"Non ce la faccio più"

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"No, idiota, è ovvio che sarò in ritardo: devi inventarti una scusa." Aggredì con rabbia Jasper, stringendo forte il telefono all'orecchio e accelerando il passo nervosamente.
La giornata era iniziata già in modo disastroso, cosa che ultimamente avveniva un po' troppo spesso. Era stato occupato con un inseguimento tutta la notte e, proprio quando sperava di poter tornare a casa e riposare un paio d'ore prima di andare a scuola, si era ritrovato coinvolto in uno scontro avvenuto a seguito di una tentata rapina. Ovviamente era riuscito a vincere, ma i segni della lotta erano ben evidenti in viso: era stremato, ma più che altro, era estremamente turbato. Non perché quel cattivo fosse stato particolarmente violento, anzi, probabilmente era stato il più docile nell'arco di un periodo di tempo, era il fatto che sembrava esserci un super cattivo ad ogni angolo: che fosse nel suo usuale giro di ronda, che stesse facendo una pausa. Loro erano ovunque, e sembrava si stessero moltiplicando. In quel modo lui si ritrovava ad essere Kid Danger più tempo che ad essere Henry, il che lo turbava non poco perché Kid Danger era il suo alter ego: lui era Henry Hart. Passare più tempo in quanto Kid Danger era disturbante, lo poneva in uno stato di confusione mentale non da poco.
In quel momento era a telefono con Jasper, mentre cercava di fargli capire cosa dire alla professoressa per evitarli una sconveniente serie di eventi che gli si sarebbero ritorti contro.
"Ti ho semplicemente chiesto se sei malato." Rispose Jasper con un certo risentimento. Henry fu preso dal senso di colpa: non era colpa di Jasper se era irritato, lui stava semplicemente svolgendo il ruolo da migliore amico preoccupandosi per lui. Fece profondo sospiro: non aveva alcun diritto di trattarlo in quel modo a maggior ragione per ciò che aveva fatto alle sue spalle. Henry aveva infatti baciato la secolare cotta di Jasper, Margaret Peirstry, e, come se non bastasse, ci era pure uscito. Jasper ancora non ne era al corrente, ed Henry non aveva intenzione di dirglielo: era finita ancor prima di iniziare, non c'era nessun motivo di tirare fuori quell'argomento scatenando diverbi inutili.
"Hai ragione, scusami... Parla con Charlotte e se riuscite a trovare una scusa plausibile mi fareste un gran favore."
"D'accordo, ci vediamo dopo allora."
"A dopo."

Una volta cambiato corse verso casa, ringraziando il cielo che i suoi genitori fossero già partiti per il lavoro, prese il suo zaino e si fiondò a scuola, ben consapevole di essere senza uniforme e di essere conciato piuttosto male.
Catapultatosi all'entrata e avendo ignorato lo sguardo storto della bidella, si diresse in fretta verso la sua classe. Entrò in classe tutto trafelato con due ferite in viso ancora aperte: una sulle labbra e l'altra sotto l'occhio. "Henry Hart! Ti sembra il modo e il momento di arrivare? Sei in ritardo, e in più senza uniforme." Gli urlò la signorina Shapen, piuttosto irritata. Lui però non se ne curava più di tanto, il suo sguardo aveva incrociato quello di Mar, che lo guardava con un misto di preoccupazione e rimprovero. Charlotte e Jasper, invece, sembravano piuttosto sollevati dalla sua presenza: non dovevano essere stati riusciti a trovare una scusa convincente per l'insegnante. "E cos'ha in faccia? Vada in infermeria a farsi dare qualcosa!"
