34. Una voce tra le tenebre

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«Lo abbiamo visto ai confini delle vostre proprietà» riferì Ector. Bayard fissò il suo braccio destro con espressione contorta. «Sei sicuro si trattasse proprio di lui?»
«Nel modo più assoluto. Non si dimentica una faccia come quella.»
Dopo qualche istante di meditazione, il conte fece cenno a Ector di chiudere la porta e avvicinarsi al suo scrittoio. «Assicurati che non oltrepassi la mia proprietà» ordinò in tono letale quando l’uomo ebbe raggiunto il tavolo. Strinse i pugni. «Spezzagli le gambe, se sarà necessario.»

Negli occhi nocciola di Ector passò un lampo di malizia, forse perversione. Bayard sapeva quanto il suo fedele scagnozzo traesse piacere dal torturare le proprie vittime, era per questo che andavano così d’accordo. Lui era stato un dipendente del defunto lord Mellins, e da qualche mese il conte e Ector avevano legato molto, arrivando a definirsi perfino amici. Bayard sapeva perfettamente, anche, che Ector avrebbe eseguito gli ordini letteralmente. Ma non c’era nulla di meglio per rimettere Rafe Ellington al proprio posto. Se era vero che si era aggirato nel confine e se la vista di Ector non si era affievolita, avrebbe trovato pane per i suoi denti. Bayard si era ripromesso, alcuni mesi prima, che Rafe avrebbe pagato per mano sua. Ma poi aveva capito che sporcarsi la coscienza non avrebbe giovato al suo buon nome, e per questo motivo sarebbe spettato a Ector dargli un caldo, degno bentornato.

Le dita sporche di Ector sfiorarono i lembi del cappotto quando se lo abbottonò. «Sarà fatto, milord.»
«E assicurati, inoltre, che nessuno ti veda. Non voglio che il mio nome venga implicato in questa faccenda. E, cosa ancora più importante, mia moglie non dovrà mai sapere nulla di quanto stai per fare. Siamo intesi?»
Ector annuì, curvando le labbra in un atteggiamento di vittoria. Pregustava l’attimo in cui avrebbe torturato Rafe, Bayard poteva ben immaginarlo. Se avesse voluto, lo avrebbe fatto di persona. Ma non sarebbe riuscito a nascondere la cosa in presenza di Helena, perché c’erano momenti in cui voleva davvero renderla felice. Dirle una cosa simile sarebbe significato perderla definitivamente, e lui l’aveva già persa la prima notte di nozze. Forse non l’aveva mai avuta realmente.

«Vai, adesso» ordinò in tono basso. «Ricorda, Ector: se spezzi una gamba, poi dovrai spezzare anche l’altra. Non si lascia mai un lavoro incompiuto.»
Il sorriso di Ector si accentuò. «Sarà fatto.»

*

Il ricordo della strada che aveva percorso il giorno in cui aveva condotto Helena alla residenza di lord Mellins, accompagnò Rafe durante l’intero tragitto. Aveva lasciato a casa la pistola, in modo che Kate, Rachel e Agatha potessero difendersi nel caso in cui Tom le avesse trovate, e adesso si aggirava tra i cespugli cercando di capire quale fosse il sentiero giusto per la brughiera. Calpestò un ramo caduto che provocò un rumore stridulo sotto i suoi piedi, accompagnato dai suoni della natura e dalla frenesia costante che provava al pensiero che presto avrebbe rivisto la donna che amava. Non sarebbe stato facile dirle che un assassino stava venendo a cercarla per finire quello che aveva iniziato, ma lui le avrebbe assicurato che, qualunque cosa fosse accaduta, da quel momento aveva la sua protezione. Bayard non gli avrebbe permesso di proteggere sua moglie, perciò Rafe lo avrebbe fatto di nascosto, e da lontano. Non avrebbe lasciato Helena ancora, anche se non poteva starle accanto come desiderava. Era troppo tardi per tornare sui propri passi, per decidere di sposarla, per dirle quanto la amasse, ma ci sarebbe stato comunque nella sua vita. Aveva già sprecato troppo tempo. Era stata Kate a farglielo comprendere. "Cosa è complicato? Il fatto che la ami o che abbia sposato un altro uomo?"
Era stato nell'attimo in cui aveva udito quelle parole che aveva capito. Le difficoltà nel loro rapporto erano state create dal nulla, nonostante appartenessero a due classi sociali differenti: era stato per senso del dovere verso il defunto padre di Helena, perché non poteva offrirle una vita agiata, o il vero motivo era che aveva paura di amarla? In passato aveva amato suo fratello, e la vita glielo aveva strappato dalle braccia. Non aveva voluto che accadesse la stessa cosa con Helena. Se avesse perduto lei, l'ultima parte di sé, quella rimasta dopo la morte di Marcus, sarebbe andata distrutta. E così, alla fine, quando aveva lasciato la casa nella prateria, aveva avuto modo di riflettere. Lui voleva Helena. Voleva passare il resto della sua vita insieme a lei, anche a costo che fosse una vita breve. Sarebbe stato meglio vivere insieme per pochi anni, piuttosto che perdersi per sempre. Avrebbe aspettato. Poi l'avrebbe portata via dalla casa di suo marito, a patto che lei gli dicesse che lo amava. Se così non fosse stato, e gli avesse confessato di essersi innamorata di Bayard, allora Rafe l'avrebbe lasciata andare definitivamente.

