Tendine azzurrognole, televisore sincronizzato sul telegiornale, voci sommesse che avevano un occhio di riguardo per la malattia debilitante che si odorava ogni volta che le lenzuola asettiche venivano scosse.
Camila sbatté ripetutamente le palpebre, lentamente perché affaticata. La prima persona che vide fu Lauren, seduta sulla sponda del letto. Le teneva la mano, un'espressione mortificata scorticava la sua abitudinaria briosità. Camila capì che qualcosa non andava, così si girò di scatto dall'altra parte, provando una fitta di dolore al collo per il movimento repentino.
Sua madre stava parlando con foga con il dottore Jerkins, suo padre assisteva ammutolito. Camila immaginava già il dipanarsi della conversazione. Sinu stoica accanita che cercava di persuadere lo scorato dottore a provare qualche nuova terapia sperimentale, mentre Alejandro se ne stava in disparte, rassegnato all'idea che non ci fosse più niente da fare, stanco di vedere Camila soffrire e di caricarsi di speranze puntualmente infrante.
Camila realizzò. Era di nuovo in ospedale. Era di nuovo a Boston.
Era finito tutto. Il viaggio, l'avventura, la felicità, la spensieratezza... Ne restavano solo briciole troppi piccole per poter essere raccolte.
Questo spiegava la faccia avvilita di Lauren, l'odore del disinfettante che le pungeva le narici, la voce petulante della giornalista che raccontava fatti di cronaca con sussiego impeccabile. Stanza 102, letto numero 8.
Eccoci tornati alla realtà. Pensò Camila, e provò a dirlo ad alta voce, per avvisare gli astanti del suo risveglio, ma le parole non uscirono.
Solo adesso si rese conto di avere la gola ostruita da un tubo che le impediva di parlare. Dei rantoli impauriti le graffiarono la gola, suscitando l'attenzione della corvina seduta poco più in là che alzò la testa di scatto, seguita dai genitori di Camila.
«Non dire niente. Non puoi parlare.» Si affrettò a dire Lauren, sgranando gli occhi.
Camila tentò di deglutire, ma anche quello le riusciva difficile, per non dire impossibile.
Voleva liberarsi della paura che sentiva ammassata in gola, incagliata nel respiro mozzato.
«Ci hai fatto prendere uno spavento.» Furono le prime parole di sua madre. Nessuna paternale, nessun urlo infervorato, niente di niente. Non era arrabbiata, era solo preoccupata.
«Camila, come ti senti?» Domandò retoricamente il dottore Jerkins, stringendosi nel camice bianco come a volersi vantare della sua dote.
«Ti spiegherò quello che è successo, va bene?» Si sedette sull'altro lato del letto, mise una mano sulla gamba di Camila e questa l'allontanò.
«Sei arrivata ieri sera. Hai perso conoscenza e hai iniziato a tremare. Lauren, giustamente, ti ha scortato all'ospedale più vicino dove vi hanno identificate. Stamani un elicottero è venuto a prendervi e vi ha riportato qui. A quanto pare stavi avendo una crisi, non ne conosciamo bene l'origine, ancora.» Sospirò abbattuto, sorrideva incoraggiante mentre faceva le veci di un oratore tedioso.
Camila smise di ascoltare, si concentrò su Lauren, sul suo sguardo vacuo e colmo di rimorsi. Si chiese se fossi compunta di aver intrapreso quel viaggio, oppure se fosse pentita di non averlo portato a termine. La mano della cubana strisciò sul lenzuolo grezzo e afferrò quella dell'altra.
Lauren portò lo sguardo su di lei, la rimirò negli occhi e per un istante non fece niente. Sapeva quello che Camila le stava chiedendo nel suo forzato mutismo; la stava implorando di portarla via come aveva fatto settimane prima, la stava pregando di sottrarla alle spire della morte che malgrado Camila sapesse di dover accettare, non voleva che la cogliessero nel letto di un ospedale. Ma Lauren stavolta non accondiscese alla sua richiesta, scosse la testa e rimase in silenzio. Era diventata come loro.
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Until Tomorrow
Fiksi PenggemarCamila e Lauren si conoscono ad una festa. Fra di loro scatta solo un bacio e poi si perdono di vista. Camila scopre di soffrire di una grave malattia alla quale non trova via d'uscita. Dopo aver provato diverse cure sperimentali, decide di trascor...
