Questa settimana ogni minuto libero 𝑙'ho passato con 𝑖 ragazzi, abbiamo rubato qualche lattina al supermercato, fatto nuovi graffiti, ascoltato ore di playlist, parlato 𝑒 riso ogni volta, ed è sembrato come se tutto il resto si fosse fermato.
Ora ci stiamo avviando tutti insieme all'uscita, dietro alla mandria di liceali in corsa verso la libertà.
Io mi volto, dirigendomi verso 𝑙'aula del corso, saluto 𝑖 ragazzi con un cenno del capo, 𝑒 ricevo risposte diverse da ognuno di loro.
Entro 𝑒 trovo tutti al lavoro, tranne Eva, la figlia dei fiori dai lunghi capelli neri, che sta ancora addentando un enorme panino di insalata 𝑒 verdure varie.
Noto che Judah non è ancora arrivato, 𝑜 forse non verrà. Non lo vedo da quel giorno al parco.
Penso sia meglio così, in fin dei conti. Siamo troppo simili, 𝑒 troppo distanti. Questo almeno è quello che mi costringo 𝑎 credere.
Comincio un nuovo lavoro, questa volta un mix di tecniche; comincio con una semplice bic nera, poi passo gli acquerelli, 𝑒 infine 𝑖 pastelli. Il disegno consiste in un viso, contratto in una smorfia di disperazione, ansia, paura. Le lacrime di frustrazione sono viola, sulla pelle azzurra, mentre gli occhi sono grigi 𝑒 vitrei, ricoperti di lacrime.
Spesso la mia arte è ambigua 𝑜 drammatica, questo perché è 𝑙'unico modo che conosco per esprimere le mie emozioni 𝑒 lasciarmi andare.
Senza 𝑙'arte, 𝑖 libri, la scrittura, io non potrei vivere, è così 𝑒 basta. In apparenza sembro forte, fredda, imperturbabile, ma non mi sento tale, mi sento sempre fragile; non riesco ad immaginare in che condizioni vivrei se non avessi tutto questo 𝑎 proteggermi.
Verso la fine della prima ora la porta si apre sbattendo, ed entra un Judah seriamente spaventoso, con 𝑖 capelli completamente in disordine, la camicia nera stropicciata 𝑒 in parte sbottonata, da cui si intravedono una mezza dozzina di tatuaggi in inchiostro nero, che saltano all'occhio grazie al suo colorito cadaverico. Per non parlare del suo sguardo, fiammeggiante, 𝑒 al contempo freddo, fragile.
Una fragilità che lo rende ancora più pericoloso 𝑒 disperato.
Non guarda nessuno, ma sembra scrutare tutti solo con la sua presenza; entra come una furia 𝑒 si siede pesantemente 𝑎 due banchi di distanza da me, cominciando 𝑎 scarabocchiare qualcosa con la china.
Non mi guarda, non si gira verso di me.
𝑒 questo mi ferisce, anche se non ne capisco il motivo; insomma, lo conosco da quanto? due settimane?
Nessuno osa avvicinarglisi, nemmeno il prof, che rimane seduto 𝑎 guardarlo di traverso.
Mi rimetto al lavoro, cercando di ignorare la sua presenza.
***
Arrivo da Levi 𝑒 mi appoggio alla parete esterna della sua stanza, mentre Aidan va 𝑎 picchiare sulla porta per avvisarlo della nostra presenza.
Ad aprire però non è lui, ma Judah, ancora vestito come quella mattina.
"Che volete?" chiede guardando Aidan.
"Levi?" gli risponde lui.
"Non è qui" dice, per poi tirarsi indietro, pronto 𝑎 richiudersi la porta alle spalle.
Io lo blocco, mettendo una mano sulla porta, 𝑒 cerco il suo sguardo:"Puoi indicarci dove potrebbe essere?"
"𝑒 perché dovrei saperlo?"
"Beh, magari perché vivi con lui?" continuo, 𝑒 lui alza la testa, lanciandomi uno dei suoi famosi sguardi ghiacciati.
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The breakfast club
Novela JuvenilCinque adolescenti che riescono a cambiare le cose, che lottano per quello che credono giusto. Una ragazza, che trova qualcuno di così simile a lei, che riesce a capirla. Riuscirà ad accettare i propri sentimenti? Una teen fiction per chi ama legge...
