Nel corso della storia, l'uomo ha sempre percepito una forte separazione tra la sua realtà e quella dei propri simili; una divisione che lo ha tenuto lontano da mondi diversi dal suo e, in alcuni casi, inaccessibili da un punto di vista politico, sociale e culturale.
Il distacco ha fatto maturare due concetti tanto simili quanto distanti tra loro: il confine e la frontiera. Secondo uno studioso di nome Pietro Zanini, il "confine" indica la separazione tra spazi contigui. Tale divisione nasce essenzialmente come necessità dell'uomo di delimitare e rivendicare il diritto di proprietà. Per esempio, gli Egiziani, in virtù di tale bisogno, introdussero le prime forme di agrimensura per rintracciare i confini dei campi che venivano cancellati periodicamente dalle inondazioni del Nilo; un altro riferimento potrebbe essere il "limen" romano, ossia un confine politico-culturale che fungeva da spartiacque tra un mondo latino e civilizzato e uno barbaro e arretrato.
Quando il confine delimita zone di vastissima estensione, invece, diventa frontiera: essa rappresenta un limite più complesso, in quanto impercettibile dalla mente umana.
Nell' aprile del 1961 Jurji Gagarin, protagonista del primo volo spaziale, fu il primo uomo a vedere interamente il nostro pianeta. Guardando la terra dalla sua piccola Soyuz, avrà visto le vene d'acqua, le rughe di pietra dei monti, il verde delle foreste, il blu dei mari. Nessun confine. Il mondo, prima di noi, non ne aveva.
A sostenere questa tesi c'era lo storico inglese Benedict Anderson, che, nella sua opera più nota, ha mostrato come tutte le nazioni non siano altro che il prodotto di un processo di immaginazione costruito dall'alto, dai fautori dei nazionalismi. Immaginate, sì, ma non immaginarie, se poi si combatte e si muore in loro nome. Diventano talmente reali da essere pensate come naturali. Naturalizzare, è questo il verbo che usiamo quando concediamo la nazionalità a uno straniero, come se fosse naturale averla, come se la natura ci dotasse di un passaporto. L'ho sempre trovato interessante il suo studio sulla microfisica del sentimento di appartenenza nazionale. Sarebbe bello riavere un orizzonte comunitario senza conflitto e antagonismo fra visioni alternative della società. Purtroppo, però, qualunque cosa abbia dato la stura ai conflitti sociali, è sicuramente frutto di una logica irrazionale e dirompente che persisterà a lungo, sennonché per sempre.
La prima volta che ho superato il confine dipartimentale illegalmente è stata all'età di dodici anni. Da allora, insieme a Katy, ci siamo divertiti a violare quotidianamente questa regola, facendo di tale contravvenzione il nostro piccolo segreto. Abbiamo continuato così fino a otto mesi fa, quando lei ha scoperto di soffrire di leucemia.
Era bello uscire dai confini territoriali e isolarci dal mondo. La mattina, poco prima dell'alba, prendevamo le nostre bici e ci dirigevamo verso la zona sud del Dipartimento. Raggiunto il confine -una recinzione di rete metallica sormontata da filo spinato - riponevamo le nostre bici nella rastrelliera più vicina. In teoria la recinzione dovrebbe essere elettrificata ventiquattro ore al giorno, ma, in alcuni momenti della giornata, gli elettrificatori smettono di inviare gli impulsi elettrici lungo i fili della recinzione. Così, dopo avere comunque controllato se si sentisse o meno il ronzio della corrente e che non ci fosse nessuno a guardarci, strisciavamo sotto mezzo metro di recinzione, in uno punto allentato da anni.
Oltre il confine dipartimentale, si apriva un mondo dominato dalla foresta. Era un mondo distante da quello a cui eravamo abituati, un mondo che sussurrava la piccolezza umana, che suggeriva una calma incantevole. Il silenzio sollevava la patina di normalità ed esponeva la sua essenza: quella di un capolinea solitario. L'aria era pungente, purificante. Quando la respiravo a pieni polmoni, era come se mi lavassi dal contagio della tristezza che spesso provavo all'interno del Dipartimento. Era come riemergere da un'apnea troppo lunga. Quando si alzava il vento, le cime degli abeti cominciavano a ondeggiare, come se stessero seguendo una danza studiata e ristudiata. D'autunno, qualche foglia secca strappata ai rami delle querce vorticava in mulinelli frenetici che avvolgevano me e Katy.
