Chapter 19 - Just background.

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Chapter 19.



Agosto 1994.



Nella mia vita, in quella che avevo immaginato da bambina e in quella che avevo sempre desiderato, c'erano alcune cose fondamentali alle quali non avrei rinunciato per niente al mondo.
L'amore, perché riempiva le mie giornate e continuava a farlo, nonostante mi mostrasse i suoi lati bui, quelli che persone, oggetti, sentimenti ed emozioni possedevano.
I miei figli, due bambini capaci di regalarmi il loro affetto ed il mio naturale sorriso che tendeva regolarmente a scomparire a causa di svariati motivi.
La musica, definita anche da me come un sinonimo di vita, ovvero quello stato di quiete che permetteva al corpo di definirsi "in vita", grazie alle sue qualità inebrianti.
Per concludere la lista, avrei aggiunto i viaggi.
Viaggiare era una mia passione, provavo una forte attrazione nei confronti delle bellezze esposte nei vari luoghi del mondo, dove la vista e gli altri sensi si risvegliavano e trovavano conforto ed attenzione.
Era un vantaggio che io e Michael condividevamo, anche se in modi parallelamente diversi, gestiti e nutriti da esigenze differenti.
Lui era costretto a farlo per via del suo lavoro, girava il mondo di continuo, alle volte si trovava a visitare due città completamente distanti nel giro di due giorni ed era particolarmente stressante.
Non adorava andare in tour, lo reputava un fastidio capace di donare un pesante senso di stanchezza e mi fece più spesso notare che, se non fosse stato per il suo pubblico ed il suo mestiere, non lo avrebbe fatto.
Era un grande sforzo da parte sua ed io lo sapevo bene.
Gli piaceva viaggiare con moderazione, godersi l'ammirazione dei paesaggi e dei monumenti, come soltanto un grande appassionato di arte come lui avrebbe fatto e, poi, rilassarsi in un'atmosfera diversa dal solito.
Per quel motivo decidemmo di intraprendere un viaggio verso diverse mete europee, considerate da entrambi di enorme valore culturale e di un'importante dose di romanticismo.
Quella mattina sarebbe stato il momento di Parigi, dove sia io e sia lui ci aspettavamo grandi cose da quella città.
Speravamo di condurre qualche giorno in tranquillità, lontani dai flash abbaglianti delle macchine fotografiche puntate su di noi, altrove, dove nessuno avrebbe mai potuto disturbare i nostri attimi.
Avrei preferito giungere nella "città dell'amore" in un periodo distinto, di maggior coinvolgimento fisico, in gran parte, ma le date erano state organizzate e non potevamo tirarci indietro.
Io e Michael avevamo trascorso un'intera settimana a Budapest, dove non avevamo fatto altro che esiliarci l'uno dall'altra, ritagliando i nostri spazi in un contesto che non li prevedeva affatto.
Egli aveva riempito il tempo a nostra disposizione con il suo lavoro, andava in studio a lavorare al nuovo progetto al quale tanto ambiva e tornava in hotel a notte fonda.
Ci salutavamo a malapena, le nostre labbra non si sfioravano minimamente e pronunciavano le regolari parole utili alla nostra convivenza, niente che andasse oltre.
Ero ancora arrabbiata per quello che era successo, avevo lasciato sbollire il nervosismo e avevo aspettato a lungo che Michael si facesse avanti per porgermi le sue scuse.
Non resistevo più ed io ero troppo orgogliosa e in ragione per poter fare il primo passo.
Era consapevole dei suoi errori, si era accorto del comportamento negativo che aveva avuto nei miei confronti e conosceva le mie convinzioni verso il rispetto reciproco.
Ero stanca, nonostante le sue parole, di stargli lontana e fingere che non ci fosse, proprio come lui faceva con me.
Dentro di me, il mio cuore in subbuglio trovava la forza per battere con un ritmo maggiore ogni volta che incrociavo il suo sguardo, mentre morivo lentamente dalla voglia di baciare le sue labbra.
Speravo che il viaggio a Parigi riuscisse a sistemare la nostra situazione, ponendo fine al mio straziante desiderio di lui che non sembrava placarsi, ma aumentare di giorno in giorno.
Ero seduta al mio posto, Michael era al mio fianco ed il suo silenzio conciliava i miei pensieri, riuscendo ad innescare in me un istinto che cominciava a materializzarsi in ogni minuto che trascorreva.
