Non avevo mai visto un cielo così bello. L’impressione era esattamente quella di una volta nera, una cupola, una sorta di tetto sferico capace di contenere un pianeta intero sotto di sé. Il colore era quello della notte, naturalmente. Nel buio più oscuro erano incastonate una miriade di stelline lucenti, che un occhio profano avrebbe detto essere un numero infinito; le mie scolastiche conoscenze di astronomia mi hanno invece suggerito che ad occhio nudo non è possibile osservarne più di tremila.
E così mi sono abbandonato a naufragare in quel mare profondo e sconosciuto sopra di me, additando costellazioni e immaginando le distanze inconcepibili che ci separano da esse: anni-luce. Significa che il tempo si fonde con lo spazio e che alcune delle luci che ammiriamo potrebbero essersi già spente. Eppure sono ancora lassù, le stesse stelle che indicarono la via ai marinai fenici e che rivelarono il futuro agli astrologi orientali. Le stelle che ispirarono i poeti e incuriosirono gli scienziati.
Che affascinarono gli uomini da sempre: dopotutto, l’attrazione esercitata dal cielo è estremamente potente, troppo, perché i nostri occhi e le nostre menti possano resistervi senza rimanere imprigionati in questo gioco di incanto e di magia.
Se avessi applicato canne d’organo alle mie arterie ne sarebbe uscita una musica straordinaria, la più intensa che fosse mai stata composta, creata direttamente dai sensi senza passare dal filtro della mente, che non sempre è in grado di cogliere tutte le vibrazioni dell’anima. La sentivo sciogliersi dentro di me e invadermi tutto, come un sonno meraviglioso, tenue e privo di sogni, che mi bagnava le tempie di fresca rugiada, la stessa che si formava sull’erba sotto i nostri corpi. Un profumo di lavanda mischiato a un lieve sentore di vaniglia mi invadeva le narici mentre mi stringevo sempre di più a lei. Mia mamma sapeva sempre di lavanda, di orchidea o di qualunque altro fiore.
Avrei potuto riconoscerla ad occhi chiusi soltanto per il suo inconfondibile profumo.
Verso le nove e mezza abbiamo smesso di osservare il cielo stellato e con un sospiro ci siamo alzati e abbiamo cominciato a incamminarci verso casa. La luna e le tremule stelle irradiavano un chiarore così forte da fare sembrare le luci dei lampioni anabbaglianti. Un lieve venticello faceva vibrare e gemere le foglie glabre e lucide dei castagni secolari che ornavano i piccoli parchi del Dipartimento, esibendo le loro chiome rotondeggianti in uno spettacolo dal grande fascino. Battevo i denti dal freddo e dall’emozione, ed avrei voluto correre e non fermarmi più, ma dovevo seguire i passi di mia madre.
Mentre camminavamo verso casa, abbiamo deciso di passare per il Parco del Piccolo Dipartimento, sotto le volte verdi dei tigli e dei castagni, in un silenzio che si slargava sempre di più. Risultava difficile lottare contro l’impressione che la strada stesse per sfociare nella selvatichezza di un bosco: l’erbetta minuta dei ciottoli, le fragoline nascoste tra le felci e l’odore umido del muschio facevano appunto pensare ad una foresta.
L’aria diventava ogni secondo più frizzante e i venti sfioravano le enormi conifere di quelle altitudini con maggior convinzione, frusciando attraverso gli aghi e sibilando tra i rami. Mia madre ha tirato fuori dalla sua borsa due sciarpe e ne ha legata una intorno al suo collo e una intorno al mio. I suoi occhi, al buio, mostravano una sfumatura diversa, che ricordava molto l’ametista. Oltre all’iride, anche la pupilla e la sclera sembravano mutate, sostituendo ai loro colori originali un violetto intenso. Al posto degli occhi, sembrava che ci fossero incastonate nella sua pelle due gemme dalla forma circolare perfetta, sfavillanti nella fioca luce notturna che le accarezzava il volto.
