18. Dottor Ellington

1.4K 131 4
                                        

Quando Helena e Rafe entrarono correndo nella stanza di Kate, la bambina lanciò un grido quasi animalesco. Non li vedeva, era chiaro: aveva la testa rivolta verso il soffitto. Helena si portò una mano alla bocca: la sua schiena, inarcata, era scossa da profondi tremiti innaturali, gli occhi sbarrati, come se stessero assistendo a qualcosa di sovrannaturale. James corse accanto a lei e cercò di bloccare i suoi movimenti, disperato, ma sua figlia non accennò a tranquillizzarsi.

«Che cosa le succede?» gridò Helena, terrorizzata, incapace di muovere un passo. Solo Rafe, a quel punto, mantenne la calma e, sotto lo sguardo attonito di Helena, si tolse la camicia fradicia e si stese nel letto accanto alla ragazzina. Poi, con dolcezza, la prese per le spalle e la strinse contro di sé. Kate smise di tremare dopo un paio di secondi; le sue braccia ricaddero pesantemente sul materasso, le palpebre si chiusero, mentre il respiro riacquistava pian piano il suo ritmo normale. Rafe attese che Kate si fosse completamente riaddormentata, poi si allontanò lentamente e guardò James, che aveva assistito alla scena con gli occhi lucidi.

«Avrà bisogno di laudano» annunciò Rafe serio.
«Cosa avete fatto? Cos'aveva?» gemette, afferrando la mano di Kate e baciandone il dorso. Rafe lesse lo sconfinato amore di un padre in quel gesto, un amore che andava oltre qualunque altro. Si sentì stringere il cuore.
«È epilettica» spiegò con un lungo sospiro. «Quando sono cominciate le crisi?»
James scosse la testa, impotente. «Io non… non lo so. Non so nemmeno cosa significhi. Non era mai accaduto prima.»
Helena, che stava ancora trattenendo il fiato, raggiunse il letto e appoggiò una mano sulla spalla di James. «Siete sicuro, James? Tentate di ricordare.»
James scosse la testa con maggiore impeto ed Helena gli strinse un po' di più la spalla.
«Ora sta bene, potete tranquillizzarvi.»
L'uomo abbozzò un sorriso mesto, stringendo la mano di Kate. «Se le succedesse qualcosa, io non saprei… »
«Non le accadrà niente, James» disse Rafe con certezza. Helena sollevò lo sguardo verso di lui, chiedendosi come facesse ad esserne tanto sicuro e come, sopratutto, fosse riuscito a capire che si trattava di epilessia.
«Come potete dirlo?» La domanda di James rimase sospesa nell'aria, mentre fuori la tempesta continuava a infuriare, mentre dentro di lui tutto era agitato. Rafe raccolse la camicia fradicia dal pavimento e se la gettò in spalla.
«Sono un medico.»

«Un medico?» ripeté Helena, sbalordita. Nessuno lo avrebbe detto guardandolo, con la sua muscolatura possente, gli abiti stinti e la barba folta. Un medico non possedeva un aspetto tanto trasandato, nemmeno nella più selvaggia delle terre... O almeno, così supponeva Helena, mentre fissava Rafe senza riuscire a distogliere lo sguardo. «Siete davvero un medico?»
«È quello che ho detto» rispose Rafe annuendo. James lo guardò speranzoso.
«E quindi potete fare in modo che non si verifichi più questa situazione?»
«Non posso promettervelo, James. L'epilessia è fuori controllo, purtroppo, colpisce quando meno ce lo si aspetta. In genere termina autonomamente entro pochi secondi, ma non so per quale ragione su Kate abbia impiegato più tempo.»
James tornò a guardare sua figlia, che dormiva ora profondamente. «È mortale?»
Rafe sospirò, teso come la corda di un violino. Fu costretto a dire la verità; era un suo principio morale.
«Raramente.»
«Io amo mia figlia» sussurrò James disperato.
«E lei ama voi» disse Helena con un sorriso incoraggiante, nonostante dentro di sé tutto fremesse. Quando aveva visto Kate in quelle  condizioni aveva pensato che stesse morendo, che fosse vittima di un dolore atroce, impronunciabile, qualcosa che la stesse distruggendo. Si era sentita invadere dal terrore, le era mancata l'aria per qualche secondo. Kate, così piccola, non poteva morire. 
«Vedrete, andrà tutto bene.»
Però, in fondo, guardando Rafe, non ci credeva nemmeno lei.

Rafe sorresse Helena prima che cadesse. In piedi, lentamente, aveva cominciato a vacillare, segno che il sonno l'aveva quasi presa con sé, e lui se ne era accorto appena in tempo. Dolcemente, la fece stendere sulle sue gambe, allargandole appena per creare un appoggio stabile. Sarebbero rimasti lì, a vegliare Kate tutta la notte. Strinse Helena tra le braccia, dannandosi per aver avuto quella stupida idea; averla tanto vicina non lo avrebbe aiutato a dimenticarla. Come sarebbe riuscito a scacciarla dalla sua mente, dalla sua vita? Si era convinto che, se l'avesse avuta una volta, avrebbe soddisfatto i suoi desideri carnali e si sarebbe stancato di lei. Sarebbe stato semplice. Ma Rafe non avrebbe mai rovinato la sua reputazione. Era un uomo d'onore. E l'amava.