Accavallai le gambe e con un fluido gesto liberai il mio collo dalla copertura dei capelli, percepii i suoi occhi su di me per alcuni istanti e sorrisi compiaciuta, procedendo nel mio intento.
Era impegnato a sfogliare una rivista di moda, mancava la sua attenzione e quell'oggetto era soltanto un mezzo che utilizzava per distrarre il suo sguardo e per non cedere alla proposta allettante che io gli proponevo.
Ero stanca di continuare in quel modo, volevo poter lasciare tutto alle spalle per concentrami su di lui, sul centro del mio mondo, sull'uomo che amavo e che sentivo avrei amato per sempre.
Non era un amore venuto per caso, quello.
Era l'amore che veniva una sola volta nella vita, la cambiava, trasformava me stessa e poi fuggiva via contro la mia volontà, lasciandomi un enorme vuoto dentro.
"Stai lavorando ad un nuovo album?" - Iniziai, curiosa.
Erano giorni in cui le nostre uniche parole erano dei "ciao" mormorati a stento, pronunciati con lo sguardo verso il basso e una nota di rabbia, quella che faceva fatica a scomparire.
Mi mancava il contatto fisico con lui, mi mancava il meraviglioso dialogo che avevamo e le segrete frasi che venivano allo scoperto quando eravamo soltanto noi due, al riparo da tutto e tutti.
Mi mancava quell'affinità che ci distingueva dalle altre coppie, mi mancavano i suoi baci, i sorrisi che rivolgeva soltanto a me e le sue carezze.
Mi mancava tutto quello e non avrei lasciato che uno stupido momento negativo mi rubasse la felicità che soltanto l'uomo che avevo sposato era capace di regalarmi.
Si irrigidì, non si aspettava che gli rivolgessi la parola, invece lo avevo fatto e ne sembrò quasi contento, come se avessi scavato nella sua mente e in quello che cercava.
Gli piaceva quando mi interessavo al suo lavoro, diceva che ero una delle sue principali ispirazioni ed una mia considerazione accentuava il suo ingegno e la capacità di creare qualcosa di nuovo.
"Si, ho a disposizione un nuovo team di collaboratori e ci sono molte idee, purtroppo ancora niente di concreto." - Mormorò, discreto.
"Questo ti fa stare male? Ti senti frustrato?"
"Trovo difficoltà ad esprimermi e non mi era mai successo prima. Temo di non riuscire ad ottenere il risultato che spero e questo mi distrugge." - Parlò con voce sottile, impiegando le sue parole con delle dolci carezze alla base del collo.
Era molto teso ultimamente, nervoso era l'aggettivo che gli si addiceva precisamente e metteva in risalto i suoi lati perfezionistici e apprensivi che sporgevano ogni volta che il suo lavoro esordiva nella sua vita.
Lo reputavo il migliore sulla piazza musicale, lo vedevo come un maestro incantevole e geniale, tanto che facevo fatica a realizzare che avessi sposato un colosso della musica come Michael Jackson.
Era un uomo come tutti gli altri e questo era un punto che le persone non afferravano, lo vedevano come un personaggio astratto, qualcuno che si avvicinasse a Dio.
Gli facevano del male, perché dimenticavano che i sentimenti li possedeva anche lui.
"Sei il migliore, Michael. Prenditi il tempo che ti serve, vivi questo periodo con serenità, se ti lasci travolgere dallo stress ti trascina via un male peggiore. Come vorresti che fosse, questo disco?" - Chiesi, sporgendomi su un fianco per diminuire la distanza tra di noi.
Ci pensò su, si toccò il mento con fare concentrato e si aggiustò accuratamente il colletto della camicia.
Parlare di musica con lui era per me un grande privilegio, mi ispirava artisticamente e tentavo di immagazzinare quante più conoscenze possibili apprese dalle nostre chiacchiere.
"Un'autobiografia musicale." - Rispose, un velo di orgoglio completò la sua frase e accennò un sorriso.
"Ti assicuro che sarò la prima a comprarlo. In ogni caso, sappi che puoi contare sempre su di me." - Dissi, sorrisi e mi seguì alla perfezione, scoprendo i suoi denti bianchissimi.
Allungai il mio braccio destro verso il suo, la sua mano era posata su una sua gamba e mi avvicinai timidamente per poter accarezzare il tessuto dei pantaloni; le mie dita risalirono verso il dorso della sua mano e si poggiarono su di esso, stringendolo debolmente.
Rimasi ad assaggiare il tepore della sua pelle per lunghi minuti, Michael sembrava gradire e provare una sorta di profondo piacere fisico nell'avvertire le mie mani sul suo corpo.
