Berlino era diversa, molto diversa da Magdeburgo. Era più caotica, più alla moda e più elegante. Berlino era viva, era colore, era stravaganza. Berlino era il luogo in cui tutti i ragazzi, dopo il liceo, sognavano di vivere.
Per quanto potesse avercela con quella città, Bill era uno di quei ragazzi. Anche lui sognava Berlino.
Ora la aveva davanti agli occhi, per la prima volta nella sua vita. Lui e il suo zainetto, mezzo vuoto, stavano camminando per i grandi viali. I suoi occhi si dilatavano alla vista di ogni singola vetrina. Lo shopping chiamava, ma avrebbe dovuto attendere. Erano altre le priorità in quel giorno.
Era in città da solo mezz'ora. Il viaggio non era stato turbolento, era stato veloce e tranquillo. La puzza del treno era passata anche in secondo piano, c'era molto di più ad attenderlo.
Nello zaino solo due cambi, i suoi risparmi, i trucchi, un minimo per lavarsi e il suo lettore cd portatile. Quel vecchio rottame che aveva rubato il cuore di Bill a 8 anni. Indispensabile come l'acqua.
Sarebbe andato da zia Dafne, lei abitava a pochi minuti dal centro e sapeva come muoversi. Lei era uno di quei parenti che non faceva mai domande e che straveda per Bill.
Lei aveva sorvegliato Tom quando, anni prima, si era trasferito lì con la famiglia. Era uno dei piccoli favori che aveva fatto al nipote e, ora, gliene stava facendo un altro.
Abitava in una casa rossa nel mezzo di tante bianche, donna fuori dal comune da sempre. Non era una villa, era una casetta modesta e accogliente, di quelle coi fiori sul davanzale. Quasi fosse disegnata. Le finestre perfettamente quadrate, le tende di pizzo ricamate con cura, il comignolo da cui usciva fumo.
Giardino anch'esso modesto, un piccolo orto e un albero ben piantato nel mezzo. Per metà morto sembrava, ma faceva la sua scena.
Aveva uno di quei cancelli che sembravano dipinti a mano, con una cassetta della posta con disegnato un gatto sopra. Altra qualità della zia: gattara professionista, con tre soli gatti.
Puffrose, Klaus e l'innominato. Non trovava un nome adatto a quel gatto, era troppo anonimo per lei.
Era quello che al moro piaceva e intrigava di più: sempre sulle sue, a volte dolce, indipendente ma più giovane degli altri e un cercatore. Perennemente rintanato sotto il letto, il gatto senza nome contava ormai tre anni in quella casa di matti. Sì, perché Dafne era tutto tranne che normale.
Questa sua stranezza si mostrò in primis nel salutare il nipote, al quale baciò le mani. Lo faceva da sempre e da sempre nessuno ci faceva l'abitudine.
«Nipotino caro!» ah, era mezza sorda. Giusto per farvi capire da chi avesse preso Lea quella voce strillante che si ritrovava.
Bill salutò con un cennò alla testa e con un timpano mezzo otturato.
In due secondi si ritrovò spinto sul divano con un vassoio di biscotti in mano.
«Mangia, mangia. Avrai molta fame» ripeteva la donna andando avanti e indietro per il salotto.
Veramente la fame era il suo ultimo pensiero, ma un biscotto non aveva mai fatto male a nessuno.
Alla fine furono quattro o cinque, ma dettagli.
«Non sai quanto sono felice di vederti, mi serve qualcuno in casa che mi aiuti a pulire, a fare il cambio dell'armadio e a ritirare la posta» ah, era anche piuttosto logorroica.
«Cosa ti ha portato Babbo Natale? A me niente, sai che disgrazia! Probabilmente la mia lettera è stata perduta».
Ecco, appunto, la stranezza.
«Oh, ha perso anche la mia!» disse annuendo, provava pena per la zia, non voleva farla sentire più matta di quanto già non fosse.
«Certo che quel vecchietto diventa sempre più sbadato, anno dopo anno».
Bill si limitò ad annuire. C'era poco da fare di fronte ad una situazione tale.
«Magari pomeriggio ti porto a visitare la città, ci sono un sacco di posti giovanili! C'è un bar in centro con un commesso che è uno schianto» non respirava neanche fra una frase e l'altra «ha uno di quegli affari che hai anche tu in faccia, sul labbro forse, oh non ricordo. Però ricordo le sue treccine nere. Dovresti fartele anche tu, sai? Ti starebbero proprio bene» non aveva finito il discorso, ma fu sufficiente per far scattare il nipote.
Fermi tutti. Piercing al labbro, treccine nere.
Okay, poteva essere una coincidenza. Ma cavolo, un ragazzo con caratteristiche simili, che per lo più si trovava a Berlino, qui si restringeva il campo.
«Cosa? Treccine nere hai detto?» urlò quasi, dalla gioia, naturalmente.
«Vedi, piacciono anche a te!» rispose di tutto punto, battendo le mani. Sembrava felice, si esaltava con poco.
«Quando mi porti in questo bar, zietta?» cercò di farsi un po' smielato, per addolcirla e magari convincerla ad uscire subito di casa.
«Allora, prima mangi e poi ti porto. Io intanto vado a farmi bella per il commesso».
Bill non sapeva cosa fosse più strano, che sua zia, a quasi cinquant'anni si stesse truccando per vedere Tom, o che il suo io interiore avesse cominciato a fare le capriole.
Avrebbe rivisto Tom. Lo avrebbe rivisto e lo avrebbe portato via. Lo avrebbe afferrato per una mano e avrebbe iniziato a correre, lontano da tutto e tutti.
Avrebbe rivisto Tom. Questa era la cosa più importante.
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Brown Eyes || Twincest.
Фанфикшн«Nonostante le cose pazzesche che sono successe noi ci apparteniamo ancora - disse Tom guardando il ragazzo davanti a sè - non abbiamo mai smesso di farlo. Io sono tuo Bill, io apparterrò a te anche quando mi chiederai di smettere». Lo guardò, si gu...
