Quel groviglio
Come un sigillo
Impossibile aprirlo.
È la rabbia
Quella maledetta gabbia
Che ti imprigiona
E la pace... ti abbandona.
Ma quel filo aggrovigliato ora e nelle dita
Timido, esitante... respira.
La persona giusta che da di nuovo vita
Un lampo di luce sfiora nuovamente il cuore
Promettendoti un po' di calore.
POV ASHLEY
Lo guardo, con il cuore che mi batte forte nel petto, un misto di confusione e frustrazione che mi paralizza. Non so cosa dire, ma so che devo fermarlo prima che se ne vada. Prima che la distanza tra noi diventi troppo grande.
«Perché?» chiedo a Dylan, cercando di non far tremare la voce, ma è difficile. È difficile quando non capisco cosa stia succedendo.
Lui mi fissa per un secondo, come se stesse cercando di leggere la mia espressione, ma non risponde. I suoi occhi sono stanchi, pieni di un dolore che non avevo mai visto prima. Le occhiaie sono più scure, i suoi capelli, solitamente perfetti, sono scompigliati. Dopo un attimo di silenzio, si volta e inizia a camminare, come se fosse deciso a non darmi alcuna spiegazione.
«Dylan!» lo richiamo, il mio tono più deciso di quanto pensassi. Mi avvicino a lui, sperando che almeno mi ascolti. La palestra è ormai vuota, tutti i ragazzi sono andati via. I miei fratelli probabilmente sono già fuori, e ora siamo rimasti solo noi due, in un silenzio che mi pesa addosso.
«Mi dispiace, okay?» dico, cercando di sembrare sincera, ma sento che le parole non riescono a coprire tutto quello che provo. Lui non mi guarda, resta girato e continua a stare in silenzio, come se non volesse ascoltare. «Mi dispiace davvero,» continuo, sperando che almeno questo lo faccia fermare. «Ma ti prego, spiegami cosa sta succedendo. Sono stanca di vivere nella menzogna»
Finalmente, dopo un lungo attimo di esitazione, si gira. La distanza tra noi è breve, ma la separazione che sento è enorme. «Non sono io a doverti spiegare certe cose» dice con voce bassa, distogliendo lo sguardo, appoggiandosi al muro. La sua voce ha una sfumatura di stanchezza, come se tutto fosse troppo da sopportare.
«E chi?» chiedo, cercando di capire. «Chi deve spiegarmi allora?»
Lui mi guarda per un momento, con un'espressione che non riesco a decifrare, mentre io cerco di restare calma, anche se le mani mi tremano.
«I tuoi fratelli» dice finalmente, e quelle parole mi colpiscono come un pugno.
Il mio cuore accelera, la testa mi gira. «I... miei fratelli?» ripeto, cercando di capire, ma la confusione cresce dentro di me. «No, non è vero,» aggiungo, ma la risata che segue è amara, piena di incredulità.
Lo guardo negli occhi, il suo sguardo fermo e serio mi fa capire che non sta scherzando. «Cosa c'entrano i miei fratelli con te?» dico, ma le parole non mi sembrano neanche sufficienti.
«Oh, con me non c'entrano niente,» risponde, «Ma penso che se non vuoi vivere nella menzogna devi partire da loro. Credo che siano bravi a mentire.»
Mi viene da ridere, ma è una risata senza allegria. «Tu neanche li conosci» ribatto, cercando di allontanare quella sensazione che mi fa venire un nodo allo stomaco.
Lui non sembra turbato. «Ti sbagli» dice, «li conosco, e ti sei mai chiesta se, in realtà, sei tu a non conoscerli davvero?»
Le sue parole mi confondono ancora di più. Mi passo una mano fra i capelli, cercando di trovare un senso in quello che sta dicendo. «Tu... mi confondi» mormoro, sentendomi come se il terreno stesse venendo meno sotto di me. «Non può essere così.»
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Mine enough
Storie d'Amore«Perché continui a cercarmi, se non ricordo nemmeno il tuo nome?» «Il nome è solo un suono. È quello che siamo stati insieme a definire chi siamo davvero.» «E se tutto quello che siamo stati fosse perduto?» «Lo ricostruiremo, un pezzo alla volta. In...