Mi sporsi verso di lui e permisi alle mie labbra di sfiorare appena il suo collo.
"Voglio un figlio da te, Michael." - Sussurrai accanto al suo orecchio, sorprendendomi di quella frase sfuggita alla mia bocca prima che me ne accorgessi.
Mi stupii della calma espressione che assunsi, avevo riflettuto a lungo sulla mia scelta e mi sentivo tranquilla e pronta, in parte, ad avanzare un passo tanto importante.
Temevo di perderlo, di vederlo cadere via, dirigendosi verso un'altra donna e quella era l'unica decisione giusta che potevo scegliere.
Lo facevo per lui, perché consideravo l'amore un sentimento che permettesse alle persone di desiderare la felicità del prossimo, ma lo facevo anche per me.
Ero una donna che per amore era disposta a fare tutto e per un uomo come Michael io avrei fatto qualunque sacrificio pur di vedere il sorriso sul suo volto, ogni singolo giorno.
Se non avessi deciso di dargli un figlio, probabilmente lo avrei perso ed io non me lo sarei mai perdonata per tutta la vita.
Non avevo dimenticato i suoi demoni e non avrei permesso loro di ritornare ad ossessionarlo.
Si staccò immediatamente dal mio corpo e mi guardò con gli occhi spalancati, contornati da una sottile gioia che gli illuminò il viso.
"Sul serio?" - Chiese, incredulo.
Seguiva con attenzione la mia espressione che si mutò in qualcosa che gli fece distendere i lineamenti facciali, concedendogli uno sguardo sereno e limpido.
Annuii con il capo, mi lasciai travolgere dal suo entusiasmo e mi convinsi di fare la cosa giusta per il nostro matrimonio.
"Grazie, grazie di cuore, Lisa." - Disse, mentre mi guardava profondamente negli occhi, avvolgendomi in un dolce abbraccio.
Lo strinsi forte, avvertendo il cuore e le fibre del mio corpo sciogliersi a quel contatto mancato per troppo tempo, ottenendo nuovamente la sensazione della stretta delle sue braccia intorno alle mie spalle.
Posai la testa contro il suo collo, sentendo il palmo della sua mano tenermi la nuca per massaggiarla piano, con brevi movimenti delle dita.
"Questo ti rende felice?" - Domandai e strofinai le mie labbra sulla sua guancia, ascoltando una piccola risata in risposta.
Si staccò dall'abbraccio e mi prese il viso tra le mani, socchiudendo gli occhi e accentuando il suo visibile desiderio di baciarmi.
Baciami, Michael.
"Ascoltami. Mi sono comportato malissimo con te, sono stato un pessimo uomo ed un pessimo marito e me ne pento. Mi dispiace di averti trattata in quel modo, ti assicuro che non succederà più."
"Io, da sola, non riesco a renderti felice?" - Domandai, chiudendo entrambi gli occhi, dando vita ad una smorfia di dolore.
"Certo che si! Sei mia moglie, sei la donna della mia vita ed il solo pensiero di averti accanto mi riempie il cuore di gioia. Io vedo un bambino come la cornice del nostro amore. Desidero un figlio dalla donna che amo, credo non ci sia cosa più bella al mondo."
Sorrise, si sistemò sulla sua poltrona e si voltò su un fianco, rivolgendomi il suo prezioso sguardo.
"Un bambino nostro, Lisa. Vorrei potergli dare tutto ciò che non ho avuto io." - Disse con la voce estremamente dolce e intrappolata da una vecchia malinconia, come se stesse parlando con se stesso.
Come mia risposta arrivò un timido sorriso, non avevo il coraggio di interrompere il suo momento con dei ricordi legati al suo passato e al mio, sicura che per entrambi, pur contornato da differenti sfaccettature, era stato malvagio con noi.
Continuai a guardarlo per l'intera durata del volo, esaminando ogni minimo particolare del suo viso angelico, del suo abbigliamento elegante e raffinato e del suo corpo distinto ed accurato.
Era un'intensa attrazione per i miei occhi, quando ero con lui mi sentivo come rinchiusa in uno spazio contenente soltanto le nostre due figure.
Non esistevano mura, immobili, abiti sparsi, rumori di sottofondo o altro che potesse disturbare il mio bisogno di lui.
Se ci fosse stato del superfluo, probabilmente non me ne sarei accorta, non lo avrei notato, perché Michael era l'unica cosa di cui realmente mi importava.
Tutto il resto era soltanto sfondo.

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