- Chapter 24 -

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Passai diversi giorni in ospedale, le ferite più lievi stavano pian piano guarendo. Di lì a poco sarei anche potuta uscire dall'ospedale e la mia intenzione era traslocare dai miei genitori che si erano trasferiti da qualche anno in Nebranska, uno stato confinante con il Colorado. In questo modo avrei potuto ricominciare e lasciarmi alle spalle tutto quello che era successo in quei mesi.

La cosa sarebbe stata difficile, però: i ricordi riguardanti Jenna, Toby e tutto ciò che era accaduto nell'ultimo periodo, aleggiavano continuamente nella mia mente come una maledizione che si era impadronita di me impedendomi di cambiare umore.

Nate, nel frattempo, continuava a farmi visita ogni giorno per assicurarsi che stessi bene, psicologicamente parlando. Era un ragazzo di 25 anni, fisicamente nella norma. Aveva dei profondi occhi verde smeraldo e dei capelli castani scuro, mossi e abbastanza folti che gli davano un'aria sbarazzina e giovanile. Caratterialmente parlando, era molto premuroso e dolce, anzi forse anche troppo nei miei confronti, ma io avevo iniziato a costruire un muro intorno a me.

Cercavo di isolarmi dal mondo per non ripetere gli stessi sbagli e, anche se stava facendo solo il suo mestiere, preferivo non mettere in mezzo di nuovo le mie emozioni.

Dopo una settimana dal mio risveglio, finalmente decisero di dimettermi da quel posto che stavo iniziando ad odiare. Se non avessi avuto intenzione di lasciare l'università per altri motivi, lo avrei fatto sicuramente per non dover passare ulteriore tempo in un nosocomio. Ovviamente amavo la medicina e il poter salvare le vite era un obiettivo che mi ero prefissata sin dalla tenera età, quando ero finita al pronto soccorso per una caduta.

Mi ero slogata il braccio cadendo dalla bicicletta su cui stavo imparando ad andare e i miei mi portarono subito al pronto soccorso per fasciarlo.

Rimasi affascinata dalla premura e dalla dedizione che ci metteva il personale di turno quel pomeriggio e tutto ciò mi rimase impresso, tanto da farmi mettere in testa che un giorno anche io sarei diventata un medico.

Ma in quel momento sarei voluta essere ovunque tranne che lì. Avrei fatto un corso di primo soccorso e mi sarei arrangiata in quel modo.

Nate venne a trovarmi anche quella mattina.

Era di buonumore come al solito, il che mi fece stranamente sorridere.

- Wow, allora i muscoli facciali non ti sono rimasti paralizzati nell'incidente – sorrise divertito, facendomi diventare rossa per la vergogna – e comunque dovresti sorridere più spesso invece di chiuderti nella tua bolla protettiva. Hai un bellissimo sorriso – si sedette accanto a me e il suo sorriso assunse un tono più dolce e affettuoso.

Abbassai lo sguardo mentre lui mise una mano sulla mia, facendo in modo automaticamente che lo guardassi.

- Ad ogni modo – scrisse qualcosa su un blocchetto per poi chiudere la penna con un 'click' e metterla nel taschino situato sul petto del camice verde insieme al piccolo block notes dopo aver strappato via il primo foglio – devo ammettere che mi mancherai – mi guardò con un'espressione quasi malinconica – per questo motivo, spero che mi ricontatterai – mi porse il bigliettino piegato e si alzò frettolosamente lasciandomi un bacio sulla fronte per poi andarsene.

Rimasi meravigliata dalla cosa aprendo il bigliettino e leggendo un numero di telefono scritto con inchiostro blu sulla carta bianca. Ma in fondo l'avevo capito che nella sua premura c'era qualcosa di più del semplice rapporto infermiere-paziente.

Sorrisi. Era una cosa carina, ma a. mi sarei trasferita a breve e b. non volevo più innamorarmi dopo Toby, per il quale provavo ancora molto.

Magari, in un lontano futuro, avrei messo da parte il passato e mi sarei innamorata di qualcun altro; ma in quel momento desideravo solo stare da sola e non sentir più parlare di ragazzi e sentimenti.

Verso mezzogiorno arrivarono i miei genitori per riportarmi a casa. Sarebbero rimasti qualche giorno con me, in modo che riuscissi ad impacchettare tutte le mie cose per poi trasferirmi da loro.

