Come si torna indietro

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BLAKE

Non doveva succedere.

Lei non doveva essere con me e lui non avrebbe mai dovuto conoscerla.

Ero fuori in giardino con i ragazzi, mentre le ragazze erano in salone. L'aria era fresca, carica dell'odore umido dell'erba appena tagliata, e il crepuscolo disegnava ombre lunghe sui muri della casa. Il lieve fruscio delle foglie sembrava amplificare il silenzio carico di tensione che aleggiava tra noi. Peter e Kyle stavano discutendo sulla strategia da adottare per Donovan, mentre io mi ero chiuso nel mio silenzio.

Kyle era nervoso. Poteva fingere con chiunque, ma non con noi. In un modo tutto suo teneva a Melody, e a peggiorare il tutto c'era il fatto che non era la prima volta che lei lo accompagnava alle corse. Donovan lo aveva notato. Potevo capire il suo nervosismo perché il mio non smetteva di tormentarmi.

Cassandra poteva essere di nuovo in pericolo, e ancora una volta sarebbe stato per colpa mia. Non permettevo a nessuno di correre con me, eppure con lei non ero riuscito ad oppormi.

Ero stato stupido. Christopher Donovan cercava un mio punto debole da un anno, e io glielo avevo servito su un piatto d'argento.

Avevo sbagliato a reagire alla sua provocazione, ma era stato più forte di me. Non volevo che le si avvicinasse perché se lui sapeva essere spietato, lei sapeva essere testarda. E i due elementi insieme avrebbero portato a una catastrofe.

"Facciamo così," disse Peter, riportandomi all'attenzione.

"Io vado a ritirare la vincita e voi spiegate la situazione alle ragazze. Non terrorizzatele."

Entrammo in casa e, più mi avvicinavo a lei, più vedevo la voglia che aveva di urlarmi contro.

In quel momento, però, avevo bisogno di sentirla vicina e di parlarle.

Le presi la mano, e il mio cuore perse un battito quando non mi respinse e mi seguì di sopra. Ogni passo verso la mia stanza sembrava un viaggio nel tempo: il tocco della sua mano risvegliava un caleidoscopio di ricordi, momenti che avevo cercato di seppellire ma che ora tornavano con una forza disarmante. Non ero sicuro se fossi sollevato o terrorizzato dal fatto che lei fosse ancora lì, accanto a me.

Entrammo in camera mia.

Vederla lì mi riportò nel passato. Da bambini passavamo così tanto tempo tutti insieme che la mia camera era piena dei suoi giochi e di quelli dei suoi fratelli, e lo stesso valeva per loro.

La vidi curiosare in giro e non la fermai. L'idea del suo profumo impresso nella mia stanza e del tocco leggero sulle mie cose mi dava un certo senso di pace.

"Parlami, Blake."

Si era avvicinata a me e ora era al centro della stanza, mentre io la guardavo appoggiato allo stipite della porta.

Al sentire quelle sue parole tornai indietro. Ricordai la prima volta che, da bambini, mi aveva stretto la mano dopo uno dei tanti litigi con mio padre. "Parlami, Blake," aveva detto con la stessa dolcezza disarmante, e in quel momento avevo capito che, con lei, non c'era bisogno di parole elaborate o di maschere. Lei mi vedeva per quello che ero, e il solo pensiero mi travolse, come allora. Tornai a tutte le volte che con le stesse due parole aveva curato i miei demoni, tornai a tutte le volte che aveva spezzato i miei silenzi.

"È complicato."

"Posso farcela."

"Lo so."

Era questo a spaventarmi. Lei non si sarebbe tirata indietro, e io l'avrei di nuovo trascinata sul fondo. Proprio come allora, quando eravamo troppo giovani per capire i rischi e troppo testardi per fermarci. Era sempre stata la luce nei miei momenti più bui, ma io non avevo fatto altro che spegnere la sua, trascinandola nei miei casini.

"Donovan mi odia e tu sei entrata nel suo mirino perché eri con me."

"Perché?"

"L'ho fatto arrabbiare parecchio. O meglio, lo abbiamo fatto arrabbiare."

"Perché?"

Non urlava, non mi stava accusando di averla messa in pericolo, e la odiavo per questo. Sarebbe stato tutto più semplice se lo avesse fatto.

"Non è importante ora. Tu devi solo starmi lontano."

"Blake."

"No. Rimarrete per due giorni qui, noi sistemeremo la cosa e poi tu mi starai lontana."

Ero un incoerente bastardo, perché nel dirlo mi ero avvicinato pericolosamente a lei. La vidi deglutire nervosamente, e anche se della sua mente non capivo nulla, il suo corpo lo leggevo come se fosse un libro aperto. E lei mi voleva esattamente come io volevo lei.

Erano settimane che camminavamo su un filo sottile, una danza costante tra avvicinarci e respingerci. Avevamo già oltrepassato quel confine più di una volta, concedendoci momenti rubati tra sguardi che bruciavano e mani che si cercavano nel buio. Avevamo già assaporato il sapore dell'altro, sfiorato il limite tra il bisogno e il controllo, tra il desiderio e la paura. Eppure, ogni volta che ci ritrovavamo soli, era come se tutto ricominciasse daccapo, come se ogni certezza fosse ancora sospesa nel vuoto.

"Cassie, fermami."

La stavo implorando.

Lei mi guardò con quegli occhi che conoscevo troppo bene, quelli in cui avevo visto mille volte lottare orgoglio e desiderio. Sapeva che, se mi avesse detto di smettere, l'avrei fatto. Ma non lo fece.

"Dovrei."

La sua voce era un sussurro spezzato, e in quel momento non capii più niente. Le misi una mano tra i capelli e una sul fianco per avvicinarla ancora di più a me e la baciai. Lei non si tirò indietro, anzi, mi allacciò le braccia al collo, trascinandomi ancora più a fondo in quell'abisso che ormai ci stavamo scavando da settimane.

Quel bacio fu come respirare aria pulita, come tornare a bere dopo anni nel deserto. Sentii le sue mani tremare appena mentre mi stringeva, e il calore del suo corpo contro il mio cancellava ogni pensiero razionale. Il sapore dolceamaro della sua presenza si mescolava alla rabbia che ci legava, creando un vortice di emozioni che mi lasciava senza fiato. Ogni istante era un contrasto: desiderio e rimpianto, bisogno e paura. Non era dolce. Eravamo avidi e arrabbiati l'uno con l'altro, consapevoli di tutto ciò che avevamo rischiato e che ancora stavamo rischiando.

Le sue dita si insinuarono nei miei capelli, stringendoli, quasi a voler imprimere quel momento sulla mia pelle. Io la spinsi delicatamente contro il muro, lasciando che il peso della mia presenza parlasse per me. Il suo respiro era spezzato, il suo petto si sollevava e abbassava rapidamente, e in quel momento capii che, qualsiasi cosa stesse provando, era la stessa cosa che stava divorando anche me.

Ci staccammo per riprendere fiato, e in quel momento vidi il suo sguardo cambiare. Fu come se l'ossigeno le fosse tornato improvvisamente ai polmoni, e con esso la lucidità.

Si allontanò da me come se le facessi ribrezzo, e io ebbi la sensazione di un pugno nello stomaco.

"Devo andare."

La sua voce non aveva più la stessa esitazione di prima. Aveva deciso.

Mi superò e uscì dalla mia stanza, lasciandomi lì come un idiota eccitato e ferito.

Ricordami chi eroLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora