8. Cuori turbati

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Ecco che cosa c'era che non andava, a parte tutto il resto: il suo corsetto. Non lo aveva indossato e, quando lui l'aveva presa in braccio, aveva percepito chiaramente la morbidezza del suo seno sotto il vestito, quella morbidezza che non aveva tardato a risvegliare i desideri sepolti a stento dentro di lui.
Era colpa sua, aveva continuato a ripetersi Rafe per tutto il tempo, fino a quando, all'imbrunire, non si erano accampati in un piccolo spiazzo nella fitta boscaglia. Era colpa della giovane donna con cui viaggiava, che con il solo sguardo — quello sguardo dolce, profondo e vagamente malizioso — stava mettendo a repentaglio la sua etica morale. Non poteva desiderarla, se lo era ripromesso fin dall'inizio, eppure era inevitabile. Soprattutto trovandosi a così stretto contatto con lei. Dannazione! Avrebbe preferito viaggiare nel deserto senza nemmeno una scorta d'acqua piuttosto che essere costretto a guardarla tutto il giorno.

Quando smontò da cavallo e le gettò una rapida occhiata per controllare che stesse bene, si accorse che il suo volto era triste, amareggiato anche, e che Helena fissava un punto ai suoi piedi. Con un borbottio, Rafe assicurò le redini a un grosso ramo e si avvicinò con tre grandi falcate. Lei non parve nemmeno averlo sentito arrivare.
«Potete legare il cavallo a quel ramo laggiù» le indicò un punto non troppo in disparte, alle sue spalle.
Distrattamente Helena annuì, poi si voltò e si avviò al punto che le aveva suggerito Rafe. Si scostò una ciocca di capelli dal viso prima di stringere le redini intorno al ramo. Quando tornò, Rafe emise un sibilo di rimprovero verso se stesso.

Il volto di lei era sciupato, due grosse occhiaie le deturpavano gli occhi e, notò con rammarico, le sue labbra erano secche, attraversate da piccole screpulature.

La prese per le spalle, dimenticando per un attimo la promessa di starle lontano.
«Avete bisogno di bere» asserì, dirigendosi verso il suo cavallo ed estraendo una borraccia da sotto la sella.
«Avanti» la esortò, porgendogliela.
Quando lei sollevò il capo, gli rivolse uno sguardo quasi disperato. Poi prese la borraccia e bevve tre lunghe sorsate tutto d'un fiato. Con sollievo, Rafe guardò le sue labbra riacquistare un po' di colore.
«Brava, ragazza.»
«È quasi ora di cena» mormorò lei, restituendogli la borraccia.
«Proprio per questo ci siamo accampati. Passeremo qui la notte» le rispose Rafe, portandosi l'oggetto alle labbra e mandando giù un sorso d'acqua. Era abituato a viaggi come quello, per cui non aveva avuto troppo bisogno di assumere liquidi; ma Helena no, per lei era la prima volta. Avrebbe dovuto tener presente che si sarebbe stancata e indebolita durante la traversata. L'acqua era fondamentale. E lui, con amarezza, si rese conto che gli rimaneva solo un'altra borraccia. Sperò che da quelle parti ci fosse un torrente nascosto, o una qualunque  — seppur piccola — sorgente naturale che avrebbe potuto dissetarla.
Ci avrebbe pensato il giorno successivo.

«Venite» le ordinò facendole cenno di seguirlo verso il punto in cui i rami si intrecciavano tra loro, formando una sorta di tetto naturale. Il cielo si era tinto di una sfumatura più leggera del cremisi, il cielo dei tramonti; presto avrebbe fatto buio.

«Datemi il vostro mantello» le disse, allungando un braccio in attesa che lei eseguisse l'ordine.
Helena lo fissò confusa, rifilandogli un'occhiata ostile.
«Perché dovrei darvi il mio mantello?»
«Fungerà da letto» le rispose Rafe, serio. «Avanti, Helena.»

Con evidente rassegnazione, Helena si sganciò il mantello e se lo sfilò dalle spalle. Quando lo porse all'uomo e lui lo prese, le loro dita si sfiorarono e lei fu svelta a ritrarsi. Ancora non si spiegava la ragione per cui il tocco di Rafe le provocasse tanto turbamento. Un turbamento piacevole, ma a lei da sempre sconosciuto.

Lui finse di non notare il gesto e, dandole le spalle, si diresse verso il suo cavallo. Sganciò la sella e così fece con l'altro, poi le depose al suolo e in mezzo stese il mantello.
«In questo modo potremo dormire l'uno lontano dall'altra» le spiegò con cautela. C'era una rigida fermezza nella voce di Rafe; Helena non se ne chiese il motivo, perché ormai aveva rinunciato a cercare di comprenderlo, ma il suo tono la lasciò comunque perplessa.
«D'accordo.»

