Da bambina, vivevo la mia travolgente emotività in modo molto romantico. Mi sentivo al di fuori da tutto, ma in pace nella mia bolla, come se fossi sospesa sopra il mondo e potessi coglierne ogni sfumatura, più di tutti gli altri. Ero spesso esclusa e non riuscivo ad essere parte di nulla, ma il mio universo non mi faceva sentire mai sola, prendevo i miei sentimenti e ci giocavo, li modellavo, sapevo renderli la mia arte. Al momento, direi che ero più artistica da piccola piuttosto che adesso, ma forse avevo solo il cuore meno oppresso e più tempo a disposizione.
Ora come ora, cerco di farmi spazio nella frenesia di questa quotidianità con i sogni di una bambina e la consapevolezza di un'adulta. Se vivessi ancora nel mio mondo, non soffrirei, ma sto cercando di rassegnarmi all'idea di poter andare solamente avanti, senza possibilità di fermarmi e, tantomeno, retrocedere.
Non so come descrivere questi ultimi anni: che siano stati la mia fioritura o il mio declino? Le persone intorno a me mi hanno arricchita o mi hanno distrutta? Forse è semplicemente tutto vero e coesistente, ma non sono ancora pronta a sopportarne le conseguenze. L'unico filo conduttore che mi porto dietro dall'infanzia è il desiderio di curarmi con l'amore, trovare un rifugio in cui essere me stessa e lasciarmi cullare nella gioia e nel dolore; volevo un'anima a cui unirmi, un cuore in cui plasmare il mio, una mente con cui fondermi e un corpo che mi scaldasse.
L'attimo in cui ho potuto toccare tutto questo con mano è stato travolgente, così forte e irresistibile da volermelo tatuare sulla pelle, per non lasciarlo andare mai, per poterlo vedere anche con gli occhi, non solo con il cuore. E più l'ho stretto tra le mie mani, più ne ho viste le trasformazioni. L'ho visto prendermi per mano, portarmi sempre con sé, baciarmi la fronte bollente, accarezzare ogni millimetro del mio corpo, lasciarsi andare dentro di me, dormire pelle contro pelle, nutrirmi, curarmi, farmi respirare, asciugarmi le lacrime, rassicurarmi, farmi sentire unica, vista, degna, bella. E al contempo, esso si sbriciolava come sabbia, mi tagliava la carne ed io camminavo lasciando una scia di sangue per la strada, e quando tornavo indietro vi inciampavo ed urlavo di dolore mentre quell'acido sangue mi corrodeva fino al nucleo della mia anima.
Vorrei solo essere stata aiutata nel momento in cui ero più persa, mentre ora ancora non riesco a ritrovare chi sono. Sono rimbalzata da una parete all'altra della mia mente corrotta, non fidandomi più della mia ragione; essere in balia del giudizio altrui ha annientato qualunque sanità tanto da rendermi qualcun altro, non sapevo nemmeno distinguere un sentimento genuino da un disperato tentativo di salvare un rapporto. Le parole e gli sguardi risuonano in testa da mesi e non se ne andranno mai, mi perseguiteranno ogni volta che chiudo gli occhi perché ormai non c'è nulla in questo corpo che possa vivere da sé, mi nutro dell'amore e produco solo sconforto: sono in trappola, ma è una dolce trappola da cui non me ne andrei mai, è come se avessi deciso di rinchiudermi in un'amabile prigione con sbarre intrecciate d'affetto e calore che solo lui può darmi.
E' un pessimo amore, questo? Io non conosco altro e non intendo conoscerlo, tutto ciò che mi resta è la possibilità di plasmare ciò che ho. Ma qualcuno intende aiutarmi per davvero? Fino ad ora sono solo stata spinta sempre più giù, da chi amavo, da chi sopportavo, da chi detestavo. Ed ora rischio di continuare a precipitare per risonanza.
Amare o detestare, gioire o soffrire, ecco cosa è diventata quell'arte infantile che una volta mi dava forza. Mentre ora mi definisce senza che io sappia chi sono, solo un vuoto immenso dentro al quale risuono.
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Cronache di una mente fuori posto
PoesíaUn diario delle emozioni disordinato e in crescita.
