Come castelli di carta

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BLAKE

La guardavo da lontano, e da almeno dieci minuti desideravo tagliare le mani a Vincent Grey. Avevo mandato a casa i ragazzi e avevo perso il conto dei drink.

Dovevo avvicinarmi a lei, ma allo stesso tempo non avevo idea di come farlo senza farla scappare via. La Cassandra che avevo davanti non mi piaceva. Non la riconoscevo. Sembrava un fantasma di sé stessa, eppure sorrideva, si muoveva con sicurezza, beveva senza esitazione. Come se fosse nel suo elemento.

Un sentimento di rabbia mi cresceva dentro, mi dava la nausea. Decisi di uscire per prendere una boccata d'aria. Ma poi lo vidi.

Appoggiato all'ombra di una delle enormi finestre, Trevor Heart se ne stava lì, con due ballerine che gli si strusciavano addosso e il viso di chi sa di essere intoccabile.

Non ci pensai due volte. Mi mossi verso di lui.

Appena mi vide, un sorriso di sfida gli si allargò sulle labbra. Con un cenno mandò via le ragazze.

"Ragazzo, ti trovo in forma. Brutto colpo ieri sera."

Deglutii il nodo che mi si era formato in gola. Fino a quel momento non avevo minimamente pensato a chi potesse esserci dietro al mio incidente. La mia testa era stata solo su Cassandra. Ma avrei dovuto saperlo. Avrei dovuto aspettarmelo. Chi, se non lui?

"Cosa vuoi da lei?" ringhiai.

Non avevo voglia di giocare. Qualsiasi cosa volesse, gliel'avrei data io. Purché lasciasse in pace lei.

Trevor rise piano. "Blake, Blake, tu non puoi darmi niente."

Si sporse leggermente in avanti. "È mia figlia quella che voglio. E ora che è tornata, è solo questione di tempo."

Tutto diventò nero.

Il secondo dopo, le mie mani erano strette attorno al suo collo.

Trevor rideva. Rideva nonostante lo stessi soffocando. Più rideva, più stringevo. Due dei suoi uomini mi afferrarono e mi spinsero via con forza.

Trevor tossì, si sistemò la giacca e si passò una mano sulla gola arrossata. Poi sorrise, il sorriso compiaciuto di chi sapeva di aver già vinto la prima mossa.

"Mi diverte vederti così fuori controllo, ragazzo. Ma sai cosa mi diverte ancora di più? Sapere che sto per portarle via tutto quello che le resta." Poi mi guardò con un ghigno soddisfatto. "Che scena patetica."

Lo fissai con odio, cercando di trasmettergli in silenzio la mia promessa. Se voleva Cassandra, avrebbe dovuto passare sul mio cadavere.

Mi allontanai e mi diressi al bancone del bar. Ordinai la cosa più forte che avevano. Persi il conto di quanti bicchieri vuoti avevo davanti. Quando la testa iniziò a farsi leggera, decisi di uscire sull'enorme balcone che circondava la suite per accendermi una sigaretta.

Finalmente solo. Il silenzio mi avvolse e chiusi leggermente gli occhi, cercando di schiarirmi le idee. Ma il suono della finestra che si apriva attirò la mia attenzione.

E la vidi.

Bella da togliere il fiato.

Cassandra aveva il viso stanco, i capelli scombinati, eppure quella leggera trasandatezza la rendeva ancora più irresistibile ai miei occhi. Camminò per un po' sulla terrazza, poi si fermò accanto alla balaustra. Spensi la sigaretta e mi avvicinai.

"Ora ti riconosco."

Ero arrabbiato. Ero furioso per come si stava comportando, per il modo in cui mi tagliava fuori. Perché si ostinava a fare tutto da sola quando aveva me? Quando poteva contare su di me?

Ma lei rimase rigida, distaccata. Non mi voleva lì. E io ero troppo ubriaco e stanco per fare finta di niente. Sapevo come ferirla, e anche se non avrei mai voluto farlo, le parole mi uscirono dalla bocca prima che potessi fermarle.

