Ricordi del cubo

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Un parallelepipedo di plastica colorata, a prima vista. Non piatto, perché sopra ho come delle piccole protuberanze, otto per la precisione, tonde e basse. Insomma un gigantesco pezzo di lego, se siete ancora là a guardarlo.

Ecco, potrei sembrare inutile anche ad una terza occhiata, sinceramente. Nessun meccanismo, rumori o luci, parti in movimento, insomma un po' noioso.

Ma quando stavo con lui, quel bimbo un po' ciccio e chiacchierone di cui mi chiedete, vivevo ogni giorno una vita diversa.

Nei primi tempi vagavo dall'essere un grande camion che girava sul banco d'asilo come fosse in piena autostrada, all'auto sportiva che lo vedeva come l'autodromo dove prendere le curve tutti piegati. E uscendo dai confini spaziali mi sentivo un fuoristrada inerpicato su per la ripida gamba a raggiungere la cima ambita.

Oppure nel periodo architetturale ero un alto palazzo verticale attorno al quale si consumavano tragedie, incontri, fughe e inseguimenti. E in vena drammatica a volte finiva in crollo da terremoto o come base per una riedizione del primo king kong, quello in bianco e nero con l'eroe che porta su la principessa e combatte gli aerei. So che il bimbo non aveva mai visto i fotogrammi finali, per lui il re era vittorioso e glorioso.

Ma c'erano anche giorni faunistici in cui ero proprio io il re scimmione gigante con la fanciulla in braccio oppure l'elefante che a volte correva contro tarzan e a volte invece ne era la fida cavalcatura.

Oppure un tamburo degno di villaggi bantù, una grossa clava adeguata a dei cavernicoli, un mustang nero e fiero, una roccia da scalare o un transatlantico da affondare.

Ma il bimbo aspettava ogni giorno il momento speciale. Era allora che le mie funzioni diventavano spettacolari, soddisfacenti, esplosive.

Le maestre nella mezz'ora prima dell'uscita davano il via libera ai bambini, ognuno col suo cubo, e questi finalmente assieme, impugnandolo, giravano e si inseguivano, si scambiavano di posto e si mettevano d'accordo, si sfidavano e si combattevano.

Poi tutti assieme costruivano un grande muro, fatto di noi mattoni leggeri, ognuno di un colore diverso. E al suono dell'ultima campana, con urla di gioia e strilli di piacere, tutti assieme bambini e maestre abbattevano gloriosamente la parete, come fosse l'ultima barriera fra i singoli e l'ultimo ostacolo prima di tornare a casa.

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