La pietra era fredda e anonima, non si sarebbe mai distinta fra tutte le altre. Erano disposte in fila, come tanti piccoli soldati che per un motivo o l'altro non erano sopravvissuti alla guerra. La loro guerra.
Così anche Jörg aveva combattuto la sua e ne era rimasto ferito, aveva perso la sua battaglia. Nemmeno la foto gli rendeva giustizia, Simone aveva scelto una delle più brutte che aveva trovato e Tom si era opposto tanto.
Sorrideva, in quella foto, aveva in braccio un Tom di circa due anni, ma era stato tagliato via dalle forbici. Quella foto non era adatta, mostrava l'idea di un padre felice e affettuoso, eppure non si era mai dimostrato tale.
Aveva lasciato all'unico figlio maschio solo una busta, ma mancava una cosa fondamentale: il coraggio per aprirla.
Il signor Kaulitz era morto di overdose un venerdì sera, uno di quei giorni che aveva passato via da casa. In effetti, erano settimane che non si vedevano le impronte delle sue scarpe nello zerbino, o la sua biancheria che straripava nel cestone. Se ne era andato così, senza salutare.
Aveva finito la recita come terminava ogni atto: andandosene via senza proferire parola. Forse era meglio in questo modo, Tom non era convinto che sapesse usare le parole giuste, anche perché non ne aveva mai usufruito. Era una persona monosillabica, faceva dei cenni ogni tanto, in un persistente stato di coma.
La sua mente non apparteneva a questa terra, lui evidentemente si trovava altrove, magari nella vita perfetta che non aveva potuto ottenere.
Sta di fatto che, purtroppo, era stata l'unica figura maschile nella vita di Kaulitz, l'unica persona che doveva insegnargli come usare il water in posizione eretta, come passarsi il rasoio senza rischiare di tagliarsi, come conquistare una ragazza. Nessuna di queste cose basilari le aveva apprese da lui, tutta esperienza personale: carta igienica ovunque in bagno, diversi tagli sul mento e numerosi due di picche lo avevano aiutato. Era stato tutto un vivere la sua mascolinità in modo autonomo, creandosela a suo piacere.
L'unica cosa che rendeva quella pietra speciale era la rosa bianca attaccata con lo scotch vicino alla fotografia. L'aveva portata Tom quella mattina, saltando la scuola per dedicare qualche minuto ad una conversazione padre-figlio che non avevano mai avuto. Si era munito di scotch perché non voleva volasse via, sebbene si sarebbe appassita col tempo. Appassire per rinascere, proprio come sperava avrebbe fatto suo padre.
Tom credeva in una seconda opportunità, in una vita dopo la morte, in un qualcosa di ultraterreno. Sapeva che l'ombra di suo padre sarebbe sempre stata dietro di lui, nel bene e nel male.
Al funerale non ci era andato. Perché avrebbe dovuto spendere parole su suo padre davanti a persone che piangevano? Fingevano tutte, dalla prima all'ultima. Suo padre non era amato, suo padre era una persona che provava sentimenti solo per il suo lavoro.
Solo Simone lo aveva amato da morire, solo lei poteva patire il dolore della perdita. Neanche le sue sorelle potevano comprendere, troppo piccole per perdere un qualcuno di troppo importante nella vita. E poi, non avrebbe saputo cosa dire, che verbi coniugare e di cosa parlare.
Suo padre non c'era stato, questo doveva dire? Doveva raccontare di come aveva portato avanti una famiglia da solo? Sarebbe risultato ipocrita e non capito.
I sassi al di sotto del tessuto dei pantaloni rendevano il momento più doloroso. La terra era dura e sapeva che presto avrebbe avuto delle macchie poste proprio sul posteriore. Tutto questo per suo padre. Non curante delle signore anziane intorno a lui, aveva incominciato a parlare, senza perdere di vista gli occhi verdi intensi del padre. Non li aveva di certo ereditati da lui.
«Cosa si dice in questi casi? Ciao? No, tu odiavi i saluti. Tu avresti fatto un cenno con il capo, ma ora non puoi vedermi — deglutì il coniato di saliva e continuò — non ci vedremo più.»
Alzò gli occhi al cielo, chiedendosi se lo stesse guardando, se fosse quella la sua nuova casa.