Lei mugolò qualcosa nel suo stato di semi incoscienza, accostandosi al petto ampio di Rafe. Involontariamente, strinse con le dita il lembo di pelle vicino alla cintura e lui strinse i denti. Il profumo dei suoi capelli, il profumo che emanava solo da lei, gli inondò le narici solleticando dentro di lui istinti che avrebbe fatto meglio a tenere sotto controllo. La cullò tra le braccia, osservando il cielo scuro squarciato dai tuoni fuori dalla finestra, accostando il volto al suo. Delicatamente, senza svegliarla. Sembrava una bambola di porcellana, con la pelle quasi diafana, le lunghe ciglia che gettavano leggere ombre sopra gli zigomi, le labbra rosee e carnose che avrebbe tanto voluto baciare. Ancora e ancora, in eterno, fino a quando gli fosse mancato l'ultimo respiro. Un pensiero che stroncò presto, sul nascere. E così si limitò ad ammirarla in silenzio, beandosi dell'innocenza di quel volto, della purezza che emanava da ogni poro, della sua bellezza candida.

Quella mattina, quando Helena si svegliò, scoprì di essersi addormentata sulle ginocchia di Rafe. Non sapeva come fosse accaduto, né perché non fosse tornata a dormire nella sua stanza. Forse, inconsciamente, non aveva voluto lasciare Kate per timore che potesse accaderle ancora quell'atroce situazione e lei non arrivasse in tempo. James riposava con la testa appoggiata sul materasso; era ancora seduto e sembrava terribilmente stanco. Helena provò un moto di compassione. Per un padre come lui doveva essere difficile vedere una figlia stare tanto male. Si sentì contorcere lo stomaco. Suo padre non si era mai preoccupato tanto per lei, si era solo limitato a indossare la sua maschera di genitore indifferente, dedito esclusivamente alla condotta e alla reputazione di sua figlia. Fece una smorfia.

«Buongiorno» sussurrò Rafe, facendola trasalire. Stesa sulle sue ginocchia, Helena si tirò su con un gemito istintivo. «Non volevo addormentarmi qui» si giustificò passandosi una mano sulla fronte. «Non so nemmeno come ci sono finita.»
«Sono stato io» rispose lui in un sussurro, per evitare di svegliare gli altri. Helena avvampò.
«Che cosa avete detto?» Suonò quasi come un'accusa, piuttosto che una semplice domanda.
Rafe allungò le gambe davanti a sé, trattenendo uno sbadiglio.
«Stavate per cadere addormentata sul letto e non c'era posto per voi, lì» le spiegò. «Così vi ho presa e messa… Be', qui.» C'era solo sincerità nelle sue parole, nemmeno un'ombra di malizia, un elemento che Helena apprezzò oltre ogni dire.
«Spero di non avervi reso scomoda la nottata» commentò amaramente. Ricordava bene il tono scocciato con cui, tanti giorni prima, si era svegliata accanto a lui e Rafe le aveva dato il buongiorno.
Scosse la testa, prendendole la mano.
«Affatto.»
Avrebbe voluto dirle che, con lei così vicina, non aveva chiuso occhio, che era stato troppo eccitato, tutto il dannato tempo, che la sua erezione stava rischiando di esplodere proprio in quel momento a causa sua, ma risparmiò quei futili dettagli. Sapeva che non lo avrebbero condotto da nessuna parte. Sapeva che Helena meritava di più di uno come lui.
Kate dormiva ancora profondamente, e così James. Guardandolo, Rafe ricordò suo fratello Marcus; James gli somigliava molto, eccetto per il carattere. Marcus era sempre stato più forte, non si era mai fatto scalfire da niente e da nessuno. Probabilmente, se lo avesse visto in quel momento, avrebbe pensato che lui fosse un codardo, un rammollito, che dipendeva troppo da una donna che non poteva e non avrebbe mai potuto avere. Però Rafe sapeva che lo avrebbe compreso. Marcus era l'unica persona che lo avrebbe, sempre e indissolubilmente, sostenuto in tutto.

«Non credevo che foste un medico» disse Helena, riscuotendolo dai propri ricordi. Si alzò in piedi, e lei sembrò notare solo allora che era nudo dalla cintola in su. La vide arrossire fino alla radice dei capelli, ammirando il rossore che le salì dal seno e poi al collo. «Nessuno lo crede mai, Helena.»
«È perché siete giovane» replicò lei di slancio, probabilmente per ovviare al suo imbarazzo. Si schiarì la gola. «I dottori non sono mai giovani.»
«Già» commentò Rafe con un sospiro, ricordando le parole di Marcus.
Sei troppo piccolo, Rafe, e la gente se ne accorge. Ecco perché nessuno ti prende sul serio, ed ecco perché sarai la causa della nostra rovina.
«Anche mio fratello me lo ripeteva sempre.»

- IN REVISIONE - Cuore selvaggio La tua prossima ossessione. Scoprilo ora