Chapter 24.
Settembre 1995.
Non credevo fosse così difficile gestire una simile situazione, malgrado la mia esperienza precedente mi avesse condotta in un punto dove mantenevo vivida una soluzione al problema.
La vita era composta da alti e bassi, da momenti positivi e negativi, da gioie e da dolori in cui piangersi addosso non serviva a risolvere l'enigma di un cuore lacerato.
Io non avevo di certo imparato ad affrontarli, a dimenticarli, quello si.
Avrei potuto deporre le armi ed appendere al chiodo il mio eterno coraggio, dire addio a Michael e ai suoi comportamenti e chiedere un divorzio, magari guadagnandoci anche su.
Io non avevo ambizioni di quel tipo, perché ero dell'avviso che un matrimonio andava salvato, trasportato alla riva come una barca priva di carburante, come se fosse un gioiello prezioso da proteggere.
Era estremamente semplice concludere un rapporto in quel modo, ma io non lo avrei fatto, perché la mia testardaggine me lo impediva.
I rapporti tra me e Michael si erano ridotti a dei saluti stentati quando al mattino ci trovavamo faccia a faccia nei corridoi, durante le poche volte in cui egli rimaneva a casa.
Era un gesto che ci sforzavamo di compiere per evitare che cominciassero a girare voci riguardo una nostra separazione, non volevamo che accadesse, né tra i nostri dipendenti, né fuori dalle mura domestiche.
Non avevamo riservato alle nostre routine quotidiane un momento, anche solo qualche misero istante per concentrarci su di noi e su ciò che eravamo diventati.
Sembrava inutile parlarne, era ormai divenuto palese ed io continuavo a sforzarmi per illudermi che qualcosa potesse ancora cambiare.
Era così adirato nei miei confronti che anche un saluto era difficile da strappargli dalle labbra e si comportava come non avrei mai voluto che facesse.
Mi ignorava completamente, eludendo la mia persona dal suo mondo e dalla vita che egli consumava giorno dopo giorno, lasciandosi consumare a sua volta.
Non intraprendevamo un dialogo dalla nostra ultima litigata, quella che si era rivelata il punto di rottura della nostra storia, decorato da un'estremità troppo profonda per essere risanata.
Pensai fosse una situazione difficile quando iniziammo a non dormire più nello stesso letto, a non parlarci più e a non permettere ai nostri sguardi di incrociarsi.
Eravamo diventati due estranei, vivevamo nella stessa casa, perché eravamo sposati, ma potevamo benissimo definirci una coppia separata.
Non c'era alcun legame che potesse strapparci dalle braccia dell'indifferenza, soltanto una fioca affinità pronta a dileguarsi nell'aria, come l'amore intenso e vivido che ci aveva protetti.
Io ero stanca di tutto quello e pensai che fosse arrivato il momento di dire basta.
Era una calda ed afosa mattinata di fine estate, quel periodo nel quale l'autunno si apprestava a comporre la propria comparsa, cacciando via il calore e racchiudendolo in sé.
Mi succedeva spesso, soprattutto negli ultimi giorni, di sentire la brutale ed aggressiva mancanza di Michael, la quale mi portava a girovagare per casa con la speranza di incontrare la sua figura.
Ero angosciata da una pesante sofferenza che non mi concedeva tregua, peggiorava di continuo e mi stremava, arrecandomi più volte anche un dolore fisico.
Sentivo il bisogno di vederlo, di avere il suo corpo a pochi centimetri da me per poterne osservare la bellezza che mi aveva sempre attratta; volevo parlargli, ascoltare la sua voce diretta alle mie orecchie e volevo poter incrociare i suoi occhi scuri per fonderli nel verde dei miei.
Percorsi i due piani che ci separavano, non corsi, non immisi alcuna velocità nei miei passi, bensì permisi ai miei muscoli di sciogliersi e di liberarsi dai legami dello stress e della fatica.
Mi avvicinai discretamente alla porta della sua camera, intorno regnava il silenzio ed io ero sicura che Michael fosse lì.
Bussai con l'atteggiamento delle persone intimorite, mi sentivo una di quelle donne che temevano ogni ambito nel quale prendevano parte, ero diversa.
Avevo entrambe le mani che mi tremavano, la mia pelle era fredda, gelida come il ghiaccio, come se il sangue avesse smesso di circolare.
Venne ad aprirmi Bill, aveva un sorriso rassicurante sul viso e mi fece cenno di entrare, senza proferire una sola parola che potesse trasmettermi imbarazzo.
Era un uomo straordinario, era sempre molto discreto ed era a conoscenza della nostra situazione, tanto che sembrò quasi felice di vedermi lì.
Pareva sorpreso della mia visita e non era l'unico a possedere un simile comportamento.
Varcai la soglia dell'ingresso, richiudendomi immediatamente la porta alle spalle, facendo in modo che non emettesse alcun cigolio.
