CAPITOLO 19

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Clarke entrò nella stanza illuminata dal sole che entrava dalla finestra. Un forte odore di disinfettante e biancheria fresca di bucato le invase le narici. Suo padre era sdraiato su un letto con materasso antidecubito tenuto gonfio da una macchinetta che emetteva un ronzio monotono. Abby si avvicinò al marito, il quale sembrava dormire. Una grossa sacca era appesa ad un albero d'acciaio al fianco del letto, su un altro due flebo, un monitor ne teneva sotto controllo il battito cardiaco. Una bombola gli dava ossigeno attraverso le cannule infilate nel naso. Clarke vide sul monitor che il cuore del padre accelerava i battiti, la moglie gli sussurrò per un po' in un orecchio accarezzandolo sulla testa e il battito tornò ad un ritmo più normale. Poi Abby si rivolse a Clarke.

"Avvicinati", Clarke deglutì a vuoto, posò il cappotto su una sedia e si avvicinò.

Guardò il volto scavato dell'uomo disteso in quel letto. I piccoli occhi color miele quasi scomparivano nelle orbite infossate. La pelle era diafana rendendo visibile una fitta rete di piccole vene blu.

"Clarke", disse il suo nome in un soffio.

Clarke contrasse il muscolo della mascella e sentì le lacrime pungere agli angoli degli occhi.

"È sotto morfina quindi spesso è incosciente o delira", le spiegò la madre con voce bassa allontanandosi. Rimase per un po' in piedi al fianco del letto, a guardare quell'uomo che, all'improvviso, non la spaventava più. Non sembrava neanche più Jake Griffin, ne era solo un vago e sbiadito ricordo.

"Clarke", ripeté guardandola con occhi lucidi.

"Si... sono Clarke", disse senza muoversi.

Passò qualche minuto, poi il padre cercò di dire qualcosa ma non uscì nessun suono dalla sua bocca. Clarke si sedette sulla poltroncina vicino al letto, il padre chiuse gli occhi perdendo conoscenza. Clarke poggiò i gomiti sulle ginocchia e piegò la testa in avanti. Un frullare di ali alla finestra la indusse a guardare davanti a sé. Un pettirosso si era fermato sul davanzale e saltellava sulla neve candida.

"Mi dispiace", quelle due parole soffiate la fecero crollare.

Un singhiozzo le salì dalla gola, si coprì gli occhi con una mano e poggiò la fronte sul bordo del letto lasciandosi andare ad un pianto dirotto. Piangeva per suo padre, per sé e per ciò che lui le aveva fatto, per il dolore che le aveva procurato, per averle inzozzato l'anima per tanti anni, per ciò che non avevano potuto avere a causa di quel padre che ora chiedeva il suo perdono. Dopo un tempo che sembrò lunghissimo Clarke alzò gli occhi lucidi su quel volto esangue.

"Avresti dovuto dirmelo molto tempo fa. Ogni giorno per anni ho aspettato quelle due parole papà", mormorò pur sapendo che il padre percepiva ben poco di quello che le stava dicendo.

Posò una mano su quella ossuta del padre trovandola calda.

"Nonostante tu quel giorno abbia tentato di distruggermi io sono felice. Ho una moglie che mi ama e che io amo più della mia stessa vita", il padre aprì gli occhi guardandola.

"Ora ho il cognome di una persona che mi ama", mormorò mentre una nuova lacrima le scendeva lungo la guancia e sua madre si faceva sfuggire un singhiozzo sulla soglia della porta.

"Io conosco l'amore, quello vero, incondizionato, un amore che tu non hai mai avuto la fortuna di provare e questa è la peggior punizione per te. Per questo ti perdono", concluse con voce spezzata.

Il monitor segnalò una piccola accelerazione del battito cardiaco, segno che Jake aveva sentito le parole della figlia. Poi Clarke si alzò, si piegò sul padre guardandolo negli occhi, vide una lacrima scendere dai suoi occhi, l'unica lacrima che avesse mai visto versare da suo padre.

"E ora rimettiti al giudizio del tuo Dio", mormorò prima di baciarlo sulla fronte.

Indugiò qualche secondo sulla pelle sottile poi si alzò, il pettirosso volò via dal davanzale e Clarke lasciò la stanza.

*****

Lexa si alzò in piedi non appena Clarke comparve all'ingresso del salotto.

"Andiamo", disse con tono impersonale infilando il cappotto.

"Tutto bene?", le domandò Lexa raggiungendola.

"Si. Ora andiamo per favore", non salutò nessuno e si diresse all'ingresso.

"Clarke!", la chiamò la madre scendendo le scale, vennero raggiunte anche da Caleb.

"Ho fatto ciò che volevate".

"Clarke per favore... aspetta!", la implorò Abby guardandola negli occhi.

"Sono venuta solo per lui mamma, ora torno alla mia vita".

"Noi... io...", la donna non sapeva che dire, fu Clarke a parlare per loro.

"Nella sua brutalità, lui è stato coerente ed ha agito in prima persona, seppure in un modo terribile! Voi avete assistito acquietando le vostre coscienze trincerandovi dietro la paura che avevate di lui. Niente può giustificare la vostra impassibilità davanti al mio dolore. Oggi per me voi due morite insieme a lui", detto ciò aprì la porta d'ingresso e seguita da Lexa raggiunse la macchina.

L'ultima immagine fu di suamadre sulla veranda, con vicino suo figlio Caleb.

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