Infermieri e commedie rosa

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«Guarda che a una certa cadi» borbotto, continuando a guardare il cellulare. È tipo un quarto d'ora che Feli sale e scende le scale di corsa. Non so cosa ci trovi di divertente, ma sta continuando a ridere. Ed è tipo un quarto d'ora che io continuo a dirgli che continuando così, cadrà. Ma figuriamoci se mi ascolta. Spero solo che la smetta in fretta.

«Non cado!» esclama.

«Sì, che cadi» continuo.

«L'ultima volta, davvero, poi basta!». Lo sento arrivare in cima alla rampa, fa un sospiro stanco –grazie al cazzo– e rincomincia a scendere. Poi, un rumore. Un rumore diverso. Un rumore sbagliato. Mi volto accigliato nel momento esatto in cui rotola giù e sbatte con la testa contro il davanzale in marmo.

Il cuore perde un battito. Bhe, un bel po' di più di uno. Scatto in piedi e in due falcate lo raggiungo, sbarrando gli occhi. E devo appoggiarmi al muro, visto che la pressione finisce direttamente sotto le scarpe quando noto il taglio sulla fronte sanguinare copiosamente. Cazzo. Cazzo, cazzo, cazzo. Ci guardiamo un millisecondo, prima che la sua scarica di adrenalina passi e gli si riempiano gli occhi di lacrime. Lo fisso ancora, con la mente totalmente vuota. No, no, Adam, pensa. In fretta. Aiuto, aiuto. Scale, cadere, botta, testa, sangue. Grave! Molto, molto grave.

«È ok, è ok, Feli, è ok, va tutto bene, va tutto bene, è ok» balbetto, catapultandomi in cucina, aprendo lo sportello del freezer e prendendo la prima cosa che mi capita sottomano. I pisellini primavera vanno benissimo. Avvolgo il pacchetto in uno strofinaccio e torno alla svelta da Felice, che se ne sta lì, abbandonato sull'ultimo gradino della scala, a piangere disperato. «Ecco, ecco, non è successo niente, non è successo niente» continuo, premendogli il pacco ghiacciato sulla fronte. Porca miseria, cosa cazzo faccio!? Ha preso una bella botta in testa, si è aperto la fronte. Sta sanguinando. Prendo un respiro profondo, non è per niente il momento per la mia emofobia di entrare in scena. Felice sta male, io non posso svenire e... dobbiamo andare all'ospedale. Magari gli devono mettere dei punti, o non so che cosa. Non sono un cazzo di dottore. «Ce la fai ad alzarti?» chiedo. Domanda stupida, ma va bene. «Devi alzarti, dai, andiamo in ospedale» lo incalzo, al che sbarra gli occhi e inizia letteralmente a gridare come un pazzo. Si aggrappa al corrimano, continuando a urlare e a piangere. Eh, no, io non lo tengo in casa. Adesso andiamo in ospedale, a costo che gli debbano mettere solo un cerotto. «Dai, Feli, alzati, andiamo, dobbiamo andare» asserisco, il più risoluto possibile.

«No! All'ospedale no!» strilla. Sono ben consapevole che odi i medici, non gli piacciano gli infermieri e vorrebbe radere al suolo ogni complesso ospedaliero, per ogni visita di routine pianta su una grana tremenda e quando ci sono degli aghi coinvolti, l'unica è portarlo di peso, ma ora si deve andare, senza se e senza ma.

«Sì, in ospedale sì, alzati, Felice, andiamo» continuo, strattonandogli una spalla. Scuote la testa e grida ancora, stringendo le mani alla sbarra d'acciaio. Faccio un sospiro spaventato, mi alzo nervosamente e, nonostante opponga una resistenza incredibile per un bambino di otto anni, riesco a prendergli le mani. Si lascia a peso morto sul pavimento, continuando a perforarmi i timpani con quella sirena che ha in gola. «Basta, non piangere, dai, è una cosa veloce, andiamo all'ospedale» provo a dirgli, in una maniera un po' più rassicurante. Grida ancora di più, mi tira un calcio sullo stinco e cerca di liberarsi le mani. Ok, non va bene. È pallido, continua a sanguinare e se sviene, allora svengo anche io. Fanculo alla bradicardia e alla pressione arteriosa. Mi abbasso e, con una velocità che non pensavo di avere, gli lascio le mani e lo prendo in braccio. Caccia un urlo direttamente contro il mio orecchio, si dimena come un'anguilla per liberarsi, ma lo stringo ancora di più, per evitare che cada di nuovo.

«Lasciami! In ospedale no! Sto bene! Te lo giuro!» uggiola.

«Non stai bene, è una cosa veloce, te lo prometto, non ti succede nulla» rispondo, provando ad accarezzargli la schiena. Appena metto piede nell'ingresso, si aggrappa allo stipite e si tira via. Cazzarola, ma quanto è forte? «No, no, Feli, dai, basta, andiamo. Più fai così, peggio è» biascico, strattonandogli i polsi.

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