Michael era disteso sul letto a pancia in giù, indossava soltanto dei boxer e la sua posizione mi permetteva di notare i muscoli delle sue spalle che erano perfettamente delineati.
Mi accorsi del suo pianto silenzioso, ogni tanto sospirava e si passava le mani tra i capelli, poggiandosi sulla federa del cuscino con aria dolorante.
Non si era accorto del mio arrivo, forse stava tentando ancora una volta di ignorarmi, ma io non avrei fatto lo stesso con lui.
Ero lì per mettere in ordine il nostro mondo, provando a far combaciare i pezzi del puzzle con le innumerevoli soluzioni presenti.
Avevo il compito di cercare, di porre le mani tra le molteplici combinazioni per inserire nel tassello mancante il frammento capace di portare avanti quella storia.
"Che ti succede?" - Chiesi piano, avanzando a passo lento verso il letto.
"Mi fa male la schiena, non riesco a muovermi." - Si lamentò, singhiozzando.
Odiavo vederlo in quelle condizioni, mi si stringeva una morsa al centro del petto ed era come se fossi io stessa a subire il suo dolore.
Mi sedetti sul bordo del letto ancora decorato dalle lenzuola rosse e bianche, mi rimboccai le maniche della camicia fino ai gomiti ed avvicinai il mio viso al suo, sperando che mi rivolgesse uno sguardo.
I miei respiri si fondevano con i suoi e la mancanza assoluta di rumori esterni agevolavano quella musica composta soltanto da noi due.
"Posso?" - Domandai, sfiorandogli la pelle morbida con la mano, avvertendone il tepore contro le dita.
Egli annuì con un breve cenno della testa e appoggiò la fronte al cuscino, chiudendo entrambi gli occhi.
Cominciai ad accarezzargli le spalle dolcemente, compievo dei fluenti e sinuosi andamenti che variavano a seconda della sua muscolatura ed allentavano i suoi dolori.
Avevo trascorso interi mesi senza provare il piacere di toccargli la pelle ed ottenere di nuovo il consenso per farlo fu la sensazione più bella.
Lo sentivo mugolare ad ogni mio tocco, sembrava che i miei gesti gli piacessero ed in qualche modo lo aiutassero a sentirsi meglio.
Venni travolta istintivamente da un richiamo che mi colse appena avvertii il suo profumo: mi chinai verso il suo collo e gli regalai un timido bacio alla base, lì dove i capelli lasciavano scoperto l'incavo tra la spalla e l'orecchio.
Il contatto con le mie labbra lo fece rabbrividire, ma non si scansò dalla mia presa, bensì mi invogliò a proseguire con il suo assenso.
Non riuscii a resistere ulteriormente ed iniziai a baciargli languidamente la parte alta della guancia rivolta verso di me, scivolando verso il basso, lambendo il lobo del suo orecchio e trattenendolo debolmente tra i denti.
Pensai che fosse tutto finito, eravamo tornati finalmente quelli di prima e lui aveva smaltito nel migliore dei modi la rabbia.
Era decisamente giunto il momento che lo vedesse tranquillo in mia presenza, doveva tornare a trattarmi come sua moglie ed io a reputarlo mio marito.
Dopotutto ci eravamo amati e avremmo dovuto continuare a farlo.
"Mi sei mancato..." - Sussurrai con voce flebile, leccandogli piano il collo e facendo vagare le mie mani sulla parte bassa della sua schiena.
Si voltò lentamente, a fatica, disponendosi in una posizione che lo vedeva rivolto con lo sguardo verso l'alto e verso di me.
Aveva gli occhi che mi attraversavano, velati da una sensazione oscura ed incomprensibile, estranea ad una mia aspettativa.
Le nostre bocche si sfiorarono appena, si allontanavano e si riavvicinavano come a voler aumentare il desiderio di aderenza che insisteva e ci impediva di fare altro.
Le mie labbra ambivano alle sue ed accontentai quell'aspirazione facendole combaciare perfettamente in un bisognoso bacio.
Sentii l'azione che avrei compiuto a breve, fu il mio cuore a dettarla ed io seppi dare ad esso ascolto, lasciandomi trascinare via dal suo ardore.
Arretrai di qualche passo, senza privarlo dei miei occhi su di lui, proprio come i suoi compievano il loro corso sui miei tratti che aveva a lungo amato.
Portai la mia mano destra lungo l'apertura della camicia che mi ricopriva il torace ed iniziai a sbottonarla con gesti flemmatici ed indolenti, poco attenti al tempo che trascorreva.
I minuti, i secondi, le ore, erano soltanto parte dell'esistenza che ci soffocava.
Entrambe le asole si dischiusero, stanziandosi l'una dall'altra ed io me ne privai, abbandonando al suolo quell'indumento.
Seguii lo sguardo di Michael che sembrava essere toccato, interessato a ciò che sarebbe successo, ma insicuro di ciò che conosceva.
La mia attenzione tralasciò la sua presenza e si concentrò sulle mie dita che erano impegnate a sbottonarmi i pantaloni, rimanendo seminuda in un contesto che non lo prevedeva esattamente.
Mi riavvicinai a lui, mi inginocchiai sul suo bacino, ottenendo un consenso da parte sua e gli afferrai il braccio che gli era rimasto posato lungo una gamba.
"Toccami." - Mormorai, inducendolo a sfiorare il mio petto in un dolce massaggio che continuò da solo, sentendo il bisogno di privarmi del reggiseno che sfilò egli stesso.
Si inarcò con il busto quel tanto che bastasse per avvicinarsi al mio corpo, obbligando le nostre labbra ad avvolgersi per la troppa vicinanza.
Sollevai il capo verso l'alto, avvertendo maggiormente la pressione dei suoi tocchi intensi e decisi ed ansimai, spingendo le mie mani contro le sue spalle.
Mi mossi piano su di lui e mi abbassai sul suo petto per baciarne la pelle, sentendolo rigido ed intimorito dalle mie pressioni.
Le sue mani si muovevano dolcemente tra i miei capelli, mi accarezzavano la testa e si protendevano lungo le mie braccia.
All'improvviso mi strinse una natica e si fermò, coprendosi il volto con il gomito e lasciandosi andare in un sospiro.
"No, Lisa, no. Non risolviamo niente in questo modo." - Disse in tono serio e fermo, chiudendo gli occhi, quasi come se facesse fatica a respingermi.
Mi travolgeva con quella voce che lasciava immaginare fin troppi lati bui, ero sicura che ci fosse qualcosa che non andasse.
"Dobbiamo parlarne." - Risposi, rimanendogli sopra.
Mosse il capo e tolse le sue mani dal mio corpo, portandosele dietro la nuca ed adornando la sua lunga riflessione con un silenzio.
Nell'aria si potevano udire soltanto i suoi sospiri, pesanti, ansanti e malinconici.
"Prendiamoci una pausa." - Disse ad un tratto, dopo un lungo momento, con quelle parole che pesavano come macigni.
Quella volta fui io a rimanere zitta, non mi sarei aspettata un'esclamazione di quel tipo ed io ero fin troppo a conoscenza di quelle situazioni per non comprendere il reale significato della sua frase.
"Mi stai lasciando?" - Domandai, incredula, alzandomi dalla mia posizione ed indietreggiando di qualche passo.
Raccolsi gli abiti che mi ero lasciata cadere e mi rivestii davanti ai suoi occhi che avevano iniziato ad inumidirsi, ormai impassibili.
Aspettavo una risposta, volevo che fosse sincero e che mi comunicasse le sue decisioni in quel momento, perché avevo il pieno diritto di conoscere la verità e continuare a fingere non avrebbe portato a niente di positivo.
"Ho bisogno di capire e di decidere."
"Hai un'altra?" - Chiesi, atterrita, mettendolo alle strette.
Necessitavo di una risposta, quella che avrebbe posto fine ad ogni cosa che avevamo costruito insieme con le nostre forze, radendo al suolo ogni singola promessa.
"Non ci sarà più nessun'altra, Lisa."
Mi rispose a tono, con quella voce che faceva invidia ai miei più intimi desideri e con quello sguardo capace di farmi piegare alla sua volontà, facendo il suo gioco.
Il contesto non era adatto ai miei pensieri, in esso non c'era niente che potesse farmi stare bene o permettere alla passione di fare il suo normale corso.
Era tutto sparito.
Aveva detto che non ci sarebbe stata mai più nessun'altra donna, eppure non comprendevo i suoi ragionamenti, erano contorti e plasmati secondo il suo volere.
Forse voleva altro, qualcosa che andasse oltre al semplice amore ed io ero a conoscenza del mio possibile errore, se avesse voluto davvero chiamarlo così.
Il suo desiderio di diventare padre era così forte da andare oltre ogni cosa, era capace di distruggere ogni barriera e di annientare i sentimenti che entrambi provavamo.
C'era, seppur una minuscola parte di amore e lui l'aveva sterminata.
"Perché?" - Domandai con la voce rotta dal pianto, riferendomi al suo colpo sparato a freddo sulla mia pelle.
"Perché questo mondo non è fatto per noi. Mi sta trascinando verso la parte più oscura di me e non posso permettermi di portarci dentro anche te."
Parlò, ma non si rendeva conto di quello che diceva.
Era soltanto una scusa, una frase elaborata al momento per liquidarmi su due piedi, strappandomi anche l'ultima parte di cuore che mi era rimasta.
