Hai paura

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Quattro giorni dopo.

11 ottobre

Un solo nastro di luce fredda trasparì dalla finestra e tagliò la camera in due, nel silenzio si udisse solo il leggero e lento fruscio dei miei polpastrelli sui palmi secchi.
Me ne stavo fiacca, seduta sul bordo del letto a fissare il nulla più totale.
Mi pizzicai per confermare che fosse il mio corpo e non un involucro fittizio; non ero più certa di conoscerlo, non ero certa di poterlo controllare.
Ero confusa, arrabbiata.
Mi sentivo tradita.
Da me stessa.
In un impeto senza alcuna ragione apparente mi trasformai, poi scattai in piedi e mi diressi in bagno, strinsi la spugna arida sul lavandino e la iniziai a strofinare con sempre più insistenza contro il polso sinistro, sul tatuaggio della rosa, quasi come se in quel modo la pelle si sarebbe deteriorata in trucioli per mostrare uno strato nuovo.
Grattai talmente forte che sull'irritazione si formarono graffi rossi e sottili, ma si andarono immediatamente a rimarginare prima che i miei occhi potessero ammirarne la forma.
Misi da parte la spugna ormai completamente bruciata, e cominciai a scorticarmi con le unghie, ma subito dopo che la pelle si rigonfiasse e si infiammasse, essa tornò del suo tono, il tatuaggio intatto come se io non mi fossi mai graffiata, senza dare dimostrazione del mio potere cangiante.
Ero determinata a far riemergere quell'orripilante ombra nera.
Quando abbattei quel mostro non lo associai a nulla di quello che avessi vissuto, ma da quel giorno per le ultime notti sognai quelle linee luminescenti, come se quella mattinata non fosse stata la prima volta che il mio corpo cambiasse.
Volevo capire cosa mi stesse succedendo, ne avevo assoluto bisogno, ma non sapevo a chi chiedere aiuto.
E tutta quella faccenda mi fece impazzire senza riuscire ad uscire, era un incubo già vissuto dove per me vie d'uscita non ve ne fossero.
Quelle dannatissime linee continuavano ad apparire nella mia mente anche da sveglia, accompagnati da sussurri confusi in una lingua sconosciuta, antica.
Ed era strano, tutto era dannatamente strano.
Non aveva senso!
Forse dovevo scavare più a fondo.
Aprì le ante dell'armadietto, impugnai la forbicina per unghie e me la conficcai nel palmo, strizzai gli occhi e strillai per il dolore ma imperterrita continuai; il metallo si fece spazio nella carne, dal centro del palmo scendendo verso il polso, formò un solco impreciso tra le linee della vita.
Ero impazzita del tutto.
Stessi di nuovo cadendo in quello stato di autodistruzione e non m'importò nulla di ciò che Kiby mi urlasse nella testa, ne fui sorda.
Fissai con occhi vitrei ed indifferenti il sangue emergere dai capillari, sgorgò lento seguendo la scia della prima goccia vermiglia che sporcò la ceramica candida del lavabo.
Una.
Due.
Tre.
Quattro.
Cinque.
E sei gocce ne uscirono, la settima fu la più titubante.
Aprì la mano, le unghie che prima curate da un gel nero divennero sporche di sangue e si ergerono su dita rigide e un polso tremante.
Il flusso si arrestò in tempi da record, come di consueto.
Che cosa diavolo mi stava succedendo?
Gettai l'arma minuta sul fondo del lavandino, con un gesto nervoso di resa, portando d'impulso le mani tra i capelli tirandoli.

Devi calmarti.

Di corsa mi denudai di quei pochi indumenti che indossassi e mi buttai sotto la doccia, rischiando anche di svenire essendo ancora trasformata.
Quando uscì non mi premurai di coprire il mio corpo con l'accappatoio, mi concentrai a guardare la mia immagine allo specchio interrogandomi, senza risposta.
Mi specchiai in quegli occhi verdi che proposero il mio riflesso infinite volte e per un momento mi sembrò che un raggio dorato serpeggiò tra le scaglie delle iridi.
Poi ci pensai un attimo: era il fuoco ciò che l'aveva richiamato.
Quella macchia nera nasceva dalla fiamma ardente, ma non dalla mia, lo capì quando ne accesi una al centro del palmo ma non accadde niente.
Uscì dal bagnò e corsi verso il mio zaino, lo presi e rovesciai il suo contenuto per terra per trovare un vecchio accendino che ormai conservavo come portafortuna, benché non me ne avesse mai portata molta. Non era mio, a me non era mai servito un accendino.

La strega e il chirurgoLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora