12 Settembre
«Sei sicuro che vada bene così vestita?»
Ho evitato di osservare troppo a lungo il mio aspetto per tutta la mattinata, ma lo specchio di dimensioni mastodontiche che si trova incastonato come una gemma preziosa all'interno dell'ascensore manda in fumo ogni mio piano e sono costretta a guardarmi. Non che mi trovi brutta, anche se le notti insonni e lo stress dei pianti ininterrotti stanno mettendo a dura prova il mio corpo. Solo che indossando questi vestiti e truccata in questo modo non sembro affatto me stessa, e la cosa mi destabilizza parecchio.
«Sei semplicemente perfetta. E sarebbe ancora meglio se riuscissi a sorridere invece che tenere quel muso lungo» Junmyeon sorride a sua volta, come per invitarmi ad imitarlo, e io stringo le labbra in un riflesso naturale cercando di mascherare il più possibile il mio disagio. So che Junmyeon ha dovuto fare i salti mortali per fare in modo che Haneul si trasformasse nella mia personalissima stilista e truccatrice, perciò tento di pensare positivo e di apprezzare la cosa. Però... questo abito è troppo formale, il tessuto é troppo rigido, la sfumatura di blu è troppo accesa, il bustino è troppo aderente, le scarpe in vernice sono troppo alte, il trucco sul mio viso è troppo pesante, i miei capelli sono tirati in uno chignon troppo stretto. Tutto è troppo, e tutto mi fa sentire come se non fossi abbastanza. Come se non fossi all'altezza degli standard della società con il mio vestito pastello dalle forme morbide, le mie vans usurate e il mio trucco leggero. Come se, ora che non ho più nessuno al mio fianco a sorreggermi e a dare carattere alla mia vita, io sia priva di personalità. Ed è così. Per quanto mi faccia stare male ammetterlo, è sempre stato così.
«Non è così semplice, Junmyeon» sorridere non fa più parte della mia routine quotidiana, e mi è ancora più difficile se qualcuno mi costringe a fare qualcosa controvoglia. Sinceramente, non so nemmeno per quale motivo io abbia accettato questa stupida proposta. Junmyeon mi guarda con aria esageratamente offesa, corrucciando la fronte e facendo sporgere il suo sottile labbro inferiore oltre a quello superiore. «Smettila, guarda che sto cercando di farti un favore» borbotta.
«Apprezzo lo sforzo» dico in un sospiro, passando le mani sul tessuto rigido del vestito. Non sto mentendo, apprezzo davvero le intenzioni del ragazzo. Junmyeon è davvero un ottimo amico e ciò che sta facendo per me non ha prezzo, ma in questo momento avrei preferito essere immersa nella luce soffusa della mia stanza, avvolta nelle coperte e con la testa sprofondata tra i cuscini ad ascoltare la musica con le cuffiette. Le porte scorrevoli dell'ascensore si aprono, accompagnate dal suono acuto e breve di una campanella che ci avvisa di essere arrivati alla nostra destinazione. Rimango ferma all'interno dell'abitacolo, incapace di muovermi. Junmyeon, notando la mia insicurezza davanti alla vista dell'ufficio gremito di uomini e donne indaffarati tra plichi di documenti, scrivanie in confusione e con la costante della tazza di caffé in mano, mi stringe la spalla e mi sospinge verso la direzione giusta.
Fino a pochi istanti fa non avrei mai preso in considerazione l'idea di poter fallire solo per il semplice motivo che ancora non avevo razionalizzato ciò che stava per succedere. Ma ora che sono a così poca distanza dal mio ostacolo, sento l'ansia risvegliarsi e salire dalle viscere del mio stomaco per poi irradiarsi nel mio corpo come un veleno paralizzante.
Sono terrorizzata.
Ho cercato di evitare i giudizi delle persone per tutto questo tempo, ho tentato invano di fingere che la mia vita stesse scorrendo normalmente, che fossi in grado di affrontare una giornata tiranna senza nessuno al mio fianco, che mi sentissi sicura di me stessa e delle mie capacità. Ciò che mi attende, per quanto possa sembrare normale per una persona della mia età, mi spaventa a morte. Sento l'irrefrenabile bisogno di scappare perché so di non essere in grado di sopportare un colloquio.
Non oggi.
Non senza lui a darmi supporto. Junmyeon cerca di rimpiazzare quel posto vuoto, ma il suo è solo un tentativo fallimentare che mi fa tornare in mente dei ricordi che avevo momentaneamente accantonato. «Non ti preoccupare,» dice, stringendomi la spalla con fare protettivo, «la tensione ha questo effetto su molti. Ma tu hai tutti i requisiti che stanno cercando»
Più mi guardo attorno e più mi sento fuori posto. Questo non è il mio mondo, non riuscirò a vivere seduta ad una scrivania per otto ore al giorno, facendo ordini, mandando mail, organizzando spedizioni tramite lo schermo di un computer.
«Non sono in grado di lavorare in un ufficio, Junmyeon» mormoro, affacciandomi alla realtà. Perché ho accettato la sua proposta?