Rafe annuì, poi si lasciò cadere sul giaciglio composto dalla sua sella e, allargate le gambe, si sbottonò la camicia per metà. Fece altrettanto con i polsini e si arrotolò le maniche fino al gomito. Helena cercò di non guardarlo, di distogliere lo sguardo, di non soffermarsi sulla pelle bronzea e attraversata da una peluria scura, ma il corpo di Rafe ebbe lo stesso effetto di una calamita. Risvegliò in lei sensazioni che non pensava avrebbe mai potuto provare, un rossore tenue le salì dal seno fino al collo e Rafe se ne accorse. Ma non si sottrasse alla sua vista, tutt'altro. Allargò ancora di più le gambe e appoggiò i gomiti sulle ginocchia, squadrandola con espressione indecifrabile sotto le folte ciglia scure.

«Qualcosa non va?»
Lei parve riscuotersi all'istante. Sollevando il mento, si sedette a sua volta davanti a lui. «Perché fate sempre la stessa domanda?»
«Perché mi preoccupo per voi.»
«Permettetemi di dubitarne» replicò Helena senza allegria. Tuttavia, nei suoi occhi, si era acceso un barlume divertito. Rafe sorrise, stupendosi della sua reazione. Lui sorrideva di rado. Si rese conto che quella nuova situazione cominciava a piacergli.

«Questa è la nostra cena.»
Si fece scivolare da dietro la schiena una scodella e la mise sul mantello, che funse, in quel momento, da tovaglia.
«Immagino sia la carne... secca» mormorò Helena con una scrollata di spalle.
«Immaginate bene. Avanti, mangiate.»

Helena socchiuse le labbra e, afferrata una striscia di carne, diede un piccolo morso. La sua durezza non la sconvolse più di tanto.
«So che non è la cena a cui siete abituata, Helena.»
Il tono di Rafe era incredibilmente comprensivo. Lei sollevò lo sguardo.
«Non ha importanza, sapete? Apprezzo il fatto che vi siate disturbato a procurare del cibo.»
Lui tornò a sorridere. Però lei era sempre sciupata e quel pensiero lo turbò profondamente. Quando aveva cominciato a preoccuparsi più di lei che di se stesso? Quando era successo?

«Bevete ancora.» Le porse di nuovo la borraccia. Si trattenne dal dire vi prego.
Lei scosse la testa, ingoiando un altro morso di carne. «Bevete voi, adesso. Non vi ho visto bere che poco fa ed è tutto il giorno che siamo in viaggio.»
«Io sono abituato» replicò lui, determinato. «Bevete. Fatelo per me.
Stranamente, Helena trasse un profondo piacere da quelle ultime parole. Un calore inaspettato si diffuse sulle sue gote e, prima ancora che il cielo si oscurasse, finì di mangiare e bevve anche un sorso d'acqua. Le sembrò che Rafe fosse estremamente compiaciuto di vederla mangiare, di vederla bere, o forse fu solo uno scherzo giocato dalla stanchezza.

«Riposate, ora» disse Rafe alzandosi e dando una razione di cereali ai cavalli. Dove li aveva presi? si domandò lei, spossata. Non aveva immaginato che cavalcare così a lungo avrebbe ridotto il suo corpo in quelle condizioni. Si sentiva spossata. La schiena le faceva male, la gola era stata arida come il deserto fino a pochi minuti prima e ora era tornata ad esserlo, il sudore aveva attaccato i suoi capelli  alla fronte e al collo.
Forse non era fatta per quel tipo di vita, almeno non come Rafe. Lui sembrava perfettamente in grado di badare a se stesso, era a suo agio in quell'ambiente quasi primitivo, non si era lamentato neanche una volta. Certo, anche lei aveva fatto a meno di lamentarsi, ma trattenersi per non arrecargli ulteriori fastidi era stato quasi doloroso. Si domandò, mentre osservava la schiena di Rafe in piedi, ad alcuni metri di distanza, chi fosse realmente quell'uomo e il tipo di vita che era abituato a condurre. Era davvero così incivile come aveva pensato? Eppure non le era sembrato così incivile quando si era preoccupato delle sue condizioni fisiche…

La cosa a cui cercava, sopra qualunque altra, di dare una risposta era il motivo della sua scontrosità nei suoi confronti. Helena non aveva mai pensato che tra loro dovesse esserci un rapporto stretto, ma, quantomeno, aveva sperato anche in una sottile amicizia. E invece sembrava che Rafe non fosse troppo disposto a diventare suo amico. E, d'altronde, ammise a se stessa, mentre lui tornava e si stendeva sul giaciglio fatto con il suo mantello, era davvero quello che lei voleva? Essere sua amica?

«Riposate, miss Burren» le disse lui in tono neutro, dandole le spalle.
Helena non finse di essere rimasta delusa dal fatto che l'avesse chiamata col suo appellativo da ricca ma, per sua fortuna, Rafe non la stava guardando e di conseguenza non poté vedere la delusione nei suoi occhi.
Spostandosi la treccia dietro le spalle, Helena si raggomitolò dalla sua parte del giaciglio. Sopra di loro, come a cullarli, il cielo ospitava ora una vivida e grossa luna.

- IN REVISIONE - Cuore selvaggio La tua prossima ossessione. Scoprilo ora