La luce filtra tiepida dalle tende socchiuse, striscia lenta sulle lenzuola stropicciate, si arrampica sui corpi nudi e ancora intrecciati. L'aria nella stanza è ferma, sa di sudore, di respiri spezzati e parole sussurrate al buio. Sa di pace, finalmente.
Marco si gira lentamente sul fianco, con una smorfia pigra. I capelli arruffati, qualche graffio sul petto. Guarda Cesare che ha ancora un braccio mollamente poggiato sulla sua vita, e un'espressione serena che non gli aveva mai visto prima.
«Stai russando da mezz'ora,» mormora Marco, con la voce roca e impastata dal sonno.
Cesare non apre gli occhi. Sorride, lento. «Bugia. Io non russo.»
«Ah no? Sembravi un trattore in salita. Ho pensato di soffocarti con il cuscino a un certo punto.»
Cesare ride piano, un suono basso, caldo. Poi apre gli occhi e lo guarda. C'è una luce nuova in quello sguardo, qualcosa che non cerca di nascondersi o di fuggire.
«Avresti perso la tua unica fonte di calore notturna.»
«Stai bene?» chiede piano, con un tono che non ha mai usato prima. Uno che sembra dire "sei salvo? ti ho fatto male?"
Marco annuisce appena. Ma Cesare non si accontenta. Gli sfiora le labbra con un bacio leggerissimo, poi un altro sull'angolo della bocca, poi uno sulla fronte.
Marco lo colpisce con un cuscino smorzato. «Sicuro che non sia febbre? Perché stamattina sembri quasi simpatico.»
Silenzio per un istante. Poi Cesare si solleva un po', si appoggia sul gomito, e lo fissa sul serio, il sorriso che gli muore lento sulle labbra.
«Non sto più lottando,» dice piano. «Con te. Contro di me.»
Marco lo guarda, in silenzio. Gli occhi si fanno un po' lucidi, ma non distoglie lo sguardo. Non più.
«Ci abbiamo messo un bel po'.»
«Siamo due testardi del cazzo,» sospira Cesare. «Ma almeno adesso... siamo qui.»
«E nudi,» aggiunge Marco, cercando di alleggerire, anche se la voce gli trema un po'.
Cesare lo afferra per la nuca e lo bacia piano, senza fretta. Uno di quei baci che non chiedono, non pretendono. Stanno solo lì, a dire "ci sono."
Si separano con un respiro comune, quasi sincronizzato.
«Ti amo, idiota,» sussurra Cesare contro la sua bocca.
Marco ride. Lo guarda, poi chiude gli occhi. «Era ora.»
Il sole sale ancora un po', scivola sulle cicatrici, sulle mani intrecciate sotto le coperte, sui sospiri che non nascondono più niente.
Per una volta, non c'è bisogno di parole.
Cesare poi si alza dal letto , nudo , va verso il piccolo mobile che c'è lì e mette a fare il caffè per due . Marco si siede sul letto e si mette la felpa di Cesare della notte prima mentre le gambe da calciatore escono in modo quasi sfrontato.
Dall'altra parte, Cesare è nudo. La luce del mattino gli accarezza i pettorali scolpiti e le spalle larghe, marcate da qualche graffio sottile lasciato da Marco. Il ventre è teso, e Marco non può fare a meno di morderai le labbra quando gli vede quel culo di marmo che si ritrova È un corpo da combattente, costruito da anni di sport e fatica, ma adesso si muove con una tranquillità quasi domestica mentre prepara il caffè.
Marco inclina la testa, osservandolo con un mezzo sorriso. «Quindi adesso mi prepari anche la colazione ?»
Cesare non si gira subito, ma Marco nota il modo in cui le spalle si tendono appena. «Sto solo facendo il caffè, genio.»
«Mh. Pensavo non sapessi neanche accendere i fornelli. Di solito cucino io »
Cesare gli lancia un'occhiata fugace, poi torna a versare il caffè. Ma Marco vede il guizzo scuro nei suoi occhi, la mascella che si contrae appena.
