Capitolo 44.2

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Il parcheggio era affollato, molte macchine facevano manovra seguendo le indicazioni del personale che indossava pettorine giallo fosforescente e del reparto carabinieri biodiversità.

Oltre il cancello della riserva, l'inizio della camminata era stato delimitato da fiaccole che illuminavano l'ingresso nel fitto bosco, e mostravano la strada da percorrere.

Ci avviammo dietro ad altre comitive, guardandoci intorno con un senso di anticipazione e sorpresa, per il passaggio attraverso l'Arboreto sperimentale.

Le sequoie avevano una circonferenza che pareva unirne più in una, e un'altezza che perforava il cielo, quasi a volere per sé quei scintillii che lo avrebbero solcato.

Toccai con riverenza una corteccia, e fui seguita da Emma e Margherita, piccolissime di fronte al tronco; sorrisero, perché eravamo tutte e tre allineate, e altri due ragazzi avevano allungato le mani accanto alle nostre, imitandoci.

Insieme, ci stavamo poggiando a un colosso, il cui ceppo doveva essere più largo di noi cinque messi in riga; la sua ruvidezza faceva supporre intrichi che salivano a girare intorno all'albero, per aprirsi in cavità in quota.

Restammo in attesa di ciò che la sequoia poteva raccontarci di sé e persino di noi, respirando l'odore delle foglie a pieni polmoni, mentre le persone continuavano a passare nel sentiero rischiarato.

Al di là delle luci decorative messe dagli organizzatori, era un coprente buio a rendere irrecuperabili i segreti che poteva custodire la vegetazione.

Quando scegliemmo di proseguire, nell'istante in cui ci guardammo tra noi, spostammo anche l'attenzione ai nostri due imitatori, e dai loro sorrisi capii che non saremmo più state sole come eravamo arrivate.

Sul finire del tracciato illuminato, si materializzò un giro di bancarelle colorate, alcune vendevano cibo e bibite, altre accessori per stare comodi, coperte, sedie pieghevoli, teli, altre ancora radunavano studiosi.

Il prato era davvero grande, nessuno avrebbe avuto problemi a trovare il suo punto da occupare, anche se le presenze quella sera erano più di quanto Vallombrosa aveva nelle sue giornate.

Le nuove conoscenze stesero il loro asciugamano accanto al nostro, avevamo due quadrati simili di dimensioni, che avrebbero occupato anche alcune loro amiche e amici.

Margherita era comunicativa, convinse sia me che Emma a spiegare a Daniele e Mattia, che lavorando con i fiori, sapevamo che le piante potevano essere attraversate da energia e da messaggi.

Mi stupì la semplicità con cui creò occasione per farci sentire accomunati, provare a essere come ero stata prima di riavere il mio foglio dei sogni, con lei sembrava ancora possibile.

Ad eccezione dei piccoli negozi, all'incrocio con il sentiero battuto, il terreno erboso era stato lasciato invadere dall'ombrosità che si allungava dalla foresta.

Ciascuno di noi si lasciò possedere dalla notte, tanto da voler disconoscere il giorno, non appena i primi brillii viaggiarono sopra la montagna.

Era stato improvviso, il cielo aveva iniziato a rigarsi per il tragitto di tanti sfolgorii, che cascavano così veloci da non capire quanti ne stessimo vedendo, e quanti perdendo.

Divennero un piovasco di luci, che filavano verso il basso come se avessero voluto interagire con noi e con ogni altra creatura del bosco.

Emma balzò in piedi, ma io non le diedi corda, il mio sguardo era in una trance, e più forza prendevano lassù, più mi sembrava mi stesse accadendo qualcosa.

Una sensazione di agio, un turbine di gratitudine per essere in vita sulla Terra, per poter essere in grado di guardare e scoprirla ancora, nonostante non fossi più lei.

Saiph - La mia stellaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora