sai quanti messaggi mi hai mandato questa mattina? Sai quanti? 27. Dio, Tom, ma che problemi hai, il cellulare non la smetteva di squillare e Saimon continuava a farmi domande»

Diciamo che Bill non aveva risposto al primo messaggio e Tom aveva pensato subito il peggio. Credeva che Andreas l'avesse come stregato, gli era anche passato per la testa che potessero essere insieme in quel momento, imboscati chissà dove, e aveva cominciato ad incazzarsi. Gli sarebbe bastata anche solo una faccina da parte del moro per fargli capire che era tutto okay, che andava tutto bene, ma lui era con Saimon e non poteva tirare fuori il cellulare. Non voleva che il ragazzo cominciasse ad intendere qualcosa.

Già si era dovuto inventare, di sana pianta, che il cellulare squillava perché sua nonna stava male e sua mamma gli mandava aggiornamenti sulla situazione. La nonna era sempre un'ottima scusa, nel cervello di Bill.

Era stanco. Erano settimane che mentiva in continuazione: a tutti, per tutto. Per cosa poi? Per vedersi con Tom e non concludere niente? Non gli andava bene, era stufo di quella situazione. Si sentiva preso in giro.

«Se tu mi avessi risposto magari» spiegò Tom, come per discolparsi, sebbene si fosse solo preoccupato.

Non gli sembrava di aver fatto qualcosa di terribile.

«Qual era il problema? Non volevi che Andreas mi parlasse? Beh, cavoli tuoi. Non sono di tua proprietà, non decidi tu cosa posso o non posso fare» urlò Trümper con tutta l'aria che aveva in gola.

L'aveva detto davvero? Avevo davvero detto quelle parole? E come era arrivato al punto di urlare?

Tom aveva come perso le staffe, un miscuglio di immagini era entrate in possesso della sua mente e non se ne volevano andare. Certo, anche Bill l'avrebbe abbandonato. Perché Bill non era suo, Bill era di un'altra persona. Bill non sarebbe mai stato con lui.

«Ero in pensiero per te! Quello voleva metterti le mani addosso, lo capisci?» stava urlando anche lui adesso, aveva cominciato senza accorgersene.

Non avrebbe mai voluto alzare la voce con il moro, mai in vita sua avrebbe voluto mancargli così di rispetto. Ma Bill non faceva che incolparlo.

«Mi dici che non ci sono sentimenti tra di noi e poi mi fai una scenata di gelosia se uno vuole toccarmi il culo? Io un fidanzato ce l'ho già, ci pensa lui a difendermi» appena finito di pronunciare la frase, se ne pentì.

Perché Saimon non prendeva le sue difese, perché era contento che Tom si fosse un minimo ingelosito, perché sembrava volergli dimostrare affetto. Purtroppo, non era il suo cuore a parlare, ma la sua testa. E la sua testa diceva che quelle scenate erano troppo. Che per quegli stupidi messaggi stavano quasi per essere scoperti.

Scoperti. Come se lui e Tom fossero qualcosa di incapibile, da nascondere, qualcosa di imbarazzante, che nessuno doveva sapere.

«Ah sì, il tuo fidanzato che non ami. Giusto, ci pensa lui» rispose Tom di tutto punto, sottolineando le parole non e ami.

Era nervoso. Si notava parecchio. Continuava ad inumidirsi il labbro inferiore con la punta della lingua, teneva le braccia perennemente incrociate sul petto e non riusciva a guardare Bill negli occhi.

«Almeno Saimon non è come te. Lui non mi bacia per poi dirmi che non prova niente. Lui non è stronzo e menefreghista, lui mi ama» pentito, per la seconda volta.

Dove trovava il coraggio di dire quelle cose tanto brutte? Dove trovava il coraggio di rinnegare i suoi sentimenti?

«Non ti sei mai lamentato delle attenzioni che ti prestavo, non fare il moralista adesso»

Era vero. Mai si era lamentato, anzi, l'aveva sempre trovata una cosa conveniente. Cosa era cambiato ora?