«Tu parli troppo.»
Marco sorride, si sporge quel tanto che basta perché i loro corpi quasi si tocchino. «E tu mi guardi in un modo che sembra che vuoi di nuovo scoparmi.»
Cesare gli porge la tazzina senza battere ciglio, ma la tensione è nell'aria. «Bevi prima che ti faccia dire cose peggiori.»
Marco sorride, prende il caffè e ne beve un sorso, gli occhi fissi su Cesare che si avvicina appena, le dita che sfiorano la pelle nuda sotto l'orlo della felpa. È un tocco quasi innocente, ma manda un brivido lungo la schiena di Marco.
«Posso fare tante cose, Marco.» La voce è bassa, roca. «Tu le conosci già quasi tutte.»
Marco inclina la testa all'indietro, lo guarda con sfida. «Quasi?»
Cesare sorride appena, gli prende la tazza dalle mani e beve un sorso del suo caffè. Poi si avvicina ancora, il petto quasi a sfiorare quello di Marco, il respiro caldo sul collo.
«Quasi.»
Marco lo guarda, il respiro che accelera appena. Poi sbuffa e scuote la testa. «Sei un pezzo di merda.»
Cesare gli passa una mano tra i capelli, scompigliandoli con affetto, poi scivola lento lungo la nuca, stringendogli appena il collo. «E tu mi adori lo stesso.»
Marco non risponde. Ma mentre lo osserva muoversi con quella sicurezza sfrontata, sente qualcosa stringergli lo stomaco.
[Scena - La rivelazione imminente]
Marco si appoggia al bancone con la tazzina di caffè tra le mani, il sorriso ancora stampato sulle labbra mentre osserva Cesare muoversi nella cucina con quella sfrontatezza naturale. Sono entrambi a torso nudo, ancora spettinati, ancora impregnati dell'odore dell'altro.
«Quindi,» dice Marco, soffermandosi a guardare il petto scolpito di Cesare, «dobbiamo dirlo alle squadre.»
Cesare si ferma un attimo, alzando un sopracciglio. «Mh. Dici che non se ne sono già accorti?»
Marco ride. «Diciamo che ieri sera abbiamo fatto poco per essere discreti.»
Cesare sorride di sbieco, si avvicina e gli toglie la tazzina dalle mani per berne un sorso. «Colpa tua. Sei rumoroso.»
Marco gli dà un colpetto sulla spalla. «Stronzate. È questo letto che scricchiola.»
Cesare ride, poi poggia il caffè e si appoggia al mobile con un'aria fin troppo rilassata. «Allora, come pensi di dirlo ai tuoi?»
Marco scrolla le spalle. «Io? Boh. Pensavo di entrare nello spogliatoio e dire "Ragazzi, io e Cesare scopiamo. Passatemi il borsone."»
Cesare scoppia a ridere. «Oh, sì, voglio vedere la faccia di Francesco.»
«E voglio vedere la tua squadra. Il vostro capitano maschio alfa in carica che si scopre il nemico.»
Cesare si avvicina ancora, poggia le mani sui fianchi di Marco,. «Io non scopro il nemico. Io lo frego, lo domo e lo tengo con me.»
Marco inclina la testa, un sorriso lento che si allarga. «Oh, quindi mi hai domato?»
Cesare lo guarda, gli occhi che si accendono di quella malizia familiare. Poi lo afferra per la nuca e lo bacia, profondo e sicuro, come per dargli la risposta.
Quando si staccano, Marco ha il fiato corto e le mani ancora poggiate sul petto caldo di Cesare. «Va bene, okay, un punto per te.»
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Unspoken
RomansaSi odiano ma si scontrano sempre . Il capitano della squadra di calcio non ha bisogno del Cestista e vice versa . Marco però ha bisogno del corpo di Cesare e Cesare ha sempre fame di Marco . Quando le parole non dette ti fanno incazzare come una be...