"Sai, Cassie," scimmiottai la sua voce, "non sai cosa avrei fatto per te e chi avrei messo in pericolo pur di saperti al sicuro. Ma poi arrivo qui e lo vedo. Vedo che sei esattamente come la feccia che ti ha cresciuto. Dimmi, piccola Heart, tra quanto ti abbasserai le mutande per Vincent pur di avere qualcosa in cambio?"

Mi maledissi nello stesso istante in cui quelle parole presero vita.

Ormai era troppo tardi.

Mi minacciò di cacciarmi, ma io le facilitai il compito andandomene.

Avevo bevuto troppo. Sentivo il sapore amaro delle mie stesse parole ancora in bocca. Sapevo di aver fatto un casino, eppure...

Al piano terra del Bellagio, quasi come se mi stesse aspettando, c'era Beatrix.

Dovevo tornare a casa. Dovevo dormire. Smaltire la sbornia.

Ma Beatrix era lì, con la camicetta attillata da receptionist che lasciava poco all'immaginazione. E io ero un bastardo che conosceva pochi modi per smaltire la rabbia e il dolore. Il sesso era uno di quelli.

Ci misi poco a convincerla a seguirmi in bagno. Ancora meno a sbottonarle la camicetta e abbassarle le mutandine.

I suoi gemiti iniziarono a riempire il bagno. Poi la porta si aprì

Il mio cuore si fermò.

Cassandra.

Era sulla soglia. Le spalle dritte, il viso impassibile, ma i suoi occhi tradivano un lampo di qualcosa che non voleva lasciar trasparire. Le mani le tremavano appena, come se stesse trattenendo l'istinto di fare qualcosa—di gridare, di colpirmi, o forse solo di andarsene il più velocemente possibile.

"Dovevo lasciare queste."

Posò le chiavi su una mensola.

Mi scostai da Beatrix. Provai a raggiungerla, ma inciampai sui miei stessi passi. Quando finalmente riacquistai l'equilibrio e uscii dal bagno, lei era già sparita.

Recuperai il telefono e uscii senza degnare di uno sguardo Beatrix. Chiamai Cassandra. Una volta. Due. Cento.

Telefono spento.

L'ansia mi divorava. Controllai tutti i bar che era solita frequentare, poi presi una decisione.

Chiamai Jay Miljkovic.

Rispose dopo qualche squillo.

"Pronto?"

"Miljkovic, sono Blake. Hai sentito Cassie?"

La sbronza era passata del tutto. Dovevo solo trovarla.

"No. Che le hai fatto?!"

"Niente."

Attaccai prima che potesse rispondere.

Passai ore a cercarla. Ogni minuto che passava senza un indizio mi scavava dentro, alimentando il senso di colpa. Camminavo per le strade del Ghetto con i pugni serrati, il cuore che batteva troppo veloce, ogni ombra un possibile indizio della sua presenza. E se fosse andata da Trevor? Se l'avesse trovata lui prima di me? La paura si mescolava alla frustrazione, rendendo ogni passo più pesante. Sapevo che a casa sua non sarebbe tornata, non voleva incontrare i suoi fratelli. Se non era da Jay, dove diavolo poteva essere?

Alla fine, esausto, decisi di tornare a casa. Cambiarmi. Riprendere le ricerche.

Erano le cinque del mattino quando entrai. I ragazzi dormivano. Salendo le scale cercai di fare meno rumore possibile. Ma appena entrai in camera, una voce mi fermò.

"Blake?"

Peter era sulla soglia. Mi guardava con un'espressione che non riuscivo a decifrare.

"Che ci fai sveglio, Peter?"

"Che succede, amico?"

Sospirai. "Mi odia. Ho fatto un casino."

Provai a passargli accanto, ma mi fermò mettendomi le mani sulle spalle.

"Dormi. Domani la cerchiamo insieme."

Non avevo più forze per oppormi. Mi lasciò sul letto e mi passò una coperta.

Chiusi gli occhi.

Sapevo che non avrei avuto sogni tranquilli.

Ricordami chi eroLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora