È il tuo lavoro

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Clarke
Mi stropicciai gli occhi e quando riacquistai un po' di lucidezza mi accorsi che ero stesa per terra
"Perché sono.."
"Ti ho chiamato, fatto suonare la sveglia sull'orecchio, lanciato un cuscino addosso e ti ho buttato per terra. Sei ufficialmente la persona col sonno più pesante che abbia mai conosciuto, ora sbrigati che gli altri ci aspettano in mensa tra 5 minuti"
Ancora scombussolata mi alzai, andai in bagno e mi ripulii.
Puntuali come un orologio svizzero, 5 minuti dopo eravamo in mensa, mentre la cuoca mi chiedeva cosa volessi per colazione la mia testa ritornò al sogno che avevo fatto, quel sogno osceno.. si, solo un sogno.
Optai per un bicchiere di latte e un muffin al cioccolato, semplice ma molto 'aesthetic', come direbbe Madi.
Arrivai al solito tavolo che era colonizzato dai miei amici, tirai un sospiro di sollievo quando mi salutarono ancora mezzi addormentati invece che tirarmi insulti. Quello che mi faceva più ridere era Murphy, aveva una tazza di caffè gigante, gli occhi assonnati, i capelli tutti arruffati e ancora il segno del cuscino sulla faccia.
Tu non c'eri, Luna mi disse che te l'eri presa con comodo perché il tuo professore arrivava sempre quindici minuti dopo la campanella.
Finita la colazione mi diressi verso il mio armadietto, ero in anticipo di una decina di minuti, ma come avevo detto a Lexa la sera prima, dovevo leccare un po' il culo a Strandler perché mi ammettesse.
Mentre prendevo il libro di matematica qualcuno mi abbracciò da dietro, sapevo già che eri te, ma i capelli castani che comparirono sulla mia spalla furono la conferma.
"Sono arrivata tardi?" avevi la voce ancora rauca dal sonno
"Il mio teatrino deve ancora iniziare, quindi suppongo di no" risposi girandomi verso di te
I tuoi occhioni verdi erano più verdi del solito, avevi una mela in mano, vestita sempre rigorosamente in nero, matita per risaltare i tuoi occhi e i capelli impeccabilmente piastrati.
"Mi sei mancata ieri, non ti ho vista per tutto il giorno"
"Lo so, anche te.."
"Che hai?" i tuoi occhi mi fissavano, le tue mani erano sui miei fianchi e il corridoio affollato, ma nonostante questo c'eravamo solo io e te. Non mi vergognavo, non ero triste, ero felice di stare vicino a te.
Più guardavo quei due occhioni e più i pensieri si facevano pesanti sulla mia testa, dovevo parlarti di ciò che era successo.
Furono le tue labbra sulle mie a congedarmi da tutti quei pensieri, ti avrei parlato, ma non ora. Ora volevo solo godermi quel bacio che mi stava dando la persona che amavo.
Le tue labbra erano come sempre soffici, sapevano di caffè e mela, ho sempre odiate entrambe le cose ma devo dire che in quel momento il loro gusto in bocca non mi dispiaceva.
Ti misi le mani dietro il collo e approfondii quel bacio a stampo, te non sembravi dispiaciuta della cosa.
Appoggiasti il gomito sull'armadietto e con l'altra mi presi il viso, le nostre lingue giocavamo ad acchiapparella, ma nonostante questo non era un bacio avido, lussurioso, ma un bacio dolce e colmo di passione.
Sta volta fu il suono della campanella a svegliarci da quel sogno
"Mi sa che devi andare" dissi mordendomi il labbro inferiore
"Ci vediamo nella pausa? Vorrei parlarti di una cosa"
"Va bene, mi devo preoccupare?"
Non risposi. Non sapevo cosa rispondere. Si? No? Alla fine avevo solo baciato la tua nemesi e sognato di farci sesso.
Feci finta di essere in ritardo e ti rubai un bacio prima di scappare in aula.
Nonostante i miei buoni propositi di rimanere attenta fallii miseramente dopo 5 minuti, ero troppo ansiosa per ascoltare quel beota parlare di numeri di prima mattina. Pensai ad un discorso che non mettesse troppo in cattiva luce Bellamy, ma allo stesso tempo facesse risultare me quasi del tutto innocente, alla fine la colpa era sua, è lui che mi aveva trascinato in sta cosa.
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Finalmente è arrivato Giugno, finalmente è finito il periodo scolastico. Certo, non si è concluso nel meglio dei modi ma è finito. Un anno andato, mancano altri quattro.
Dopo averne parlato con te ne ho parlato anche con Raven e Octavia, quest'ultima voleva uccidere il fratello, l'altra invece si è offerta di farmi ripetizioni. Nonostante Raven sia difficile da capire c'è l'ho fatta, sono entrata al corso.
Con te non ci ho più parlato da quel giorno, in quel bagno.
Abbiamo, o meglio hai, deciso di prenderci una pausa di "riflessione" o meglio accettazione e perdono da parte tua. Entrambe eravamo come due calamite dello stesso polo, ci evitavamo e non ci incontravamo neanche per sbaglio.
Non è stato facile non poter essere più tua e tu più mia, sicuramente stare nello stesso college e avere tutti amici in comune non ha aiutato.
Ogni volta che uscivamo ci stavamo lontane, spesso una di noi scopriva l'altra a mangiarla con gli occhi, ma entrambe eravamo troppo orgogliose per fare il primo passo.