Mar scattò in piedi improvvisamente. "Lo accompagno io professoressa." Disse con un tono che suonava troppo autoritario e deciso per essere una domanda. L'insegnante assentì con fare disinteressato e Margaret lo seguì, sotto lo sguardo curioso di Jasper. Fecero il tragitto tra la classe e l'infermeria in silenzio, lei non sapeva bene cosa dire e gli lanciava delle occhiate di sottecchi camminandogli a fianco. In infermeria non c'era nessuno a cui potessero chiedere aiuto, quindi Mar si armò da sola di cotone e disinfettante presi dall'armadio e, dopo aver inzuppato il primo, iniziò a disinfettare sotto l'occhio. Henry gemette di dolore. "Non mi dirai cos'è successo, vero?" Gli chiese lei con una punta di amarezza, anche se il suo tono presupponeva che sapesse già la risposta. Lui non disse nulla e lei intuì che la risposta sarebbe stata affermativa. "Henry, io non ti conosco molto, ma non ci vuole un genio per capire che qualcosa ti turba e che non stai per niente bene." Lui non rispose. "Henry io ti voglio aiutare, davvero, ma non posso farlo se non mi dici cosa succede." Ancora nulla. Lei gli prese la mano, il suo tono si fece più insistente. "Henry sono qui per aiutarti." Lui la guardò e lo sguardo, le sue parole, il suo tono, il suo tocco, fu tutto troppo da sostenere. Quasi istintivamente, senza pensarci, si mise le mani nei capelli e disse: "È che non ce la faccio più. Io ti giuro che ci provo, ci provo a fare tutto bene, ma non ci riesco più. Ho bisogno di una pausa, di respirare, ma loro sono ovunque. Sono aumentati e non so più cosa fare, non posso tirarmi indietro, ma sento che sto impazzendo... sto impazzendo." Ripetè quest'ultima frase andando avanti e indietro per la stanza, poi si sedette per terra, con la schiena appoggiata al muro, i gomiti sulle ginocchia e le mani nei capelli. Non capiva cose stesse succedendo: il suo fiato di faceva sempre più pensante, mentre il suo cuore sembrava accelerare oltre quanto credeva fosse possibile, sentiva tutto ovattato. Era come se si trovasse in un'altra dimensione, percepiva la realtà come distante e la cosa lo stava terrorizzando. "Cosa sta... Non... Non respiro... Cosa succede: cosa mi sta succedendo?" Lei capì al volo cosa gli stava succedendo: il livello di stress e pressione che Henry aveva per qualche motivo accumulato lo avevano portato ad una tensione tale che si era liberata tutta in un sol colpo, con un attacco di panico. Lei gli prese le mani, avvicinando il viso a quello di lui e parlando con un tono calmo, il più rassicurante possibile. "Henry... Henry ascoltami. Respira. Guardami, respira con me." Lui annuì piano, gli occhi ancora pieni di terrore. "Conta con me: uno... due... tre... quattro..." Man mano quella sensazione gli passò: aveva trovato rifugio nei suoi occhi. "Come ti senti?"
"È... È passato." Disse lui senza fiato. "L'hai fatto smettere." Lei lo abbracciò, e il cuore di lui riprese a battere velocemente, ma quella volta la sensazione era molto più piacevole. La strinse a se a sua volta, godendosi la sensazione che averla vicino gli dava. Lei si sedette al suo fianco per poi prendergli la mano. "Cosa... cos'era questo?" Chiese lui, sperando di avere risposta.
"Hai avuto un attacco di panico."
"Un cosa?"
"Un attacco di panico. Accadono quando una persona è talmente colma di pressione e ansia che il suo corpo non sa come liberarsene. Allora senti il cuore a mille, non riesci a respirare, non capisci dove sei. Ti sembra quasi di morire." Lui ascoltò le sue parole, lasciando che facessero effetto. Davvero la sua vita da Kid Danger lo influenzava fino a quel punto?
"E tu come fai a saperlo? Come facevi a sapere come fermare tutto?"
"Ho sofferto di attacchi di panico per un periodo dopo la morte di mia madre." Si limitò a dire, sbrigativa, come se finire la frase più in fretta ne alleviasse il dolore. Il silenzio che seguì fu pesante e pieno di pensieri: ogni giorno scopriva una sfumatura in più di lei. "Mi dispiace."
"Non devi. Sono migliorata molto da allora."