Alla nostra destra, nascosti tra gli alberi, c’erano diversi lampioni che circondavano le varie aree di gioco, ma la maggior parte delle lampadine era bruciata o rotta. La parte inferiore del mio scivolo preferito era avvolta nel buio. Ma nella parte superiore, là dove la struttura superava in altezza le altalene e gli alberi, i raggi della luna illuminavano le sbarre di metallo fino alla cima. Guardando lo scivolo, mi sono ritornati in mente tutti i finesettimana trascorsi con la mia famiglia proprio in quel posto e una sensazione strana, un misto di gioia e di nostalgia, mi ha pervaso.
Ma ora, sento soltanto i passi di mia sorella che sprigionano un’eco di solitudine, e un senso di dolore e di disperazione mi divora da dentro.
Usciti dal parco, ci siamo lasciati alle spalle i tigli e i castagni e abbiamo iniziato a seguire un percorso di strade secondarie fino a raggiungere la stessa terrazza dove, a distanza di 4 anni, avrei baciato per l’ultima volta Katy. Vedevo il profilo delle montagne e tutto il panorama staccarsi dal cielo e farsi più vicino, come fosse là a portata di mano, osservato attraverso una lente che lo precisava nei minimi particolari. Arricchivano il quadro i mille ghiacciai e le colate spettacolari e selvagge, intarsiate da un dedalo di crepacci e seracchi dalle forme a volte minacciose e in altri momenti fiabesche, capaci di assumere le dimensioni e il carattere delle grandi colate himalayane, le quali ho avuto modo di vedere soltanto nei libri di storia, dal momento che non esistono più da diversi decenni.
Mentre i miei occhi si perdevano tra le enormi morene e i percorsi delle cascate e delle acque tumultuose dei torrenti, la mia mente era da un’altra parte. Mi chiedevo cosa ci fosse al di là delle montagne, oltre ai quattro Dipartimenti e alla Capitale. Volevo sapere se esisteva veramente un mondo là fuori, una realtà diversa da quella che conoscevo e che conosco tutt’oggi. Desideravo capire, comprendere la verità.
Sono rimasto in silenzio per tutto il tempo finché mia mamma non si è girata e con un sorriso mi ha fatto segno di seguirla. A quel punto, le parole mi sono uscite di bocca senza neanche accorgermene.
«Potrei farti una domanda, mamma?».
Lei mi ha guardato con un espressione dolce e al tempo stesso incuriosita.
«Certo Reece, chiedimi pure».
Non mi ricordo quanti secondi sono passati prima che riuscissi a dare voce alla mia domanda. Non mi aspettavo una risposta sincera, ma nemmeno una bugia. Eppure, mia madre non ha fatto ricorso a frasi scontate come “sei troppo piccolo per capirlo”. Ha preferito, invece, occultare la verità con tre semplici parole. "Non lo so".
Sapevo che mentiva. Dietro i suoi occhi si nascondeva la paura.
Lei sapeva cosa c’era là fuori e aveva il timore di raccontarmelo.
Di sicuro, non era niente di bello.
Spazio autore
Buonasera giovani lettori, como estas?
Anche questa settimana ho deciso di portarvi, oltre al capitolo pubblicato mercoledì, anche un piccolo flashback questa volta di Reece.
Volevo introdurre l'unico personaggio della famiglia del protagonista che ancora mancava: la madre. Penso sia importante approfondire i rapporti familiari.
Come lo avete trovato?
Fatemelo sapere.
Noi ci rivediamo tra 4 giorni con il prossimo capitolo del romanzo.
Vi voglio un mondo di bene.
Un abbraccio,
Francy
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Blind - Libro 1 [#Wattys2020]
Fiksi IlmiahTrama: in un futuro post apocalittico ambientato in una società distopica, ogni anno vengono prelevati, tramite una cerimonia d'estrazione, alcuni ragazzi delle zone periferiche per essere scortati nella Capitale, luogo dove verranno a contatto con...
![Blind - Libro 1 [#Wattys2020]](https://img.wattpad.com/cover/171464244-64-k171194.jpg)