14. Mi Ha Salvato La Vita

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POV DYLAN

La prima cosa che sento è il dolore. Acuto, persistente, onnipresente. Mi avvolge come una morsa, opprimendomi, impedendomi di respirare normalmente. Provo a muovermi, ma ogni minimo sforzo intensifica quella sofferenza. Cerco di aprire gli occhi, ma la luce bianca e fredda sopra di me è troppo intensa. Mi lamento piano, socchiudendo le palpebre.

«Si sta svegliando.»
Una voce distante, impersonale, probabilmente di un medico. Non la riconosco.

Con uno sforzo immenso, sollevo debolmente la mano, come per segnalare che li ho sentiti. I movimenti nella stanza diventano più frenetici: passi veloci, rumori di sedie spostate, bisbigli che non riesco a decifrare. Lentamente, costringendomi a ignorare il dolore che mi attraversava la testa, apro gli occhi.

«Dylan...»
Quella voce, roca e carica di emozione, la riconosco subito. Jacob. È piegato su di me, il viso contratto, gli occhi gonfi e rossi. Sembra preoccupato. Davvero preoccupato.

«Sei un disastro, amico.» La sua voce è incrinata, ma cerca di mascherare tutto con un sorriso stanco. «Ma ce l'hai fatta.»

Ce l'ho fatta? Non capisco. Cosa diavolo è successo? La mia mente è un groviglio di confusione e dolore. Provo a rispondere, ma dalla mia gola usce solo un sussurro rauco, spezzato.
«Che... diavolo... è successo?»
Ogni parola è una battaglia. Anche un'attività così semplice come parlare sembra impossibile; ogni frase è accompagnata da fitte che mi perforano la testa e il petto.

Jacob scosse la testa, evitando il mio sguardo. «Non sforzarti. Riposati, okay?»

Riesco a spostare lo sguardo, osservando la piccola stanza d'ospedale. Sam è in piedi accanto alla finestra; mi guarda con gli occhi tesi, ansiosi. Eric, invece, sembra perso nel vuoto, le braccia incrociate. Ogni volta che i nostri sguardi si incrociano, li abbassa velocemente, come se non riuscisse a sopportare di guardarmi.

Poi vedo lei.

Ashley.

È appoggiata al muro, più lontana di tutti. Si tortura nervosamente le mani, e mi fissa con uno sguardo che... Cazzo. È indecifrabile. Qualcosa di doloroso, tormentato, eppure intenso. Quel suo modo di guardarmi mi trafigge più del dolore fisico.

Non riesco a smettere di guardarla. Mi sento come attratto, incatenato. Il desiderio di alzarmi e raggiungerla per stuzzicarla mi divorava, anche se in questi giorni le cose sono state diverse, non cambia quello che sento quando la infastidisco. Sollevato, libero, divertito. Ma come si fa a non sentirsi così? Sembra diventare una piccola nana rossa, con il fumo che le esce dalle orecchie.
Sorrido al pensiero.

«Che ci fa lei qui?» chiedo a Jacob, a voce bassa, la voce trema per lo sforza, ma riesco a parlare e a mantenere gli occhi aperti, nonostante la stanchezza. «E perché...?»
Le parole mi morirono in gola mentre i ricordi riaffiorano, spietati.

Ero in macchina, il piede pesante sull'acceleratore. Le immagini si mescolavano nella mia testa: Ashley. Quel ragazzo. La rabbia che mi accecava. Schiacciavo ancora di più sull'acceleratore, superando le altre auto come se fossero semplici ostacoli. Poi...

Una figura comparve sulla mia traiettoria. Qualcuno si era deliberatamente messo in mezzo alla strada. Non avevo tempo per fermarmi. Ma avrei fatto di tutto per non prenderlo. Sterzai bruscamente, la macchina si schiantò contro un albero. L'impatto fu devastante. Il mio corpo si piegò in avanti, la testa mi girava, il fumo invadeva l'abitacolo. Per un istante pensai di perdere i sensi, ma mi feci forza, spalancai la portiera e uscii, cadendo in ginocchio sull'asfalto. Tossivo, cercando di riprendere fiato.

"Almeno non ho preso quel povero signore" Pensavo mentre tossivo, mentre osservavo la macchia schianta contro l'albero e il fumo nero invadere l'aria pulita.

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