Misurò passo dopo passo la distanza che lo separava da Mellins' House. Non mancava molto, doveva solo individuare la brughiera. Si sarebbe nascosto nelle stalle e, all'imbrunire, avrebbe cercato di forzare la serratura per svegliare Helena, sperando di non destare anche Bayard. Era un'impresa ardua, ma andava tentato il tutto per tutto. Per Helena, avrebbe fatto crollare il paradiso e lo avrebbe ricostruito da capo. Non importava quanti ostacoli avesse incontrato lungo il cammino.

Un vento gelido gli trafisse il viso. Si calò meglio il cappello sulla fronte e continuò ad avanzare, fino a quando, all’improvviso, non si ritrovò circondato da tre uomini. «Credo abbiate sbagliato strada, signore. Questi sono i territori di lord Mellins.»
Lo stomaco di Rafe si annodò al suono di quel nome. Aveva quasi dimenticato quanto rude risultasse se il pensiero di Helena come sua moglie vi si accostava. Cercò di mantenere un tono calmo, ma comunque deciso. «Sono diretto a Mellins' House, signori. Ho una questione urgente di cui discutere con lady Mellins.»
Uno dei tre, un uomo alto, snello e dai lunghi e all’apparenza unti capelli corvini, gli si parò davanti. Nonostante si sforzasse di erigere la schiena, però, non arrivava che al naso di Rafe. Tuttavia la cosa non pareva turbarlo.
«Abbiamo degli ordini precisi di non lasciar passare nessuno straniero nelle proprietà di lord Mellins» sibilò. «E francamente» aggiunse squadrandolo come avrebbe fatto con una formica, «non credo che lady Mellins proverebbe troppo interesse nel concedere qualche minuto del suo tempo ad uno come voi.»
Rafe contrasse la mascella. «Devo parlare con lei» ripeté, avanzando di un passo. «Subito.» Non gli importava che cosa pensavano di lui. Era suo dovere mettere al corrente Helena del rischio che stava correndo: non aveva potuto salvarla una volta, ed era deciso a farlo adesso.
Uno degli altri uomini gli si parò di fronte. Era più alto del primo, ma sembrava meno arguto. «Tornate indietro, è meglio per voi, signore.»
Quando lui non accennò ad indietreggiare, il primo uomo gettò indietro la testa e rise di gusto. Tornò serio nella frazione di un secondo e assunse un’espressione torva che, all’improvviso, gelò il sangue nelle vene di Rafe. «Che peccato che siate tanto ostinato. Bene, ragazzi, sapete cosa fare.»
Si avventarono su di lui, con i pugni sollevati. Rafe parò i colpi e respinse gli attacchi finché poté, ma erano troppi e troppo potenti. Ben presto si ritrovò a terra, mentre calci violenti si abbattevano sulle sue reni e sul suo stomaco, rischiando di fargli sputare qualche fiotto di sangue. Rotolò su un fianco e cercò di assestare una ginocchiata tra le gambe di uno dei due, che indietreggiò di qualche passo, e per un attimo rimase sgomento. Poi, per Rafe, tutto fu buio. Percepì altri colpi, sempre più forti, fino a quando non si ritrovò con la faccia mezza sepolta da acqua e foglie inzuppate e la mente gli si annebbiò completamente.

**

Non riusciva a muoversi. Una nebbia disarmante gli ottundeva i sensi, impedendogli di capire dove si trovasse e se fosse ancora vivo. L’eco di voci turpi e maschili gli risuonava nelle orecchie, tuttavia non riusciva a identificarne la fonte.
Stava bruciando qualcosa, da qualche parte. Forse era lui che bruciava. Era finito all'inferno? Di certo se lo meritava. Aveva lasciato morire suo fratello, aveva ucciso, aveva assaporato il brivido del peccato con una donna che non era sua. Se fosse finito all’inferno, non avrebbe mosso obiezioni.

All’improvviso, come una luce che squarcia una parete di tenebre, giunse una voce che spezzò le fiamme. Era dolce, delicata. La riconobbe all’istante, nonostante il dolore lancinante che lambiva il suo corpo… Helena. No, non era possibile. Cosa faceva lì? Stava parlando con qualcuno. Bayard, forse? Ma era davvero lei, o lo stava solo immaginando, a causa della sua sofferta mancanza?
Il dolore lo trafisse di nuovo, facendolo gemere. Una mano delicata gli sfiorò la guancia e lui cercò disperatamente di vedere, ma le tenebre da cui era circondato glielo impedirono di nuovo. Avrebbe voluto vedere almeno la sagoma, per dare forma all'angelo che stava sussurrando qualcosa, se solo avesse potuto vederla era certo che il fuoco che gli lambiva il costato si sarebbe spento. Ma non era in grado di aprire gli occhi, nemmeno quando ci provò insistentemente. Sembravano sigillati, chiusi per sempre. Era già morto?

Qualcuno gli prese una mano, e in quel punto il dolore cessò, mentre pian piano Rafe ricadeva in una spirale d’incoscienza e vulnerabilità. L’ultima cosa che gli parve di sentire fu: «Ho sperato così ardentemente di rivederti.»
Ma gli sembrarono piccoli singhiozzi, gemiti rochi, mentre una seconda voce di donna trascinava la prima nella sua dimensione d'irrealtà e Rafe crollava ancora nella nebbia di tenebre.

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