Il peso delle scelte

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                                                                                                                                            BLAKE

Era andato tutto a puttane.

Ogni passo era un coltello infilato nei muscoli, ogni respiro un fuoco che bruciava tra le costole. Donovan e i suoi uomini ci avevano ridotti a sacchi da boxe il giorno prima. Ma non era quello a farmi più male. C'era un vuoto al centro del petto che non riuscivo a ignorare, anche se non volevo ammetterlo.

Le avevo detto di andarsene, di non farsi più vedere. Io e i ragazzi eravamo d'accordo: aveva rischiato troppo. Anzi, tutti avevano rischiato troppo. Persino i suoi fratelli.

Donovan conosceva la sua identità. Sapeva chi era, da dove veniva. Gli Heart erano potenti, ma il loro cognome era un bersaglio puntato sulla schiena. Ogni passo che facevano li esponeva a un pericolo invisibile e costante. E tenerla vicino a me era come puntarle una pistola alla testa.

Non avrei mai dovuto riavvicinarmi a lei. E questa volta, giurai a me stesso, l'avrei lasciata andare davvero.

Donovan ci aveva sfidato apertamente, e questa guerra era diventata un ciclo infinito di colpi e contraccolpi. Avevamo iniziato a lavorare per lui quasi per caso, e per un po' tutto era filato liscio. Ma poi le sue richieste erano diventate troppo, persino per noi.

Avevo ucciso un uomo per conto suo, e gli incubi non mi avevano più abbandonato.

Era successo una notte di pioggia, in un vicolo lontano da occhi indiscreti. Il sangue caldo sulle mani, l'odore di polvere da sparo e metallo. Ricordo la sensazione esatta della pistola, il peso del grilletto che scattava sotto il dito, il suono sordo del corpo che crollava a terra. Non era stato come nei film. Non c'era stata gloria, né giustificazione. Solo il silenzio, interrotto dal battito assordante del mio cuore.

Credevo che sarebbe stato più semplice. Che con il tempo avrei smesso di pensarci. Ma ogni volta che chiudevo gli occhi, lo rivedevo. La paura nei suoi occhi, la realizzazione, il terrore. Il modo in cui il suo corpo aveva ceduto alla morte. Mi svegliavo di soprassalto, il respiro corto, cercando di convincermi che fosse stata solo una notte tra le tante. Ma sapevo la verità: quella notte mi aveva cambiato. Non c'era redenzione per me.

Decidemmo di tirarci indietro, ma per farlo avevamo bisogno di una sorta di assicurazione. Questo era il piano originale. Riuscimmo a trovare un suo punto debole: era un doppiogiochista, persino con i suoi soci più potenti, quelli di Las Vegas. Quello che gli Heart non sapevano, però, era che il socio principale di Donovan era proprio il loro padre. E tenerla così vicino a me era come chiuderla in una trappola perfetta e servirla a suo padre.

Peter e Kyle trovarono dei documenti che inchiodavano Donovan, così decidemmo di minacciarlo per uscire dal suo giro. Ricordo che quel giorno ci sentimmo i padroni del mondo. Ma durò poco, perché Donovan era molto più potente del previsto. Iniziò a colpirci lentamente, e il problema furono le nostre risposte. Oltre a ciò che sapevamo su di lui, nel tempo gli avevamo fatto perdere parecchi soldi. Ora era assetato di vendetta.

Non doveva ricollegare gli Heart a noi. Se l'avesse fatto, avrebbe scatenato una guerra. E io e i ragazzi dovevamo trovare una soluzione.

Ero steso sul divano da un po'. La casa era immersa nel silenzio: sia Kyle che Peter erano usciti. Ci saremmo rincontrati nel pomeriggio in palestra; non potevamo più permetterci di saltare gli allenamenti, dato che tutti e tre avevamo una borsa di studio sportiva. Non so perché, ma in quel momento mi venne voglia di chiamare i miei genitori. Non li sentivo da un po', e considerando il nostro rapporto degli ultimi due anni, non ero nemmeno sicuro che avrebbero risposto.

Mi giravo e rigiravo il telefono in mano, quando mi arrivò un messaggio di Kyle: il coach aveva anticipato gli allenamenti, e avevo dieci minuti per prepararmi prima che lui arrivasse sotto casa.

Mi alzai e, in modo meccanico, iniziai a prepararmi. La mia testa era una centrifuga di pensieri. La vendetta contro Donovan ci sarebbe stata alla prossima gara. Il piano era di sfidarlo pubblicamente, così da non dargli modo di tirarsi indietro o mandare uno dei suoi uomini. Io l'avrei battuto e umiliato. E al posto del solito montepremi, avremmo scommesso la nostra libertà.

Non era un piano perfetto, anzi. Ma non era ancora il momento di attaccarlo direttamente. Soprattutto, volevo evitare spargimenti di sangue. Ero stato io il primo a rispondere alle provocazioni di Donovan, e non mi sarei mai perdonato se fosse successo qualcosa ai miei amici.

E poi c'era lei. Cassandra.

La sua risata era un'eco che mi tormentava, una lama dolce che scavava ferite impossibili da richiudere. Chiusi gli occhi e il ricordo mi colpì, nitido e vivido, come se fossi ancora lì.

Avevo vent'anni, lei diciotto. Il sole bruciava alto mentre ci fermavamo al bordo della strada, poco fuori città. Avevamo pranzato insieme, come al solito trasformando ogni momento in una sfida. Stavolta era una gara d'auto.

"Sei sicura di voler perdere così?" le avevo detto con un sorriso provocatorio, appoggiandomi al cofano della mia macchina. Cassandra aveva riso, una risata che sembrava sfidare il mondo.

"Non sottovalutarmi, Blake," rispose, stringendo le mani al volante della sua macchina. I suoi occhi brillavano di un'energia che sembrava contagiosa.

La gara durò pochi minuti, ma ogni istante era inciso nella mia mente. Quando tagliò il traguardo, Cassandra esplose in una risata sincera e rumorosa, una risata che sembrava contagiare anche l'aria intorno a noi.

Ora quel ricordo era un peso. Mi ricordava tutto ciò che avevo perso. Ma non mi sarei pentito della mia decisione: l'avrei protetta da me e dalla mia vita.

Non era finita. Non ancora. Donovan non avrebbe mollato, e io sapevo che la prossima mossa avrebbe cambiato tutto.

Ricordami chi eroDove le storie prendono vita. Scoprilo ora