«Ti ho detto di stare tranquilla. Devi comunque fare il colloquio qui in sede centrale se vuoi essere assunta in uno dei negozi» Junmyeon si siede in una delle sedie foderate allineate l'una affianco all'altra a pochi metri da una porta bianca sulla quale si staglia una placca dorata con sopra inciso a caratteri cubitali "dirigenza". Annuisco, stringendo nuovamente le labbra e sedendomi accanto al mio amico, sul bordo della sedia imbottita. Come non credo di essere capace a lavorare in ufficio, sono sicura sia lo stesso per qualsiasi altro tipo di impiego. Solo l'idea di essere sotto la supervisione di un superiore che esamina il mio operato e mi giudica per quello che faccio fa tremare il mio petto. Non ho mai preso il lavoro troppo seriamente e mi sono sempre accontentata del mio storico impiego da poco perché i turni mi davano la possibilità di coltivare anche le mie passioni e la mia situazione economica mi ha permesso di temporeggiare su questo ostacolo incombente. Ma ora che mi sono ritirata dall'università e inizio ad avere un'età da persona adulta, non posso non lavorare.
Una ragazza dall'aria curata e una cartellina stretta tra le braccia mi viene incontro, sorridendomi. Lancia un'occhiata a Junmyeon, seduto al mio fianco, e il suo atteggiamento si fa molto più professionale.
«Buongiorno. È qui per il colloquio, giusto?» mi chiede, controllando nella sua carpetta. Io annuisco, incapace di proferire parola. In questo momento, tutte le mie energie sono concentrate nel bloccare i ricordi che stanno spingendo per invadermi nuovamente la testa con lo stesso impeto di un'orda barbara.
«Bene. Mi segua, allora» il mio corpo si muove in modo del tutto autonomo, e senza neanche rendermene conto mi ritrovo di nuovo seduta. La sedia, però, è un'altra, e davanti a me si trovano tre persone, tra cui la madre di Junmyeon. La sua presenza mi rassicura un po'. È come vedere la mia, di madre. E anche il sorriso che mi rivolge ha il potere occulto di farmi rilassare. Concentro le mie attenzioni su di lei per tutta la durata del colloquio, cercando di rispondere in modo soddisfacente alle loro domande. Quando mi porgono un modulo da compilare con i miei dati, cerco di scrivere nel modo più chiaro possibile nonostante mi tremi la mano. Dopo quelli che mi paiono eoni, l'uomo davanti a me mi invita ad uscire dalla stanza. Con il cuore gonfio di sollievo e un sorriso tirato dalla tensione sul volto, faccio un inchino prima di lasciare la sala e, non appena mi chiudo la porta alle spalle, allungo le braccia verso Junmyeon cercando di non scoppiare a piangere. Lui si avvicina a me con un sorriso a trentadue denti, accarezzandomi la testa con la mano e chiedendomi come sia andata.
«Benino. Credo. Spero» non riesco a formulare una frase di senso compiuto, e le occhiate curiose e stranite che il personale mi rivolge mi mettono ancora più in soggezione. «Andiamo?»
Junmyeon annuisce, e venti minuti dopo parcheggia davanti a casa mia. Spegne il motore della macchina e si volta a guardarmi mentre io tento ancora di non piangere sbattendo velocemente le palpebre e facendomi aria con le mani. «Non mi guardare così. È stato traumatico» borbotto, sentendomi giudicata dal suo sguardo.
«Immagino: da un mese a questa parte, per te tutto è diventato traumatico» l'ironia pungente che impregna le sue parole brucia su quelle ferite che non sembrano avere intenzione di rimarginarsi troppo presto. Nonostante il bruciore, però, riesco comunque a dire qualcosa. «Junmyeon, così non aiuti»
«Va' a riposarti, e cerca di riprenderti» il ragazzo ignora le mie parole, e forse è per questo che anche l'acidità e il fastidio si dissolvono tanto rapidamente come sono arrivati. «Passo da Haneul a dirle che le fai i complimenti per il trucco. Fammi sapere se ti prendono, okay?»
Scendo dalla macchina del ragazzo, tenendo per me le formulazioni che si fanno sempre più ponderose riguardo ad una possibile storia tra Haneul e Junmyeon, e mi chiudo in bagno non appena arrivo in casa. Mi strucco, cambio questi abiti terribili con una tuta molto più comoda e morbida, raccolgo i capelli in una semplice coda che lascia un minimo di libertà alle ciocche scure. Per tutto il resto della giornata, non faccio altro che controllare la posta elettronica ogni dieci minuti per vedere se mi hanno inviato qualche mail dalla sede centrale e girovagare per casa alla ricerca di qualcosa da fare. Passo una notte quasi insonne, e da quando scendo dal letto riprendo la routine monotona e straziante del pomeriggio prima. Dal canto loro, anche i miei genitori scalpitano per avere notizie tanto che mi lasciano alzare da tavola prima del dovuto pur di andare a controllare il computer, ma non ci sono novità.
Quella sera, prima di andare a dormire, apro di nuovo la posta elettronica per puro sfizio. Mi copro la bocca con le mani per non urlare, correndo a prendere il cellulare per chiamare Junmyeon. Lui risponde al quinto squillo, la voce trafelata. «Junmyeon? Mi hanno presa»
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ʳᵒᵗᵗᵉⁿ - ᵖᶜʸ
Romancesᴛᴀᴛᴜs: completa ɢᴇɴᴇʀᴇ: fanfiction, romance ᴄᴀᴘɪᴛᴏʟɪ: lunghezza media - «Ci sono notti in cui ripenso a te e piango, in cui il mio corpo trema e devo nascondere la testa nel cuscino per non farmi sentire da nessuno. Ci sono anche notti in cui sono...
