Eravamo in viaggio da diverse ore, le mie esili gambe cominciavano a risentire di quella frenetica camminata e il mio respiro affannoso non mi permetteva di poter dialogare con il mio compagno. Nonostante tutto, il mio capo provava a rimanere eretto e le mie spalle cercavano di non cedere a tutta quella fatica. Non mi sarei arresa per nulla al mondo, avrei trovato mio fratello e per farlo quell'uomo era la mia unica possibilità.
Mentre ci incamminavamo in antri naturali mozzafiato e percorsi rocciosi dai colori sgargianti, notavo l'espressione sempre più corrucciata dell'uomo che mi camminava di fianco. Di tanto in tanto percepivo il suo sguardo preoccupato su di me e cominciavo a sentirmi lievemente vulnerabile. Pertanto decisi di coprirmi ulteriormente con il suo mantello nero, sperando di scomparire quasi del tutto dal suo campo visivo.
Quando il sole raggiunse la vetta del suo percorso giornaliero, noi ci inoltrammo in una foresta dagli arbusti voluminosi. Dopo poche centinaia di metri si presentò ai nostri occhi un ruscello che a me parve piuttosto familiare.
"Quanti ruscelli ci sono ad Ekaton? Il suo colore e la sua forma credo di averli già visti."
"Ma certo che li ha visti! Lei ha passato tutta la sua vita contemplando questo ruscello, non ricorda?"
Lì ad Ekaton tutti si aspettavano che io ricordassi qualcosa che nella mia mente non aveva lasciato tracce.
Quelle sensazioni di inadeguatezza e carenza di memoria mi irritarono alquanto, così decisi di non rivolgergli più la parola. Probabilmente si accorse del mio sguardo adombrato poiché dopo alcuni minuti riprese il discorso.
"Mi dispiace se l'ho turbata, signorina. Comunque ad Ekaton è presente soltanto questo ruscello ed è lo stesso che circonda il castello della città."
Involontariamente quell'uomo confermò la mia ipotesi: quello era lo stesso ruscello che avevo visto la prima volta in cui ero stata in quel posto.
Poi proseguì.
"Lei ha vissuto per diciotto anni in una casa poco lontana dal castello, la sua casa. Ogni mattina, prima di adempiere ai suoi doveri, lei bagnava le sue mani in questo ruscello. Lo ha sempre fatto, prima che..."
Lo vidi titubare. In cuor mio ero cosciente del fatto che ci fosse una ragione oscura che lasciava l'uomo a corto di parole, eppure lo esortai a proseguire. La mia curiosità voleva essere soddisfatta.
"Prima che lei morisse. Be', prima che credevamo fosse morta."
Era tutto così bizzarro e surreale. Ero catapultata in una condizione così indecifrabile da non riuscire nemmeno a credere che si trattasse di un sogno.
"Io credo che tutti voi vi stiate confondendo con qualcun altro. Io non vi conosco."
A quelle parole il mio interlocutore abbassò lo sguardo e l'ennesima lacrima gli inumidì il volto. A quanto pareva, in quel posto facevo a tutti quell'effetto.
Decisi di non riprendere più il discorso e gli rivolsi la parola esclusivamente per chiedergli di avvicinarci al ruscello per rinsavirci. Mentre io raggiungevo la sponda umida, attenta a mantenere il mantello sulla mia testa per evitare di bruciarmi, lui si appoggiò al fusto di un albero. Sentii i suoi occhi percorrere la mia figura minuta e non seppi se intimidirmi o allarmarmi. Nel dubbio, mi chinai verso quella limpida pellicola d'acqua fresca.
Sussultai.
L'acqua era così limpida da permettermi di specchiarmi e ciò che vidi mi terrorizzò.
Non fu la folta chioma castana e ondulata, né le labbra sottili e rosse a spaventarmi. Non fu il mio naso, con una lieve gobba e una punta ricca di cartilagine, che non riconobbi. Non furono le gote piene e puntellate da lentiggini.
