17. Con Te Mi Sembra Di Essere Abbastanza

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POV ASHLEY

Il silenzio tra noi è diventato insopportabile. Sono passati diversi minuti. Continuiamo a rimanere seduti su questa panchina, fino a quando lui si alza all'improvviso.

«Vieni qui.» La sua mano afferra la mia con un gesto delicato, invitandomi a seguirlo.

«Dove stiamo andando?» chiedo a un certo punto, quando le mie gambe iniziano a stancarsi per il lungo cammino e la mia mente inizia a essere più curiosa.

«Presto lo scoprirai» mormora, osservando davanti a sé.

Dopo una serie di passi, davanti a me ritrovo delle scale di sabbia, e quando alzo gli occhi, la luna della notte che riflette sulle onde del mare, mi fa rimanere paralizzata.

«Ti piace?» mi chiede Dylan quando nota che sono assorta nei miei pensieri a osservare la bellezza della natura.

Gli rivolgo solo uno sguardo, prima di ritornare a guardare le onde che si scontrano contro le rocce e il riflesso della luna muoversi ondosamente nell'acqua.

«È... meraviglioso.» I miei occhi scrutano ogni dettaglio di quel luogo affascinante, cercando di imprimerlo nella mente. «A te?»

«A me? A me piace da morire», ma quando mi volto verso di lui, il suo sguardo non è rivolto alla bellezza del panorama, bensì su di me.

Una vampata di calore mi invade, nonostante il fresco dell'aria marina.
Sento le mie guance colorarsi di rosso quando distolgo, scottata, lo sguardo dai suoi occhi verde smeraldo.

Ascolto la sua risata divertita che mi attraversa il corpo e mi trafigge lo stomaco, creando una scossa di brividi lungo il mio corpo.

«Seguimi» dice infine, ancora con il sorriso stampato in viso.

Le sue gambe iniziano a scendere le scale in un gesto involontariamente attraente.
Lo seguo insicura. I suoi passi sono il doppio dei miei, proprio per questo lui è molto più avanti di me. A un certo punto si ferma, osservando di fronte a sé.

Ora i nostri piedi sono completamente immersi nella morbida sabbia e le onde sembrano che ci sfiorino i piedi per la dovuta vicinanza.

Si avvicina alla riva, lasciando che l'acqua sfiori appena le sue scarpe. Io rimango indietro, incerta sul perché siamo lì.

«Perché mi hai portata qui?» chiedo infine.

«Non lo so» risponde, e nel suo tono c'è una strana nota di sincerità.

Continua a fissare il mare con un'intensità che non riesco a comprendere. I suoi occhi sono rossi, contornati da un'espressione esausta, forse dovuta all'alcol. «Mi piace venire qui. Mi aiuta a pensare di meno, a rilassarmi in un modo che non credo possibile.»

Le sue parole si disperdono nell'aria, in un'eco che un Dylan sobrio non avrebbe fatto disperdere.

Mi avvicino lentamente, fermandomi accanto a lui. La sabbia fredda sotto i piedi e il rumore delle onde amplificano il silenzio tra di noi.

«È bello avere un posto così importante per noi stessi» mormoro, più per me stessa che per lui.

Lui si siede sulla sabbia, senza staccare gli occhi dal mare. Sembra altrove, perso in pensieri che non condivide.

Lo imito sedendomi, avvolgendo le braccia attorno alle ginocchia per proteggermi dal freddo. Non ci sono altre parole. Solo il mare, il vento, e un silenzio che, per una volta, non sembra opprimente.

Dopo minuti interminabili, riempiti dal rumore delle onde e dagli uccelli che attraversano il cielo con le proprie ali, la sua voce riecheggia nell'aria notturna in una melodia piacevole tanto quanto vulnerabile.
«Hai mai la sensazione di non sentirti mai abbastanza?» chiede infine, quasi sottovoce. «Perché io mi sento sempre così»

La sua voce trema. Una voce tremante, che non mi aspettavo di sentire dalla figura imponente e sempre forte di Dylan. Una voce che si disperde nell'aria, perché il destino ha voluto che la sua lucidità venisse persa.

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