«Quanto ti odio! Sei solo uno stronzo senza cuore. Era meglio se continuavi ad ignorarmi come hai sempre fatto dopo il tuo ritorno da Berlino, perché io non ero abbastanza figo per essere tuo amico e hai finito per non rivolgermi più la parola. Che stupido sono stato, credevo tu fossi anche un minimo cambiato. Rimani e rimarrai sempre una persona cattiva Tom, perché è questo che sei. Tu sai solo prenderti gioco delle persone» e quando finì, si mise una mano sul cuore, perché non poteva credere di aver fatto uscire dalla gola quelle frasi.

Ora tutto gli pesava. Soprattutto chiedere scusa.

«Tu non sai io cosa ho passato, tu non sai chi sono. Tu non ti puoi permettere» c'era la rabbia più assoluta nei suoi occhi.

Se non fosse stata Bill la persona davanti a lui, avrebbe di certo risolto la questione con la violenza.

Sentiva il bisogno più totale di piangere, ma non voleva dare al moro questa soddisfazione.

«Apri gli occhi, Tom. Quante altre persone vuoi ferire? Ti passi una ragazza dopo l'altra, adesso sono io il rimpiazzo del mese? Questo non lo accetto. Forse è giunta l'ora di dare una possibilità a Saimon che è cento volte migliore di te. Non rivolgermi mai più la parola, dimenticati di me, so che non farai fatica» e se ne andò.

Uscì dall'aula di musica, deserta da ore, e si diresse verso casa. Tom vedeva la sua figura, passo dopo passo, sparire oltre la porta d'entrata. Ora Bill sarebbe tornato a casa e avrebbe trovato due braccia su cui contare, un ragazzo che avrebbe fatto di tutto per lui.

E Tom invece?

Tom avrebbe trovato solo la sua stanza, la sua chitarra e un quaderno pieno di cazzate. Non gli bastavano. Voleva anche lui qualcuno al suo fianco e quel suo carattere di merda non glielo permetteva. Era fatto per stare solo.

Ma in quel momento non lo fu, le sue lacrime gli tennero compagnia per quei pochi secondi. Non piangeva da anni, aveva pianto solo nel momento in cui si era allontanato da Madgeburgo, poi si era ripromesso di non versarne più neanche una goccia. E così era stato, ma Bill era diverso.

Bill era una specie di Madgeburgo che stava lasciando per la seconda volta, Bill era casa, Bill era una persona in cui aveva sempre visto qualcosa in più, Bill era stato la sua prima spalla su cui piangere. E lo aveva perso di nuovo.

Piangere aiuta? Certo che sì.
O quanto meno aiuta a scrivere i testi delle canzoni. Perché, finalmente, Tom l'aveva finita.

Era tornato a casa, dopo essere rimasto qualche minuto a pensare, dopo la litigata con Bill. Era tornato e aveva preso in mano la penna. Le parole erano venute da sole. Gli accordi era apparsi come un sogno nella sua mente.

L'aveva riletta e risuonata una decina di volte e più andava avanti, più era qualcosa. Qualcosa di indescrivibile. Aveva preso il suo computer, l'aveva posizionato sul letto e aveva preso due microfoni. Uno l'aveva avvicinato alla bocca, l'altro l'aveva usato qualche secondo prima per registrare gli accordi della chitarra.

Aveva controllato l'orologio: 19:15 del 24 dicembre. Aveva ripreso la penna in mano e aveva scritto due righe. Non era una canzone. Erano solo due righe, erano state scritte per essere lette, non cantante.

Neanche lui sapeva perché l'aveva fatto. Era avvenuto tutto d'istinto, come il fatto di prendere la giacca e poggiare, di nuovo, i suoi piedi sui ciottoli dei marciapiedi della sua città.

Aveva una direzione, aveva un peso da togliersi. Aveva una promessa da mantenere.

Brown Eyes || Twincest.La tua prossima ossessione. Scoprilo ora