Furono gli occhi. Quelle iridi che io ricordavo castane e che quello specchio mi restituiva grigie. Molte volte avevo desiderato un colore differente, che potesse illuminare il mio sguardo. Talvolta ci pensavo così intensamente da sognare i miei occhi, durante la notte, di un intenso color azzurro. Ma mai avrei pensato un giorno che questi futili pensieri diventassero realtà.
Continuai ad osservarmi a lungo, provando ad abituarmi a quelle nuove iridi e a quel colore, a quanto pareva fin troppo comune ad Ekaton.
Poi immersi la mano destra nell'acqua gelida e la portai sul viso, provando a rinfrescarmi. Ripetei il movimento ininterrottamente, fino a quando una voce stridula e infantile raggiunse le mie orecchie.
"Sei fresca abbastanza, no?"
Mi voltai ma tutto ciò che vidi fu il mio compagno di viaggio impegnato a mangiare una mela perfettamente sferica. Dopo alcune occhiate sparse un po' dappertutto, mi convinsi di aver sentito male. Dunque ripresi a bagnarmi il viso.
"Sono proprio sotto di te, sciocchina."
Questa volta la voce femminile rise di gusto, e quel suono mi ricordò mio fratello dopo uno dei suoi soliti scherzi.
Abbassai lo sguardo ma continuai a non vedere nulla.
"Insomma, non mi vedi?"
Cominciai a spazientirmi. La situazione stava diventando fin troppo ridicola.
"Ne ho abbastanza di questo giochetto, per favore!"
Quella vocina riprese a ridere e, nonostante fossi irritata, la sua gioia contagiò anche me ed io non riuscii a non sorridere con lei. In un altro momento questo avrebbe potuto farmi pensare che stessi diventando pazza, ma l'affinità che percepivo con quella voce rese il tutto spontaneo e naturale. Le mie labbra erano spalancate in un vero sorriso, uno di quelli che allietano il cuore, e i miei occhi si erano ridotti a due fessure.
Fu allora che la vidi, una esile figura azzurra come il ruscello. Era piccola quanto il palmo della mia mano e rassomigliava ad una delle mie bambole di porcellana con cui giocavo da bambina. Il suo vestito a campana era luminoso e, osservandola meglio, notai che era straordinariamente trasparente. Come un vetro colorato di azzurro, io vedevo lei e anche tutto il paesaggio che il suo corpicino provava a coprire.
"Finalmente, pensavo mi avessi dimenticata..."
Ancora una volta mi veniva addossata quella responsabilità.
Quell'esserino si sedette sulla sponda del ruscello e appoggiò il suo viso, grande quanto una mia unghia, sul mio mantello.
"Mi sei mancata, sai? Son quasi venti anni che non parlo con nessuno, mi sentivo morire. Da quanto sei scomparsa ogni mattina per me è stata triste. Perché sei andata via?"
Io non risposi, più confusa che mai.
"Sono felice di notare, però, che dopo vent'anni sei sempre la stessa. Sai, qui siamo tutti sempre gli stessi però non mi aspettavo che anche tu, dopo essere scomparsa da Ekaton, saresti rimasta uguale. Ora resterai qui per sempre, vero?"
Mi voltai per osservare il suo viso piccolo e delicato, tutto tinto d'azzurro. Avvicinai il mio palmo sinistro ai suoi piedi e attesi che lei si arrampicasse su di esso. Poi si sedette a gambe incrociate ed io avvicinai la mano al mio naso, per osservare meglio quella bambina dalla voce sottile.
Mi sentii solleticare la punta del naso e insieme sorridemmo.
Il mio cuore balzava rumorosamente nel mio petto. Entrambe eravamo complici di un'innata affinità.
"Tu sei così dolce." Dissi guardandola con occhi pieni d'amore.
"Anche tu, Priscilla."
Un velo di delusione calò sui miei occhi.
"Chi è Priscilla?"
"Sei tu sciocchina, no?"
E sorrise.
Io, però, non lo feci.
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Centouno
Fantasy[COMPLETA] Immersa tra le ombre, Sara comincia a contare quei centouno granelli di polvere che da anni aleggiano indisturbati nella sua camera. Eppure un giorno qualcosa in quei conti non torna. Un granello mancante la porterà a vivere un'avventura...