"Ma continui ad averne." Affermò lui, lo aveva capito da come si era incrinato, seppur leggermente, il tono di lei, che evidentemente aveva cercato di passare sopra all'argomento come se nulla fosse, ma la faccenda era ancora troppo fresca perché potesse farlo.
"Qualche volta." Si limitò a dire, guardando in basso. "Solo quando sono da sola." Lui la guardò, una punta di curiosità nella sua espressione. "Hai paura?" Lei annuì.
"Di cosa?"
"Della solitudine." Disse solo lei, ma lui capì al volo. E in quel momento tutto gli fu molto più chiaro: non aveva superato la morte della madre. Per niente. Lei non ci aveva mai provato. Si era limitata a chiudere quell'argomento in un cassetto, riempiendo la mente di altre cose in modo da distrarsi. Ma quando era da sola, era soltanto lei con i suoi pensieri, e questi la sopraffacevano perché arrivavano insieme come una valanga. Ne veniva travolta e non sapeva come uscirne. Le prese la mano e la strinse, lei lo guardò.
"Non mi vuoi dire cosa è successo che ti ha sconvolto così tanto?"
Henry guardò in basso, sapeva che una risposta lei se la meritava, ma non le avrebbe fatto carico dei suoi problemi, non quando lei ne aveva già così tanti da affrontare.
"Non ti preoccupare, Mar. Non è niente in confronto ai tuoi problemi."
"È qualcosa che ti turba, e non poco. E poi non esiste un metro per la gravità dei problemi, tutti ne hanno."
"Davvero, non è niente."
"Chiaramente non lo è." Lui non rispose. "Henry dai. Siamo amici: gli amici si raccontano i problemi."
"Gli amici fanno anche ciò che è meglio per l'altro, ed è meglio per entrambi che tu non venga coinvolta nei miei problemi."
Lei sospirò.
"D'accordo." Disse dopo un po'. "Ma se cambi idea sappi che sono pronta ad aiutarti." Disse, però poi guardare davanti a sé, pensierosa.
"Lei era di qui, sai?" Disse d'un tratto, e lui capì che stava parlando di sua madre. Tese le orecchie e fece attenzione a ogni dettaglio: ogni espressione facciale, ogni smorfia. Voleva capire ogni cosa di lei.
"Di Swellview?"
"Sì." Rispose lei con semplicità. "Mio papà è inglese, di Manchester, ma ha sempre viaggiato molto per lavoro. Un giorno è andato a Los Angeles per una riunione e la sera, in un bar, ha incontrato mia madre, che aveva deciso di andare lì con le sue amiche proprio quel giorno. Dicono sia stato amore a prima vista. Poi hanno iniziato ad uscire, si sono sposati e sono nata io. Io sono cresciuta a Manchester, sono qui in America solo da due anni." Non sapeva perché gli stesse dicendo tutto quello, ma  ne era contento. Era contento di conoscere nuove sfumature della sua vita.
"È per questo che ora sei qui?"
"Già. Dopo la morte di mia mamma non... beh non l'ho gestita benissimo, quindi mio papà ha deciso che fosse meglio per me vivere normalmente almeno una parte della mia vita, quindi ci siamo trasferiti nella vecchia casa di mia mamma. Solo che Fred l'ha trasformata a modo suo, e ora sembra una reggia." Henry si irrigidì a sentir nominare il manager, ma Mar era troppo persa nei suoi pensieri per accorgersene. Dopo un po' di silenzio tornò a parlare e gli chiese: "Tu credi nel destino Henry?"
