8 Settembre
Mia madre apre la portiera della macchina, distruggendo l'ultima barriera fisica rimasta tra me e lei. Mi invita ad uscire dall'abitacolo, la sua espressione tranquilla nasconde un mare in tempesta che si sta ingrossando sempre di più a causa del mio comportamento da adolescente problematica. Forse questa é la manifestazione di inadattezza tipica dei ragazzini che é maturata in me a scoppio ritardato, o forse sto solo male. Solo. Come se fosse poco.
Scendo dalla macchina tenendo le braccia conserte e lanciando occhiate velenose ai miei genitori. Dopo la mia crisi di ieri pomeriggio, mio fratello li ha chiamati subito con il solo risultato che ora, dopo meno di ventiquattro ore, ho un appuntamento con uno tra gli psichiatri migliori della città. Non penso che spedire le persone in cliniche per malati mentali e poi fingere di curarli tramite pasticche possa considerarsi un vanto, ma questo ai miei genitori non l'ho detto.
E non ho neanche detto loro che non ho idea di cosa Minwoo abbia affermato, dato che non mi ricordo cosa è successo dopo che sono entrata in cucina. O meglio, il ricordo della mia vita prima del disastro è ancora vivido e pulsante di vita dentro di me, ma poi la mia mente è un enorme buco nero. È questo ciò che mi spaventa di più, ed è anche l'unica cosa che la mia famiglia non sa.
«Non guardarci in quel modo» mia madre piega il capo di lato nel tentativo di apparire meno colpevole ed entra per prima nella struttura per chiedere informazioni sul nostro - mio - appuntamento alla reception, lasciandomi sola con mio padre.
«Lo facciamo per il tuo bene, tesoro» schivo il suo abbraccio pesante e stritolatore per un soffio e stringo ancora di più le braccia al petto, guardandomi attorno nella speranza di trovare qualcosa che funga da espediente per convincere i miei genitori a riportarmi a casa.
La costruzione è impeccabile e di recente edificazione, tutti al suo interno sorridono o lavorano con aria rilassata e nell'aria aleggia un motivo da attesa invece che gli urli e i pianti. No. No, è tutto sbagliato. Questo posto non somiglia per niente a quello che avevo immaginato nella mia testa. Questo non è il manicomio dove si respira aria plumbea e carica di dolore, non ci sono carrelli arrugginiti sui quali viaggiano numeri inimmaginabili di pillole e pasticche già smistate in bicchierini da infermiere dai visi scavati ed emaciati. È un posto totalmente diverso che nasconde la vera natura delle cose, sono in una prigione dorata dove a breve mi costringeranno a presiedere ad un incontro in cui devo parlare ad un estraneo di qualcosa che non ricordo.
Inconsciamente, tiro fuori dalla tasca il cellulare e lo sblocco con l'intento di mandare un messaggio per cercare un minimo di supporto. Ma poi la consapevolezza della realtà mi colpisce in pieno petto, mozzandomi il respiro e costringendomi ad alzarmi in piedi alla ricerca di nuovo ossigeno. Vorrei solo tornare a casa e sentirmi una persona tanto normale da risultare monotona, ma come posso seppellire il passato? Il telefono mi cade di mano e il rumore che provocano le gambe della sedia quando strisciano sul pavimento attira l'attenzione dei pochi presenti in sala d'attesa.
«Tesoro, stai bene?» i miei genitori accorrono immediatamente in mio soccorso e io mi aggrappo a loro per non cadere a terra. È la stessa sensazione che ho provato ieri pomeriggio a casa, come se qualcuno mi stesse lacerando il cuore strato dopo strato, cellula dopo cellula, battito dopo battito.
«Sì. Sto bene. Sono solo un po' nervosa» mio padre mi aiuta a mettermi a sedere mentre mia madre prende il mio cellulare da terra e me lo porge. Nonostante la caduta, è rimasto acceso, e le lettere virtuali sullo schermo gridano un nome che non posso più sentire né vedere. Lo afferro con le mani che tremano e lo blocco.
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ʳᵒᵗᵗᵉⁿ - ᵖᶜʸ
Romancesᴛᴀᴛᴜs: completa ɢᴇɴᴇʀᴇ: fanfiction, romance ᴄᴀᴘɪᴛᴏʟɪ: lunghezza media - «Ci sono notti in cui ripenso a te e piango, in cui il mio corpo trema e devo nascondere la testa nel cuscino per non farmi sentire da nessuno. Ci sono anche notti in cui sono...