«Non abbiamo mai avuto una conversazione intelligente io e te, mai un complimento nei miei confronti o un consiglio. In effetti, non ci sei mai stato, per nessuno in famiglia. Alle elementari mi avevano chiesto di parlare del mio eroe, tutti i bambini avevano fatto il loro papà e anch'io avevo descritto te. Aveva parlato di un estraneo, di qualcuno che mi aveva lasciato solo il colore di capelli e le linee dure del viso. Io, però, ci credevo. Credevo che tu eri il mio eroe perché eri il mio papà, che forse è la prima volta che ti chiamo così — fece una pausa per trattenere una lacrima in procinto di uscire dall'occhio destro — eppure mi manchi, mi manchi e sei uno stronzo. Sono cresciuto senza di te, ma è come se sentissi il tuo fiato sul mio collo che mi intima a continuare la mia strada. Sei stata la persona meno presente e contemporaneamente quella in cui più mi rivedevo. Una volta, una sola volta mi hai portato sulle tue spalle. Avevo quattro anni e ti giuro mi sono sentito il re del mondo. È quello che ho sempre pensato di essere: il re dei sobborghi, il re dei piani bassi che arriva a quelli alti solo perché è vero con sé stesso. Tu non sei mai stato così sincero, tu sei stato un soldato e hai conservato la tua armatura nel tuo cuore e nella tua testa. Eppure mi manchi e vorrei fossi qui. Vorrei presentarti Bill, probabilmente lo odieresti e mi sgrideresti perché non è una ragazza, eppure lui c'era quando tu partivi tanti anni fa per quei viaggi che duravano lunghi mesi. Bill è l'unica figura maschile nella mia vita che non se n'è andata, forse grazie a te l'ho conosciuto. La tua assenza mi ha spinto a ricercare qualcuno di presente quotidianamente, è grazie a te se ho al mio fianco l'amore della mia vita.»
Ripercorse con le dita il profilo del padre nella fotografia, quel viso dai tratti rudi che nascondeva un briciolo di umanità in fondo all'anima. Spostò le dita sul suo petto e le fece scendere fino al bordo della sua maglia grigia. Ne alzò un lembo, facendo in modo che il suo fianco puntasse nell'ottica di quegli occhi verdi e si limitò a dire:
«So che non te lo meriti, so che mi avresti ucciso se fossi stato ancora in vita. Non so perché ma non avrei potuto fare altrimenti. Se gli angeli esistono, voglio che tu sia il mio.»
E mostrò quell' an deiner Seite inciso sulla sua costola, quelle tre parole in corsivo che racchiudevano tutto l'amore che non si era mai formato ma che, in un'altra vita, avrebbe potuto esistere.
Quelle parole racchiudevano un legame di sangue che non era mai iniziato, ma che tanto meno era finito. Racchiudevano un tema mai letto su quale fosse il suo eroe.
Fu in quel momento che si ritrovò ad aprire la busta, la piccola e bianca busta spiegazzata e con un odore nauseante di alcool.
Forse era sicuro di morire, forse aveva deciso di terminare la sua vita. Altrimenti non avrebbe scritto quelle parole, non in quel momento:
Tom, non smettere mai di suonare.
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Innanzitutto, buon Halloween!
In realtà è già il primo novembre, ma meglio tardi che mai. Voglio dirvi una cosa che sembrerà macabra: questo è uno dei miei capitoli preferiti.
Halloween era la festa preferita di mio nonno, ho voluto dedicare questo capitolo a lui.
Non c'è alcuna assonanza tra lui e la figura di Jörg, sono totalmente opposti. Ma il tatuaggio an deiner Seite lo ho anch'io e l'ho dedicato proprio a mio nonno, in ricordo anche della canzone dei miei amati Tokio Hotel.
Perché come Jörg lo è per Tom, mio nonno è il mio angelo custode che mi è accanto tutti i giorni. Ne sono convinta.
Spero anche voi abbiate qualcuno che vi protegga, in questa vita o in un'altra.
Buonanotte,
Gaia.
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Brown Eyes || Twincest.
Fanfiction«Nonostante le cose pazzesche che sono successe noi ci apparteniamo ancora - disse Tom guardando il ragazzo davanti a sè - non abbiamo mai smesso di farlo. Io sono tuo Bill, io apparterrò a te anche quando mi chiederai di smettere». Lo guardò, si gu...
