Siamo la società dei social. La generazione sempre connessa. I "nativi digitali", ci chiamano. Siamo nati con un cellulare fra le mani. Siamo bravissimi a smanettare con uno smartphone ma siamo incapaci di provare vere emozioni. Abbiamo dimenticato cosa sia il vero amore. Quante volte sentiamo parlare di "amore virtuale", storie nate sui social e che sui social restano. Non c'è amore, solo tante parole gettate al vento. Ci priviamo quotidianamente di contatti fisici. Veri contatti. È triste sapere di toccare più lo schermo di uno smartphone che una persona. È triste credersi "sociali" e rendersi conto di essere diventati asociali. Tendiamo ad escluderci. Preferiamo rimanere dietro uno schermo. Diventiamo codardi, pigri, apatici. Sono più le emoticon che utilizziamo, dei sorrisi che gli altri ci fanno spuntare sul viso. Siamo freddi. Siamo pezzi di ghiaccio. Siamo ormai parte del nostro cellulare. Siamo nulla senza di esso. Non siamo in grado di affrontare un vero discorso fuori dai limiti, dai confini, dalle protezioni che ci garantisce il network. Protezioni poi. Non è proprio corretto. Non ci pensiamo spesso, ma il network, i social, i telefoni non ci offrono nessuna sicurezza. Tutto ciò che facciamo è rintracciabile. Tutte le parole che pronunciamo, scriviamo, leggiamo sono quasi di dominio pubblico. Basta un'app giusta e un po' di volontà e chiunque potrebbe appropriarsi dei nostri dati personali, lasciando che di personale ci sia solo il nome. Siamo la generazione che dietro la tastiera ha la forza tale da poter spaccare tutto e, nella vita reale, non è in grado neppure di dare vita ad una conversazione con un conoscente. Ci rifugiamo nei nostri telefoni. Lasciamo che i nostri ricordi siano impressi in essi; facciamo sì che restino nelle foto che scattiamo e non diamo peso a renderli vividi nella nostra memoria. Ci rifugiamo nei messaggi importanti. Quelli che archiviamo. Quelli che ci riempiono il cuore. Scriviamo cose che proviamo ma che non siamo in grado di esternare. Proviamo a sostenere discussioni serie attraverso uno schermo. Vogliamo far nascere amicizie, senza neppure vederci dal vivo. Per noi tutto questo è la normalità. Non ci stupisce, non ci mortifica. È la nostra quotidianità. Lo facciamo tutti, lo viviamo tutti. Siamo i nativi digitali ma non siamo solo noi a vivere con un cellulare in mano. Grandi e piccini sono, ormai, abituati a condividere qualsiasi cosa con il mondo. Mi stupisce, mi intristisce come gli adulti pensino più a scrivere commenti, post, pubblicare foto che ai propri figli, alle proprie faccende, alla propria vita, privacy. Si vuole parlare di "violazione della privacy" quando siamo noi stessi i primi a non rispettare la nostra vita privata. Postiamo tutto ciò che ci capita pur di fare invidia. Esattamente. INVIDIA. I social sono nati con lo scopo di mettere in contatto persone lontane. Stanno diventando il mezzo più potente con il quale poter far sentire inferiori i nostri "followers". Ci lamentiamo se il mondo va a rotoli ma siamo i primi a non fare nulla. Siamo la generazione degli scansafatiche. Viviamo in una realtà in cui, chi lavora sodo, passa in cattiva luce. Siamo una generazione che vive nei limiti. Ci sono gli introversi e ci sono gli estroversi. Nessuna via di mezzo. Vediamo o tutto bianco o tutto nero. Eppure a noi piace così. A noi piace la nostra realtà. Ci troviamo bene nei nostri limiti, nei nostri rifugi, quasi avessimo paura di uscire allo scoperto. Viviamo le nostre vite, le nostre esperienze a modo nostro. E chissà come sarà il futuro. Solo vivendo potremo scoprirlo.
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Adesso tocca a me.
Fiction GénéraleSe siete venuti qui con l'aspettativa "della grande storia d'amore" o "della storia ricca di colpi di scena", avete sbagliato persona. Solitamente non scrivo per gli altri ma oggi ho deciso di aprire al pubblico tutto il profondo abisso che si nasc...
