9. Palette di colori

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“Il cuore può diventare davvero freddo se tutto quello che hai conosciuto è l’inverno”   - Benjamin Alire Sáenz

EREN

Nelle ultime settimane, tra me e Levi stava andando a gonfie vele. Sembrava che l’episodio della sera della prima nevicata non avesse messo un freno alla nostra relazione. Anzi, Levi sembrava dispiaciuto di non potermi dare quello che avevo cercato quel giorno, ma io gli avevo fatto capire che non avevo bisogno di nient’altro oltre a quello che lui poteva darmi.

Ormai mancava solo una settimana all’inizio delle vacanze di Natale, avrei voluto che ci vedessimo durante le feste, ma Levi diceva che non poteva venire a trovarmi e quando gli avevo proposto di restare un po’ da lui se ne era uscito con un no categorico e sembrava, a dirla tutta, preoccupato dell’idea. Perciò non insistei oltre e mi limitai a godermi il tempo che passavamo insieme.

Una mattina, quando stavo per entrare all’Università, vidi Levi fermo in mezzo al prato antistante l’edificio, accucciato a toccare l’erba con le dita.

“Hey, Levi”, lo salutai. Lui si voltò verso di me, sorridendo e ricambiando il saluto.

“Cosa fai?”, gli chiesi, accovacciandomi vicino a lui per osservare meglio. Stava sfiorando con le dita dei denti di leone, ce ne erano parecchi nei giardini del campus e Levi sembrava fissato con quel fiore.

“Ti piacciono proprio questi fiori, eh?”. Lui si voltò verso di me, con uno sguardo triste, per poi tornare a osservare i fiori.

“Erano i preferiti di mia madre”, confessò. Ecco, stavo per fare battute sul fiore preferito di sua madre… della quale ha appena parlato al passato. Complimenti, Eren.

“Le piacevano molto più i fiori spontanei che di quelli coltivati”, spiegò. “Diceva che le piaceva la loro semplicità”. Continuava a parlarne al passato… le era successo qualcosa?

“Lei è…” non sapevo se finire la domanda o no.

“Non è morta…”, rispose lui, prima ancora che finissi di parlare. “…ma è come se lo fosse”, aggiunse. “È attaccata a un respiratore… e non si sveglierà”, concluse.

“Mi dispiace molto”, dissi, appoggiando una mano sulla sua. Era strano che Levi parlasse così apertamente e spontaneamente di qualcosa di personale.

“Le ho raccontato di te”, aggiunse. “Anche se non può sentirmi”, precisò.

“Davvero?”

“Lo avrei fatto anche se fosse stata sveglia”, sorrise a quel pensiero, “ti avrebbe adorato”, arrossì lievemente a quella frase e si alzò, per dirigersi verso l’Università.

“Vorrei che conoscessi i miei genitori”, gli dissi io, alzandomi a mia volta.

“Lo so, Eren”, rispose, triste, “Lo vorrei anche io… ma non posso”. Detto questo si voltò e si diresse verso l’ingresso. Io gli andai dietro e lui, forse aspettandosi una domanda, riprese la parola: “ti prometto che ti dirò il perché. Davvero. È solo che… non sembra mai il momento giusto”.

“Va bene, tranquillo”, gli dissi, posandogli una mano sulla spalla.

Dovevo solo aspettare il momento che lui avrebbe ritenuto migliore.

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Durante quell’ultima settimana all’università, gli esami finali andarono bene, sia a me che a Levi. Lui prendeva voti più alti di me, ma il mio obiettivo era solo superarli, visto che non ero mai stato un fenomeno a scuola, perciò mi accontentavo. Finiti gli esami del semestre, finalmente, potei rilassarmi. Poiché era l’ultimo giorno che passavo interamente al campus, Levi venne da me e passammo il pomeriggio insieme, così gli avrei anche consegnato il suo regalo di Natale. Notai che anche lui aveva con sé un pacchetto verde, deve essere il mio regalo, constatai eccitato.

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