La domanda lo colse totalmente alla sprovvista, e, dopo un attimo passato ad affermarsi di aver sentito bene, pensò alla risposta: credeva nel destino? Insomma, lui era sempre stato un tipo abbastanza pratico, era per quello che il lavoro da assistente supereroe gli calzava così bene. Credeva nell'amore, sì. I suoi genitori erano una squadra perfetta, si, ma perché erano organizzati, sapevano calibrare al meglio il loro lavoro e si amavano, a Henry non era mai passato per la mente che fosse stato per destino. Era sul punto di rispondere 'no' quando una serie di immagini gli passarono alla mente: il frullato, l'armadietto, i posti al banco, il teatro, Villa Muschiata, New York. Insomma: non potevano essere tutte coincidenze. Se la ricordava benissimo la notte dopo il loro primo incontro davanti alla caffetteria, quando le aveva versato il frullato addosso: non era riuscito a dormire. Si era rigirato nel letto insonne perché una strana sensazione che non era stato in grado di riconoscere gli attanagliava lo stomaco. Una sensazione che in quel momento però  sapeva benissimo a cosa corrispondesse.
"Sì." Si limitò a rispondere. Lei si voltò e lo guardò in faccia stupita.
"Davvero?"
"Sì." Lui non capiva perché lei fosse così confusa. "Perché sei così sorpresa?"
"Beh... perché tu sei sempre musone e fai sempre il pratico, mi aspettavo mi dicessi qualcosa del tipo: il destino è per i deboli. Oppure: siamo noi gli artefici del nostro destino." Disse, cercando di imitare la sua voce bassa, fallendo miseramente.
"Io non parlo così."
"Si parli esattamente così. 'Io non parlo così'." Disse, imitandolo nuovamente. "E poi stai di nuovo facendo il musone."
"Io non faccio il..." Stava per ribattere, ma all'ultimo si accorse che era esattamente quello che stava facendo e scoppiò a ridere. "Ok, Ok d'accordo, hai vinto. Ma perché pensi che io sia musone e pratico?"
"Quando ci siamo baciati, non ti sei goduto il momento nemmeno per un secondo, perché pensavi fossi fidanzata, mi hai chiesto di rimanere solo amici solo il primo appuntamento e dieci minuti fa, quando hai avuto l'attacco di panico, cercavi di trovare la soluzione al problema, come se si fosse trattato di un'equazione matematica."
"D'accordo, sono un po' pratico, ma la praticità non ha mai fatto male a nessuno."
"Se lo dici tu."
"E tu?"
"Io cosa? Se sono musona e pratica? musona forse un po' dalla morte di mia madre, ma ti assicuro che prima ero molto più simpatica. E pratica... no per niente, sono una più istintiva." Henry scoppiò a ridere di nuovo, sapendo che lei non avesse detto nulla che non sapesse già.
"Non intendevo quello. Tu credi al destino?"
Lei sembrò pensarci su un po', per poi rispondere con un semplice: "No." Il che lo colse totalmente alla sprovvista. Avrebbe pensato che proprio lei fra tutti, così ferita eppure così piena di vita, sarebbe stata scettica sul destino. Insomma... loro erano destino.
"No?"
"No."
"Perché?"
"Perché no." Si vedeva dal suo tono risoluto che non aveva voglia di parlarne, ma Henry ormai si era intestardito: non era possibile che lei non credesse nel destino dopo tutto quello che era successo tra loro.
"Ma perché?" Insistette lui.
"Perché allora dovrei credere che il destino di ognuno sia sancito dai propri meriti, e dovrei... dovrei credere che mia madre si sia meritato ciò che le è accaduto." Piombò il silenzio. Henry non aveva idea di cosa dire, non ci aveva pensato. Non gli aveva nemmeno sfiorato la mente. Per qualche motivo ogni volta che si concentrava sul loro rapporto qualcosa lo faceva catapultare nuovamente nella realtà, e la realtà era che entrambi erano ancora sopraffatti dai loro problemi.
"Mi dispiace io..."
"Non dispiacerti, non potevi saperlo."
"Ma davvero..."
"Non capisco perché il discorso continua a vertere su di me, ma tu sai già praticamente tutto di me. Raccontami di te." Il brusco cambiamento di argomento lo prese alla sprovvista. Inoltre sapeva benissimo che non era vero: non sapeva nulla di lei. Ogni volta che si illudeva di averla conosciuta, un altro aspetto di lei del tutto nuovo si mostrava.
"Non c'è nulla di interessante della mia vita."
"Questo lascia che sia io a deciderlo."

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