"Porto dentro di me ferite che non si vedono,
cicatrici fatte di parole mai dette."
Il silenzio era sempre stato il mio rifugio. Quante volte avevo ingoiato le parole, lasciando che il mondo intorno a me si riempisse di domande mai fatte?
Quante volte avevo affrontato i miei problemi da sola, per scelta. Non era colpa di nessuno, ero io.
Non permettevo a nessuno di tendermi una mano, reprimevo tutto fino ad arrivare al punto di non saper più distinguere la luce dalle tenebre.
Avevo sempre gestito tutto da sola, e lo stavo facendo di nuovo. Ero all'aeroporto, in attesa del mio volo, e il ticchettio dell'orologio non faceva altro che acuire la pressione sulle mie tempie. Ogni minuto che passava era un promemoria di ciò che stavo per lasciare alle spalle.
Io non parlavo. Non permettevo a nessuno di aiutarmi. Tenevo tutto dentro, come se proteggere il mio dolore fosse l'unico modo per dargli un senso.
La dottoressa Moore, per anni, aveva cercato di farmi capire che essere vulnerabili non era una debolezza, che lasciarsi aiutare era un atto di forza. E anche se razionalmente lo sapevo – ero la prima ad aiutare gli altri quando avevano bisogno – il mio riflesso incondizionato era sempre lo stesso: chiudermi a riccio, alzare muri su muri, fino a rinchiudermi nel mio silenzio.
Avevo mandato un messaggio a Mel dicendole che li avrei raggiunti la mattina presto, ma sapevo che all'alba sarei già stata in volo, diretta verso casa.
Non avevo chiamato nessuno. Né i miei fratelli, né i miei zii. Non volevo allarmarli. Non volevo dare loro un'altra opportunità di nascondermi la verità.
Pregai che Blake stesse bene. Poi chiusi il borsone e diedi un ultimo sguardo alla stanza che avevo condiviso con Mel, cercando di imprimere ogni dettaglio nella mia mente. Non sapevo se, o quando, sarei tornata.
Salita sull'aereo, controllai il telefono prima di spegnerlo. Un messaggio di Peter illuminò lo schermo:
"Sono passato in camera vostra per prendere un cambio per Mel. Dove ti sei cacciata, fragolina? Il tuo armadio è vuoto. Rispondimi."
Lo lessi, poi spensi il telefono senza rispondere.
Il viaggio sarebbe durato sei ore. Speravo di passarle dormendo, di recuperare un po' di forze.
Avevo già avvertito Jay del mio arrivo. Mi avrebbe aspettata all'aeroporto. Io e Jay eravamo cresciuti insieme, dall'asilo al liceo, sempre nella stessa classe, sempre compagni di banco.
Al e Lou avevano accolto tutti i ragazzini con famiglie disastrate. Nel nostro mondo, le famiglie sane si contavano sulle dita di una mano. Jay era diventato una costante, un fratello.
Il volo fu tranquillo, privo di turbolenze, ma il sonno mi sfuggì. I sedili scomodi e l'ansia che mi attanagliava lo stomaco non mi permisero di rilassarmi.
Atterrata e recuperata la valigia, accesi il telefono. Ignorai tutte le chiamate perse di Melody e dei ragazzi e chiamai Jay. Rispose dopo pochi squilli.
"Cass, sono qui fuori."
"Sto arrivando."
Sapeva. Lo sapevano tutti del ritorno di Trevor. Ma nessuno aveva pensato di dirmelo. Per questo, nel profondo, avrei voluto lasciarli al loro destino. Ma non potevo. Trevor colpiva loro per arrivare a me. E questa volta, oltre a capire il perché, avrei messo fine a tutto.
Uscii dall'aeroporto. Jay era lì, appoggiato a una berlina rossa. Alto, tatuaggi ovunque, occhi verdi, capelli rossi. Era stato il sogno erotico di tutte le ragazze del Ghetto. Per me, invece, era sempre stato il bambino gracile che correva sotto le mie coperte quando suo padre picchiava sua madre. Ora era un uomo. Ma per me, sarebbe stato sempre quel bambino.
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Ricordami chi ero
RomansaLa storia di Cassandra e Blake vi farà dubitare di ogni certezza Vi farà credere nei brividi sotto pelle Nel fiato che si spezza Nella pelle d'oca che non mente. Vi farà credere nelle anime prima dei corpi Nell'adrenalina come costante Nel destino...
