Pum. Pum. Pum.
I piedi di Bill più che piedi, sembravano macigni che sbattevano qua e là per la strada. Erano almeno dieci minuti, se non di più, che camminava nervosamente da una parte all'altra del corridoio scolastico.
La sua aula era al secondo piano, nel bel mezzo di un corridoio strettissimo con solo altre due aule, per lo più inusate. Una doveva essere l'aula di chimica, doveva perché il loro professore, il signor Höffgher, credeva fosse meglio la teoria alla pratica. Anzi, ne era proprio sicuro.
L'altra aula apparteneva ad una seconda, la seconda E per esattezza, nessuno di cui Bill si preoccupasse o conoscesse. Sapeva all'incirca i nomi di ogni persona della scuola, quelli delle quinte sicuro. Poi andava un po' a intuito secondo i suoi leggeri ricordi.
Non aveva bisogno di ricordarsi nomi, andava d'accordo con massimo una decina di persone. Al contrario, tutti sapevano chi lui fosse. Un po' per l'aspetto eccentrico, per il fatto che potesse sembrare, anche se solo per un secondo, una ragazza. E poi, mezza scuola aveva desiderato scoparselo, c'è da ammetterlo.
Lui non dava molta importanza a quelle persone, lui non era mai stato innamorato veramente. Sì, aveva avuto qualche relazione, una anche abbastanza lunga, ma niente che fosse essenziale ricordare. Ora si sentiva con un ragazzo, o meglio, lui era cotto di Bill e quest'ultimo ci era uscito un paio di volte. Era un tipo.
La parola era la più azzeccata, Bill non capiva mai se si divertiva con lui o meno. C'erano momenti in cui pensava "Che carino, è proprio simpatico" e altri in cui nella sua mente persisteva solo il pensiero "Dio che barba questo tipo!".
Il tipo in questione era Simon Luptzeg. Un ragazzo mediamente alto, della sua stessa età, coi capelli dal colore incapibile, troppe tinte. L'unica cosa che aveva veramente colpito il moro era la sua voce, che aveva un non so che di eccitante, e la sua sfegatata passione per la musica. Suonava il piano e aveva avuto più di un'occasione per ascoltarlo. Doveva ammetterlo: se la cavava proprio.
Bill non sapeva suonare nessuno strumento, due o tre accordi sul pianoforte imparati a caso durante la sua infanzia. In compenso, sapeva cantare. Cantava veramente bene. Aveva seguito corsi di canto fin dalle elementari, poi aveva smesso. Un po' per colpa dello studio, un po' per l'insegnante che lo faceva sforzare troppo. Era anche arrivato al punto di quasi perdere la voce per colpa di quell'idiota. Così lui lo etichettava.
«Bill, cazzo, smettila di camminare avanti e indietro senza ascoltarmi!» la voce dell'amica lo riportò con i piedi per terra, da quanto non la stava ascoltando?
«Scusami Lena, lo sai che non lo faccio apposta» non era vero, a volte gli piaceva chiudersi nel suo mondo nel bel mezzo di una conversazione, era divertente.
«Ancora non capisco perché Tom ti renda così agitato. So che hai una cotta per lui dalla seconda elementare, ma andiamo, un po' di contegno» c'era un misto di divertimento nella voce di Lena.
«I-io una c-cotta per Tom? Ma tu sei pazza, cosa te lo fa anche solo pensare?» cercò di coprire la sua voce insicura e balbettante, ma i risultati furono scarsi.
«Forse il fatto che stai facendo un dramma per il solo fatto che è il tuo nuovo compagno di classe. Tralasciando che mentre mi descrivevi la scena, hai accennato almeno un paio di volte ai suoi occhi come meravigliosi e alla sua bocca come tremendamente sexy» ora sì, Lena era completamente divertita.
«Cosa ti fumi la mattina prima di entrare in classe?» quella situazione a lui non divertiva affatto.
«So cosa ti fumi tu: una bella dose di Tom Kaulitz» e appena pronunciate quelle parole, Bill prese il suo giacchetto e se ne andò facendole segno di starsene zitta.
Adorava la sua migliore amica, ma a volte parlava troppo. Aveva ragione su Tom? Di sicuro quella situazione non era colpa sua. Bill non aveva fatto nulla di sbagliato.
Era stata tutta colpa di Tom. Una volta loro due erano tanto amici, ma si parla di almeno dieci anni prima, anche di più. Si vedevano ogni pomeriggio per giocare a palla e ridere dei bambini sfigati del quartiere. Si volevano un gran bene, Tom era sempre a casa di Bill e viceversa.
Le cose erano cambiate quando i genitori di Tom decisero di trasferirsi a Berlino, i due bambini non si videro più e persero tutti i rapporti, perché appunto erano bambini.
Il moro era tornato a Madgeburgo in terza superiore. Era tornato, ma non era più lo stesso. Berlino lo aveva cambiato. Si era creato una grande fama ed aveva la sua cerchia di amici, che più che amici erano schiavi.
Non aveva più rivolto la parola a Bill, anzi aveva cominciato ad ignorarlo. E quest'ultimo era troppo fragile per tenergli testa ed esigere spiegazioni. Nessuno sapeva della loro vecchia amicizia, solo loro e i loro ricordi nella mente. Ma a volte quelli non erano abbastanza.
Camminando per i corridoi della scuola, si accorse che lui doveva essere già a casa da un pezzo e aveva costretto anche Lena a rimanere lì con lui per tutto quel tempo.
Passò davanti a molte aule, l'uscita non era proprio a portata di mano. Fu fermato però da uno strano rumore. Ma più che un rumore fu un suono, perché era tutto tranne che fastidioso.
Proveniva dall'aula di musica del piano terra, era un misto di accordi di pianoforte. Qualcosa di a dir poco stupendo, come se le dita stessero volando su quei tasti. Fu tentato più volte di vedere chi fosse a produrre quel suono e solo dopo aver pensato ad una buona scusa, afferrò la maniglia della porta.
Chi si trovò davanti, però, era l'ultima persona che si sarebbe aspettato.
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Brown Eyes || Twincest.
Fanfiction«Nonostante le cose pazzesche che sono successe noi ci apparteniamo ancora - disse Tom guardando il ragazzo davanti a sè - non abbiamo mai smesso di farlo. Io sono tuo Bill, io apparterrò a te anche quando mi chiederai di smettere». Lo guardò, si gu...
