Capitolo 45

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                                                               Perigeo


Lui era così vicino, respiravo in un punto diverso della mia orbita, alla minima distanza, un corpo celeste al perigeo con la Terra.

Il fluire del rivolo alle sue spalle scortava il suono della mia felicità, lo sommergeva nel suo, per farlo arrivare a sentire tra le buche più isolate del bosco.

Le guance bagnate, e una sommossa nel petto, rimasi inerte davanti a lui, non volendo fare nulla se non guardarlo vivere, come aveva sempre voluto.

Era selvaggia, la sua libertà, dentro Vallombrosa un nuovo germoglio accanto agli alberi, che poteva crescere ai suoi tempi.

Vedevo il suo sguardo alleggerirsi, la sua disposizione a sovraccaricarsi per non restare intrappolato in secondi senza significato attenuarsi.

Gli sorrisi, mentre provavo ad asciugarmi le ciglia, un sorriso ancora in un traboccante pianto, che lo allietò poco alla volta, fino a farlo sorridere con me.

«Ester.»

Fu lì, che non riuscii più a stare ferma, che avvertii i miei piedi muoversi per entrare nel suo perimetro di gioia, le mie braccia affondarsi in lui.

Mi strinsi a Zeno, con tutta la forza che mi era mancata quando lo avevano portato lontano, e al sentire i suoi avambracci tuffarsi sulla mia schiena, non mi importò più di quante piccole luci avevo fatto apparire e girare intorno a noi.

Erano tante.

Tantissime.

L'Ellisse aveva iniziato la sua danza luminosa a causa mia, ruotando per noi due, facendo toccare ad alcuni sfavillii il suo zigomo, e ad altri le fronde di felce.

Non mi preoccupai di che cosa poteva accadere, era un abbraccio che non avrei sciolto, un ritrovarsi che aveva più magia dei punti sfolgoranti che stavo generando.

Quell'area boschiva mutò per il nostro tenerci stretti, accendendosi di bagliori movimentati nelle penombre, che fecero agitare animali prima silenziosi sui rami.

Il conforto che mi dava avere la testa tra il suo collo e la sua spalla non bastò a proteggermi dalle sue sensazioni, le riconobbi estranee, spingermi in un momento suo.

Resistei, cercando di ormeggiarmi al sollievo di essere allacciata a lui, alla nitidezza dei colori che stava assumendo la foresta, grazie ai chiarori che si diffondevano.

Finchè mi trovai a difendere i tre desideri che avevo in me, a oppormi all'oscurità di un luogo che li chiamava a sé, e a ogni chiamata diramava maggior dolore.

Sarebbe stato semplice lasciarli andare, abbandonarli per sempre, cadere nel buio e così restare, ma non volevo farlo, il vissuto di ognuno di quelli era stato con lei.

Ester. Io.

Presi un gran respiro, il mio cuore aveva un battito irregolare che avvertii fin in gola, provai a tenermi a quello, per non tornare a essere un'altra persona, ma non fui abbastanza stabile.

Ero ancora lui, affaticato e sofferente, avevo spasimi che mi estenuavano, continuavo a negare che stella e vita erano state due parole discordi, che avevo necessità anche io di cedere quei desideri.

Poi, mi accorsi che il Rih che mi aveva guidato in questa condizione era qui dove ero io, e mi guardava con un'espressione fissa indecifrabile, senza tempo, perché io non ne avevo più.

Saiph - La mia stellaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora