5 - Selene

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Mi sveglio con la sensazione che un camion mi sia passato sopra, non saprei dire dove ho più male. Le urla della sera precedente, lo schiocco dello schiaffo, il silenzio soffocante che è seguito... non è solo il malessere fisico che mi tormenta.

Il mondo è tanto grande; eppure, io non ho nessun posto in cui ripararmi, sono piccola e insignificante.

Per un secondo distolgo lo sguardo dall'immagine che mi restituisce lo specchio. Sulla guancia sinistra campeggia un livido violaceo che prego di riuscire a coprire con del fondotinta. Quella macchia è il promemoria del mio dolore, se riesco a nasconderlo allora forse nemmeno io me ne devo preoccupare, no?

Mi trucco di rado, ma ho visto Arya farlo un milione di volte e sono certa di poter replicare.

Lei non deve sapere cosa sta succedendo. Ci conosciamo da anni, siamo cresciute insieme, eppure c'è un frammento della mia vita che sa solo in parte e così deve rimanere.

A lezione, Grace non apre bocca, probabilmente perché è tornata Arya. In certi momenti, però, sento il suo sguardo pungente su di me, seguito da quelle sue risatine soffocate. Vorrei solo che mi lasciasse in pace, che almeno a scuola possa stare tranquilla. Invece quella snob si diverte a perseguitarmi.

«Quindi mi stai dicendo che un tipo così figo ti sta dando ripetizioni di matematica? È stupendo!» Arya arresta la sua corsa per scuotermi dalle braccia. Non potevo tenerlo segreto, non a lei.

«Shhh, non urlare. Non voglio che si sparga la voce», riprendo a correre nel giardino della scuola.

«E anche se fosse? Finalmente conosci qualcuno, sono fiera di te.»

Lascia cadere il discorso e per un po' nessuna delle due accenna a parlare e posso concedermi all'attività fisica.

Indosso dei leggings e una maglia a maniche lunghe, ma nonostante questo, l'aria fredda mi frusta ogni parte del corpo.

«Selene! Aspetta, rallenta!» La sua voce mi raggiunge spezzata dal fiato corto, io continuo ancora qualche secondo prima di fermarmi.

I muscoli delle gambe vanno a fuoco e il cuore mi martella nelle orecchie.

«Che diavolo ti prende?»

Si ferma accanto a me, piegata in avanti con le mani sulle ginocchia e il viso arrossato dalla fatica. «Non siamo mai andate così veloci.»

Ecco il momento in cui devo calare la maschera dell'indifferenza. «Volevo provare ad aumentare il ritmo per vedere se riuscivo a farcela.» La voce calma, come se non stessi lottando per restare in piedi. «Ma sì, hai ragione... è troppo.»

Le rivolgo un mezzo sorriso e adeguo la mia andatura alla sua.

Ogni parte di me urla.

Le gambe. Le braccia. Il cervello.

Devo ripartire. Devo continuare a correre finché il dolore diventa l'unica cosa tangibile. Finché non sento più nulla se non il terreno sotto le suole.

Consumarmi.

Ogni caloria. Ogni pensiero. Ogni ricordo.

Camminiamo per qualche metro in silenzio, mentre lei cerca di riprendere fiato.

Mi ritrovo a guardarla e cavolo, è perfetta pure con una felpa e i capelli raccolti in una coda disordinata. Ha quella bellezza spontanea che è impossibile da ignorare. Io, al contrario, sembro solo patetica.

In spogliatoio mi chiudo nel bagno per cambiarmi, lo faccio da molto tempo. Un po' perché le mie compagne hanno dei corpi da invidia e mi fanno sentire a disagio, un po' perché non voglio farmi vedere da Grace. Né da nessun'altra.

Ricominciare da meDove le storie prendono vita. Scoprilo ora