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Non so quanto passò prima che potessero finire quegli attimi, so solo che mi parvero interminabili. Senza orologi, senza finestre e troppo imbarazzo per chiedere di andare al bagno.

Quando finalmente non ci furono più domande e la porta si aprì, un poliziotto entrò senza guardarmi in faccia. <<Vieni>>. La sua voce era composta, come quella di chi aveva già vissuto troppe volte la stessa scena.

Attraversammo il corridoio, illuminato da neon tremolanti, fino a una stanza più grande, dove un altro agente mi fece cenno di sedermi. Yoonho era già lì, dall'altro lato del tavolo. Sembrava stanco, le spalle curve, lo sguardo fisso su un punto davanti a sé.
<<Stai bene?>> Gli chiesi muovendo ampiamente la bocca, ma non emisi nessun suono.
Lui alzò leggermente il capo, con un leggero sorriso mi fece un cenno che voleva dirmi "va tutto bene", i suoi occhi però mi trasmisero solo stanchezza e preoccupazione.

Il rumore delle porte metalliche che si chiudevano alle mie spalle, troppo simile a quello che mi aveva portato lì, rimbalzava nei corridoi vuoti della centrale.

Un uomo che non avevo visto prima si sedette accanto al poliziotto. Aveva un'aria più formale, quasi elegante, e parlava in un coreano lento e preciso. <<Ora vi faremo alcune domande insieme. È meglio che siate sinceri.>>

Sentivo il cuore accelerare. Le loro domande pericolose come lame: brevi, improvvise, mi avrebbero potuto mettere in difficoltà. Una sola frase, o perfino parola sbagliata. Qualcosa che poteva essere interpretato diversamente.
<<Vi siete incontrati fuori dal locale questa sera?>>
<<No.>>
<<Siete sicuri?>>
<<Sì.>>

Ogni volta che rispondevamo, si guardavano tra loro, come se stessero giocando a una partita già decisa.

Poi il poliziotto si sporse leggermente in avanti. <<C'è un testimone che dice di avervi visti parlare con una terza persona.>>
Potei percepire le mie pupille dilatarsi e il respiro bloccarsi a metà. <<Chi?>>
<<Non importa chi. L'importante è che quella persona sostiene di avervi visti insieme, dietro al locale. Molto prima del nostro arrivo.>> disse serio.

Mi voltai verso Yoonho. Non disse nulla, ma vidi un lampo nei suoi occhi, un istante appena, prima che tornasse a guardare il tavolo.

<<L'avete visto anche voi.. Yoonho è arrivato in macchina poco dopo che siete arrivati voi.>> risposi.
L'altro uomo sogghignò, poi prese parola : <<C'è bisogno che te lo dica? Non sarebbe stato capace di andarsene e poi tornare?>>
Rilasciò un sospiro, come a dire "incredibile".

Il poliziotto proseguì, la voce lenta. <<La terza persona è un uomo. Alto, capelli neri. Lo conoscete?">!
Mi limitai a stringere le mani sulle ginocchia, cercando di controllare il tremore.
<<No.>> dissi infine, ma il suono della mia voce mi sembrò estraneo, come se appartenesse a qualcun'altra.

C'era qualcosa che nascondevo a me stessa? O peggio, non volevo ammettere?
E se era così, come farmelo confessare?

Yoonho sollevò lo sguardo verso di me, e capii che aveva pensato la stessa cosa.



Non ci rilasciarono subito.
Rimanemmo ancora lì, seduti in silenzio, con l'aria che sapeva di caffè bruciato e di mura vecchie. La stanza sembrava stringersi attorno a noi, come se ogni parete volesse metterci pressione ogni minuto che passava.

Il poliziotto che ci aveva interrogati uscì, chiudendo la porta alle sue spalle.
Da fuori arrivavano voci basse, parole spezzate, passi che andavano e venivano. Non riuscivo a distinguere nulla, ma percepivo che saremmo stati l'argomento del giorno.

Yoonho era immobile. Aveva le mani intrecciate davanti a sé, le nocche bianche. Non mi guardava, e questo mi faceva più male di qualsiasi domanda.

La porta si aprì di nuovo e due agenti entrarono, senza dire una parola. Ci fecero alzare e ci scortarono verso il corridoio. Io guardavo il pavimento, evitando i loro occhi.

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