L'uomo adoperava l'intercessione delle parole per estraniarsi dalle situazioni dalle quali non riusciva a scappare, ferendo le persone che lo circondavano.
"Perdonami se non sono come tu mi vuoi."
Dopo aver pronunciato quella frase mi allontanai a passo lentissimo dalla stanza, avvicinavo i piedi con timore, sperando con tutta me stessa che fosse uno sbaglio.
Volevo che Michael mi urlasse che mi amava, almeno il mio sogno mi suggeriva quella versione storta dalla realtà e mi concedeva un manto di speranza.
Non parlò, ma prima che uscissi avvertii un forte e tagliente rumore che mi impressionò, facendomi voltare di scatto nella direzione nella quale lo avevo lasciato.
Michael scaraventò a terra un calice di cristallo che era poggiato sul suo comodino, trascinandolo violentemente al suolo con tutta la forza che possedeva all'interno delle braccia.
Fu un gesto istintivo, causato dalla rabbia che provava per sé stesso e per l'odio che si riferiva interamente a me.
Lui mi aveva a lungo amata in tutte le forme possibili, ma si era lasciato trafiggere dal sentimento ad esso contrapposto.
Il troppo amore, alle volte, portava all'odio.
"Ti amo e ti odio in un modo che non riesco a spiegarmi. Ti amo con tutto me stesso, ma c'è una parte di me che si contrappone all'amore che provo e sembra avere la meglio!" - Urlò.
"Tu non mi odi." - Dissi in un sussurro, tremando.
"Tu sarai costretta a farlo dopo questo."
"Dopo che mi avrai mandata via dalla tua vita?"
Annuì e si alzò faticosamente dal letto che lo manteneva distante da me, avvitò le sue mani intorno ai fianchi ed avanzò a passo cadenzato verso la porta.
"Ne ero già fuori, ma quello che provavo non è mai cambiato. Non cambierà mai."
"Non sei un po' grande per credere ancora nelle favole?" - Chiese in tono grave, ondeggiando con il capo.
Risi tra le lacrime, avvicinando il dorso della mia mano ad una guancia, subito dopo.
"Sono abbastanza grande da poterti amare."
Ci fu un silenzio nel quale non facemmo altro che guardarci, i nostri occhi avevano ripreso ad esplorarsi e a comunicare in modo sofferto, quasi allucinante.
Mi sorse un dubbio alla mente, un quesito che si rivoltava nella mia mente fin dal primo momento in cui i nostri corpi si erano concessi alle delizie dell'amore.
"Dimmi come farò, quando le mie mani desidereranno soltanto il tuo corpo e quando il mio corpo vorrà soltanto le tue mani." - Sussurrai, lasciando scorrere una lacrima sulla mia pelle.
Prese un respiro profondo, chiuse entrambi gli occhi a comando e bisbigliò una frase che azzerò ogni mio pensiero e ridusse i miei battiti cardiaci.
Il cuore rimase ibernato da simili parole ed il cervello assunse troppa debolezza per potersi permettere una replica.
"Mi sognerai e ti donerai ad un altro uomo. Dimenticami, Lisa."
Si avvicinò ancora una volta, così tanto da avvertire i nostri corpi che si sfioravano e le nostre labbra che provavano una fatica immane pur di non toccarsi.
Gli rivolsi un ultimo sguardo triste e dolente, sollevai un angolo della bocca come se avessi voluto terminare lì la conversazione, ma non riuscii nel mio intento.
Uscii dalla stanza, mi accasciai contro la parete nei toni del giallo oro e mi lasciai andare in un pianto disperato, dove nessun braccio mi strinse a sé e nessuna persona mi portò al riparo dall'intera sofferenza.
Il mio matrimonio con Michael si era rivelato una roulette russa nella quale eravamo entrambi entrati a far parte del gioco, permettendo al sistema di travolgerci all'interno dei suoi schemi, illudendoci.
Io ero stata la vittima, quella che era stata costretta a puntarsi il revolver al centro del petto, rimanendone irreparabilmente colpita.
Il mio cuore era stato perforato da un proiettile e mio marito era stato capace di deporre un'arma tra le mie mani.
Lo aveva fatto così bene da privarmi di ogni possibilità di recuperare il tempo che gli avevo donato, rendendolo parte della mia vita.
Non era stato in grado di tenermi, di proteggermi e di rendermi parte di sé e del suo mondo.
Mi aveva usata nei modi che conosceva ed aveva approfittato della mia cecità dinanzi a lui per ambire ai suoi scopi.
Mi aveva ferita e forse uccisa.
Per sempre.
STAI LEGGENDO
Heroine.
Romansa"Lui era come la mia ultima dose di eroina, la più potente e prelibata. Quella che avrebbe messo fine alle mie sofferenze. Quella che non mi avrebbe lasciato scampo." Una potente droga della quale non esiste una cura, un potente anestetico capace di...