Quando superavamo la recinzione, c'era già qualche raggio di sole che bucava il verde e incendiava d'oro il sottobosco. In quel silenzio assoluto, si poteva percepire, ascoltando attentamente, la cascata che alimentava il torrente lì vicino, la quale si gettava in un salto pauroso, spruzzando minuscole gocce d'acqua che in estate, quando la luce riusciva a raggiungere il fondo, si coloravano di arcobaleno.
Durante il periodo scolastico, le lezioni iniziavano soltanto alle otto e mezza, quindi potevamo prendercela con tutta la calma del mondo. Potevamo trascorrere quelle due ore come meglio volevamo: leggendo, raccontandoci delle storie, ascoltando la musica, disegnando, facendoci un bagno in un laghetto poco lontano dalla recinzione e godendoci dei momenti di intimità.
Un giorno, dopo avere fatto un tuffo veloce in acqua, ci siamo asciugati con dei panni di tessuto e ci siamo distesi sul prato, i nostri volti illuminati da un sorriso che meglio non poteva descrivere la nostra felicità. Il cielo era di un azzurro freddo e luminoso, con i bordi sfumati color del latte. Era bello farsi trasportare dalla melodia del bosco, un dolce ruggito marino, un immenso e composito rumore d'attrito di foglie che sfregavano tra di loro, di rami che strusciavano gli uni sugli altri. Dalla volta agitata cadevano di tanto in tanto dei detriti: bacche e rametti che picchiettavano sulla strato di foglie sottostante. La primavera colorava le betulle bianche, gli ontani, i ciliegi, i platani, mentre fuori dal bosco a me sembrava tutto grigio. Tutti noi abbiamo avvertito almeno una volta nella vita quella sensazione che ci danno le strade di stare in una gola, quel senso di intasamento, quel desiderio di superfici che non siano vetro, mattone, cemento e asfalto. Io quel senso di fuga l'ho sempre provato, condividendo con la persona più vicina a me.
Bagnata fradicia, Katy era ancora più bella. Coi capelli dorati che si appiccicavano sul volto e la pelle imperlata di goccioline, i suoi occhi cervoni risaltavano maggiormente e la rendevano ancora più affascinante, seducente come una ninfa. Più la guardavo, più vedevo il suo sorriso penetrante. Quando i suoi occhi entravano dentro i miei, mi faceva sentire felice. Il profumo di fiori di campo del suo shampoo mi riempiva le narici mentre lei avvicinava le sue labbra alle mie per baciarmi e io non volevo mai che smettesse. Adoravo il contatto di quella bocca sulla mia, le labbra calde, piene, il respiro ardente, il modo in cui mi riempiva tutti i sensi fino a stordirmi.
«Mi prometti che non mi lascerai mai?», mi ha chiesto a un certo punto, ritraendosi un attimo indietro per guardarmi negli occhi.
«Certo amore», le ho risposto senza nemmeno pensarci due volte. Ho sempre immaginato come sarebbe stata una vita con lei. Sono sicuro che sarebbe stata una brava moglie e soprattutto un'ottima madre. Anche io, al suo fianco, sarei potuto essere un buon genitore e un buon marito. Ora che ci è stato sottratto questo futuro, però, chissà se un giorno riuscirà a scordarsi di me e a intraprendere una nuova vita con un'altra persona.
Mentre Katy si riavvicinava a me per riprendere da dove ci eravamo fermati, il suo telefono ha cominciato a squillare. Appena ha attivato la chiamata, il suo volto ha cominciato a farsi preoccupato. Una volta chiuso lo sportellino del telefono, ha cominciato a recuperare tutto quello che ci siamo portarti dietro e a rimetterlo negli zainetti. Mentre ci sbrigavamo a tornare a casa, lei mi ha spiegato cosa era successo. Mi ha raccontato che suo fratello aveva una crisi epilettica grave e che i suoi genitori stavano chiamando l'ambulanza per portarlo al pronto soccorso.
Era da sei anni che suo fratello non soffriva più di attacchi epilettici.
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Blind - Libro 1 [#Wattys2020]
Ciencia FicciónTrama: in un futuro post apocalittico ambientato in una società distopica, ogni anno vengono prelevati, tramite una cerimonia d'estrazione, alcuni ragazzi delle zone periferiche per essere scortati nella Capitale, luogo dove verranno a contatto con...
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