Lexa
"Allora Lexa, com'è andata questa settimana?"
"Come al solito"
Brava Lexa fai la cazzona menefreghista. Lei ti aiuta e te che fai?
Come ogni martedì ero nell'ufficio della dottoressa Franco, lei è la sorella gemella della professoressa che insegna al Granny, nel reparto ingegneria spaziale. Vengo qui da quando è finita la scuola, quindi circa tre settimane, è stato il coach a mandarmi da lei, vedendomi sempre molto distaccata negli allenamenti. Il coach si preoccupa sempre molto per me, è come una specie di papà, o almeno la cosa più vicina ad un papà che abbia mai avuto.
"Ok.. hai fatto qualcosa di diverso, magari con Aden o Roan?"
"No"
Se devo essere sincera odio gli psicologi, voglio dire vengono pagati per ficcare il naso nelle faccende altrui, che senso ha?
Forse gli odio perché ci vado da quando ho memoria, forse perché ne ho cambiati almeno 5 negli ultimi 3 anni, forse perché odio parlare di me.
Nonostante Alie fosse molto discreta a farmi le domande, preoccupandosi di non toccare troppo il fondo e di non mettermi in imbarazzo, io ero muta. Un vegetale. Non so perché.
Volevo parlare, tirare fuori le cose che avevo da dire, ma non c'è la facevo. Non sopportavo l'idea di essere vista debole da qualcuno, e quando facevo stare zitta quella vocina nella mia testa la mia di voce moriva in gola, non usciva.
"Hai qualcosa in programma i prossimi giorni, magari andare in vacanza o uscire con i tuoi amici?"
"No"
Lei annuiva e scriveva, era dietro la sua scrivania in marmo piena di scartoffie, seduta sulla sua poltrona nera in pelle, i capelli legati in una coda bassa morbida, gli occhiali rotondi che le cadevano sul naso, un po' di rossetto e un trucco leggermente accennato con del mascara, una camicetta semplice a tovaglia blu e dei jeans neri non troppo attillati. Dietro di lei una serie di diplomi, master e lauree in psicologia, delle scritte di autori importanti e in vasetto di orchidee.
Il suo ufficio era abbastanza grande, sarebbe stato comodamente un salotto, ma era troppo stretto per un claustrofobico.
"Lexa per favore posso vedere i polsi?"
Senza esitare alzai le maniche e gli passai i polsi, lei tolse le fasciature ed esaminò i miei tagli. Erano vecchi, quasi del tutto guariti anzi, da quando è successa quella cosa non aveva senso tagliarmi se poi non c'era lei che mi fasciava i polsi. Avevo perso interesse, non mi divertiva più come prima. Almeno era una cosa positiva.
"Posso accendere una sigaretta?"
"Sei nervosa?"
"Posso?" richiesi insistente
"Va bene"
Accesi una sigaretta e feci un tiro lungo, se il vizio di tagliarmi era passato, quello del fumo era peggiorato.
"Allora Lexa facciamo il punto della situazione, te vieni qui da quanto? 21 giorni? In 21 giorni abbiamo fatto 9 sedute, in queste 9 sedute hai sempre detto la stessa cosa"
"Perché mi fai sempre le stesse domande" sputai facendo un altro tiro
"E te mi dai sempre le stesse risposte monosillabiche"
Forse si aspettava che controbattessi, ma mi limitai a far uscire il fumo dal naso e alzai un po' la testa
"Questo percorso lo stiamo facendo insieme, quindi te mi.."
"Insieme? Oh no, qui ci sono solo io. Sono io quella che soffre, sono io quella che sta chiusa in camera a piangere tutto il giorno, isolandomi dalle persone e autodistruggendomi, te sei solo uno spettatore in sta commedia" notai dopo di aver alzato la voce e mi ricomposi
"Sai con questo piccolo sfogo mi hai dato più informazioni di quante me ne hai date in tutto il percorso" disse contenta
"So cosa provi.."
"Oh no te non lo sai, te stai qui, scrivi nel tuo blocchetto e basta. Quindi non far finta di sapere cose che non sai"
Ormai avevo perso le staffe
"Lo sai Lexa che io ogni mattina mi sveglio, entro qui e ascolto storie, anche peggio della tua, per tutto il giorno? Ho una pausa di circa 10 minuti dove devo andarmi a prendere il pranzo e andare in bagno. Sto chiusa in questo ufficio quante? 16 ore al giorno? In queste 16 mi vedo davanti gente arrabbiata, gente che piange, gente taciturna e gente con crisi isteriche. Io devo sorbirmi tutte le loro storie penose e tristi, devo trovar una soluzione e devo cercare di non buttarmi dalla finestra"
"È il tuo lavoro"
"Lo so e io lo amo. Ma non è tutto rose e fiori come vedi te. Lo sai, prima di te ho avuto un ragazzo di 14 anni cicciottello che si era quasi suicidato. Come pensi sia per me vedere e sentire questi orrori? Se poi la gente non contribuisce ma comunque pretende delle soluzioni come pensi che possa fare? Non faccio miracoli Lexa"
"È il tuo lavoro" che sono un disco rotto?
"No, il mio lavoro è interloquire con la persona, non parlare ad un vegetale"
Fece una pausa e si tolse gli occhiali
"Quindi ora ti chiedo di sforzarti un po', a piccoli passi, ma di ripercorrere il tuo passato insieme"
La cosa che mi fece strano era tutta la delicatezza e amore con cui mi aveva fatto quel discorso, io mi sarei messa ad urlare e lanciare cose, lei parlava come avesse paura di svegliare un bambino che dorme.
"Lexa hai programmi per dopo?" disse mentre si alzava
"No"
"Puoi tornare a casa tardi?"
"Si"
"Bene, prendi il cappotto"

Foreste nell'oceanoDove le storie prendono vita. Scoprilo ora