16. "Anche domani"

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C'era vento. Il solito vento invernale che spuntava verso le ore della sera. 7:30 era sicura di aver scritto, eppure il display del cellulare dava le 7:31.

Sfilò dalla tasca una scatoletta quadrata, un pacchetto per l'esattezza, e prese una delle poche sigarette rimaste. Aveva fumato decisamente troppo in quei due giorni.

La appoggiò tra le labbra, giusto in tempo per accorgersi di non avere a portata di mano l'accendino. Sbuffò appena.

Fu sorpreso di ritrovarsi, dopo qualche secondo, un braccio teso verso la sua bocca da cui spuntava un clipper nero appena acceso. Aspirò leggermente, il minimo per accendere la sigaretta e si voltò.

«Grazie» disse in direzione della figura alla sua destra.

Era apparso di fianco a lui un ragazzo alto, vestito un po' poco per le condizioni climatiche in cui si trovavano, con i capelli ancora umidi.

«Non hai freddo? Ti presto una giacca, se vuoi» disse rivolto nuovamente a lui.

«Tranquillo, sono abituato al freddo» non era una grande risposta, ma non necessitava davvero della giacca, non pativa così tanto il freddo.

Restarono zitti per diversi minuti, restarono fermi senza mai guardarsi: uno in piedi, l'altro seduto sugli scalini. Sembravano due sconosciuti.

Due sconosciuti che provavano qualcosa l'un per l'altro. Due sconosciuti che si conoscevano da una vita. Una barzelletta quasi.

Tra di loro erano comuni i momenti di silenzio imbarazzante, principalmente perché entrambi avrebbero voluto fare il primo passo, ma avevano paura della reazione dell'altro. Avevano paura dei sentimenti che sapevano entrambi di provare.

In quel momento, uno davanti all'altro, si poteva notare che avevano gli stessi occhi: marroni. Senza sfumature di altro tipo, marroni e basta. Marroni, di quel marrone intenso che ti faceva dimenticare esistessero occhi più belli al mondo. Perché, in quell'istante, i loro occhi così uguali erano i migliori al mondo.

Entrambi si specchiavano in quelli dell'altro: due figure alte, immobili, una dai capelli lunghi fino alle spalle neri, l'altra dai capelli anch'essi neri ma a treccine. Così diversi, uno vestito tutto attillato, l'altro con i pantaloni larghi. Uno con il piercing al labbro, l'altro con solo il piercing al sopracciglio in bella vista.

Due mondi diversi che si incontravano un'ulteriore volta.

La sigarette di Bill toccò terra, ormai era finita e non serviva a nulla.

Una frase interrupe il silenzio, o meglio, due parole:

«B-Bill, io...»

Tom, però, fu a sua volta interrotto. Si ritrovò con un corpo attaccato al suo. Fronte contro fronte, respiro contro respiro. Le mani esili di Bill aggrappate al suo collo, un aggancio dal mondo. Non c'era più distanza tra i loro corpi, come se ogni loro punto combaciasse nello stesso modo in cui due tasselli di un puzzle si incastrano tra loro.

Era un modo per farlo stare zitto? Molto probabile.
Era un bacio che Bill si teneva dentro da un po'? Probabile anche questo.
Tutto era probabile in quell'istante.

«Sai di sigarette» pronunciò la bocca di Tom quando riuscirono a staccarsi per qualche secondo.

Bill rise, era ovvio che sapeva di sigarette, ma lo prese come un complimento. Molto probabile che lo fosse.

«Voglio lasciare Saimon, ci stavo pensando da un po'» raccontò il moro all'altro.

Aveva la voce di uno che aveva preso una decisione ed era irremovibile, ma Tom cercò comunque una spiegazione:
«È per colpa mia? Bill, se tu sei felice con lui, io posso accett-» non finì in tempo, il ragazzo fu di nuovo sulle sue labbra, come pochi secondi prima.

«Voglio stare con te Tom, okay? Niente Saimon, niente Pinco Pallino, solo Tom» fece una piccola pausa «Quel Tom che era il mio migliore amico, quel Tom che basta e avanza»

«Non sono sicuro di essere ancora quel Tom» replicò l'altro, con un accenno di tristezza nel tono.

«Sai una cosa? Io vedo in te quel bambino ogni giorno, vedo in te quel bambino a cui aveva regalato il mio ultimo lecca lecca» lo disse in modo dolce, del tutto sincero, riaffiorando a mano a mano le immagini del loro primo incontro nella sua mente.

E anche quel vento non esisteva più, nulla di ciò c'era intorno a loro importava in quel momento. Avevano ben altro a cui pensare.

Il vento si infittì leggermente e portò poi alla pioggia. Una pioggia di quelle con le gocce grandi e fastidiose. Non cadevano veloci, ma ben presto si ritrovarono entrambi bagnati fradici.

Bill sorrise.
«Sai cosa ho sempre desiderato?» chiese all'altro e il moro scosse la testa, avrebbe potuto desiderare qualsiasi cosa.

«A otto anni ho espresso il desiderio che qualcuno mi baciasse, almeno una volta nella vita, sotto la pioggia» spiegò.

Questa volta fu Tom a sorridere, ma fu un sorriso che finì in fretta, si era già fiondato sulle labbra di Bill. Gli cingeva i fianchi con le braccia, come a non lasciarlo andare, Bill aveva affondato le sue dita nei cornrows di Tom, come per giocarci. Aveva approfondito quel bacio, non si erano fermati al semplice tocco delle loro labbra: volevano assaporare in pieno quel momento.

Era, di nuovo, uno attaccato all'altro, perfettamente incastonati. Sembrava un film ma era molto meglio, era tutto più vero.

In quel momento Bill giurò di sentire Tom mugugnare qualcosa tra le labbra quando si staccarono. Non aveva capito una singola lettera da lui pronunciata, ma aveva istintamente sorriso.

Kaulitz dal canto suo, si era ripetute quelle parole almeno una ventina di volte dentro la mente prima di pronunciarle. Due parole molto semplici.

Außerdem morgen. Anche domani.

Una promessa, la sua.

Brown Eyes || Twincest.La tua prossima ossessione. Scoprilo ora