Mi dissero che avevano alloggiato nel mio appartamento durante la mia assenza, rimettendolo a posto per il mio ritorno; anche se li sembrava che ci avesse abitato qualcuno prima di loro. Forse avevano solo sottovalutato l'entità del disordine che era stato lasciato dalla polizia durante le indagini.

Appena arrivata mi guardai intorno per accertarmi di ciò che mi avevano riferito o per rassicurarli che non era possibile; ma avevo trascorso troppo tempo lontana da lì e non potei assicurarmene.

Inoltre, ovunque mi girassi, una scena di quella notte mi compariva nella mente, facendomi riempire gli occhi di lacrime pesanti.

Sentii mia madre mettere un braccio intorno alle mie spalle e accarezzarmi un braccio con l'altra mano, così la guardai sforzando un sorriso e andai in camera mia.

A parte il letto rifatto, era esattamente come l'avevo lasciata. Dovetti però ricredermi quando trovai un biglietto sulla scrivania. Mi avvicinai con cautela e guardai verso la porta, credendo che l'avessero messo lì i miei per chissà quale motivo.

Aprii il bigliettino lasciando cadere un oggetto che riuscii però a raccogliere prima che toccasse il pavimento in parquet. Era una braccialetto di corda marrone composto da due lacci legati insieme tra di loro.

Lo rigirai tra le mie mani diverse volte, esaminandolo con cura. Era scolorito in alcuni punti e sembrava essere stato appena lavato più di una volta. Sicuramente non era nuovo.

Lessi cosa c'era scritto sul biglietto, la calligrafia era incentra e tremolante e avevo capito a chi apparteneva dalla prima parola.

' Hey, Av,

So che ora mi odi e non ti biasimo. Se la situazione fosse stata ribaltata, anche io avrei provato questo sentimento nei tuoi confronti. Ma voglio fare una cosa che non ho mai fatto prima, non da quando posso rimembrare: voglio chiederti scusa per aver tentato di toglierti la vita, te lo dico con il cuore in mano. Sei l'unica persona al mondo a cui non avrei mai torto un solo capello e per colpa degli andazzi che ha preso la mia miserabile vita da quasi tre anni a questa parte, sono stato costretto a farti del male.

Ma io ti amo Avery McAdams, credimi. Sei comparsa nella mia esistenza improvvisamente come un anomalo raggio di sole in una giornata tempestosa e mi hai tirato fuori da quell'inferno che la mia vita stava diventando. Mi hai salvato la vita e te ne sarò eternamente grato.

Ora però, la smetto di fare il ragazzino innamorato, non mi si addice. Mi immagini a fare il coglione come quegli adolescenti che si vedevano (o se ne vedono ancora?) in televisione?

Scommetto che stai sorridendo ora. E ti giuro che non sono appostato alla finestra.

Credo che lascerò perdere quella finestra per un po', in realtà. Ti lascio tutto il tempo che vuoi e se deciderai di allontanarti per sempre, credo che lo capirò. Ma ti prego di farmi almeno sapere se stai bene e quando uscirai dall'ospedale.

Mi mancherai tanto piccola.

Oh, un'ultima cosa. Il braccialetto era l'unica cosa che possedevo della mia vecchia vita e vorrei che lo tenessi tu. Mia sorella ne aveva uno uguale e credo fosse il motivo per cui me la ricordo ancora, nonostante l'amnesia. Spero che almeno questo tu decida di tenerlo e magari ti ricorderà i momenti belli passati con me. (togliendo i miei coinquilini e il mio capo che ti hanno reso la vita difficile per diversi mesi).

- Toby'

Sorrisi mentre le lacrime scendevano silenziose e calde sul mio viso. Non avevo nemmeno provato a ricacciarle, sarebbe stato inutile. Decisi di indossarlo quel braccialetto, infondo lo amavo ancora troppo per poterlo dimenticare così da un momento all'altro e non sarebbe stato di certo un bracciale a ricordarmi della sua esistenza. E poi, era l'unico modo che avevo per sentirlo vicino a me anche in uno Stato differente.

Scossi la testa e ripiegai il foglio per poi riporlo nel cassetto della scrivania. Poi mi buttai sul letto a guardare il soffitto.

Dopo un po', presi il cellulare e composi un numero di telefono.


Stockholm Syndrome - Ticci TobyDove le storie prendono vita. Scoprilo ora