CAPITOLO 9

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Clarke si avvicinò al citofono e suonò all'appartamento di Lexa. Impiegò così tanto a rispondere che pensò non fosse in casa.

"Si?"

"Lexa... sono Clarke".

"Clarke", ripeté sorpresa. Poi in sottofondo sentì la voce di un uomo... due!

"Ehm... scusa io... non volevo disturbarti... ciao...".

"Clarke! Aspetta!", la sentì imprecare attraverso il citofono mentre si allontanava velocemente dall'ingresso del palazzo.

Ma che diavolo le era saltato in mente?! Sul serio aveva pensato che Lexa se ne sarebbe rimasta da sola chiusa in casa?! Si diede della stupida un milione di volte mentre camminava lungo il marciapiede sperando di veder comparire un taxi.

"Clarke!", si sentì chiamare.

"Oh no! Cazzo!", era troppo umiliante! Accelerò il passo.

"Clarke aspetta!", le urlò dietro Lexa proprio mentre compariva un taxi, Clarke si fermò alzando il braccio e vide Lexa. Oh merda! Indossava solo un top sportivo ed un paio di jeans.
"Scusa Lexa... non volevo disturbarti... sono mortificata!", disse frettolosamente aprendo la portiera del taxi. Lei la raggiunse e l'afferrò per un braccio.

"Grazie non abbiamo bisogno!", disse al tassista infastidita richiudendo lo sportello.

"Clarke".

"Perdonami io...", non aveva neanche il coraggio di guardarla in faccia. Si sentiva una merda e per una svariata lista di motivi!

"Ehi, guardami", le chiese con così tanta gentilezza che Clarke non poté fare a meno di guardarla negli occhi. Oddio quello sguardo! Lexa sorrise.

"Saliamo", la prese per mano, Clarke fece resistenza. Che intenzioni aveva? Una cosa a quattro?! Poteva anche scordarselo! Con due uomini poi?!

"Saliamo", ripeté con più decisione.

Clarke l'assecondò, poteva sempre andarsene a gambe levate... non che le venisse un granché bene scappare via! Con l'ascensore salirono all'ultimo piano ed entrarono in un appartamento con la porta aperta. Era un loft bellissimo che Clarke non ebbe il tempo di ammirare visto che la sua attenzione venne catturata da due uomini che si baciavano standosene seduti sul grande tappeto tra i divani. Sul basso tavolino di legno massiccio erano sparse carte da poker e un po' ovunque vestiti, l'avanzo di una cena cinese take away e qualche bottiglia di birra vuota.

"Cavolo...". mormorò Clarke profondamente in imbarazzo.

Lexa si schiarì la voce, i due ragazzi ci misero qualche secondo ad accorgersi di loro. Poi le guardarono sorridendo.

"Ehi salve!", disse uno dei due con voce squillante. L'altro gli strusciò in modo tenero il naso contro la guancia, poi guardò Clarke.

"È lei?", domandò semplicemente con una voce leggermente roca.

"Si è lei", rispose Lexa.

I due uomini si alzarono in piedi per nulla a disagio, anche se indossavano solo l'intimo che lasciavano ben poco all'immaginazione. Quello con la voce squillante le porse una mano.

"Piacere, Brian!", l'uomo aveva una carnagione olivastra, grandi occhi neri, un piercing al labbro inferiore, svariati ad entrambe le orecchie ed uno al capezzolo, ben visibile.

Clarke le strinse la mano.

"Piacere... Clarke", riuscì a dire per miracolo.

"Lui è Nathan", indicò l'uomo di colore, con capelli neri e occhi dello stesso colore.

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