Debolezza e paura

191 20 14
                                        

JEM
-TORNA SUBITO QUI! - urla rabbiosa una guardia.
Provo a correre ma non riesco a muovermi, non mi sento più le gambe. Mi faccio prendere dal panico, mi aspetta qualcosa di terribile, lo so per certo. La guardia si avvicina, si china verso di me con un sorriso beffardo, mi afferra e mi trascina per il colletto della maglia sudicia che indosso, io cerco di urlare ma sono così debole. Troppo. Ed è frustante. Umiliante. Boccheggio e mi dimeno per quanto mi è possibile, ma ho così poca energia che persino la più piccola, speranzosa, parte di me sa che è inutile.
-Preparati umano, sarà un miracolo se uscirai vivo da qui. - e con queste parole mi sbatte per terra senza tanti complimenti rinchiudendomi in una stanza che si fa più piccola, più piccola. Non soffro di claustrofobia ma qui è tutto buio e io soffoco...aria, ho bisogno di aria... Per favore, fatemi uscire, per... favore...
Mi sveglio di soprassalto, il cuore che mi batte così forte da avere la sensazione che mi stia esplodendo dal petto, intorno a me solo ombre.
-Era un sogno. -mormora una voce. -Era solo un sogno. -ripete scandendo piano le parole, come chi si appresta a spiegare qualcosa ad un bambino.
Sbatto furiosamente le palpebre, troppo confuso, spaventato e disorientato per capire.
-Mi chiamo Katie. -continua la voce con un tono che sembra incerto. -Ti chiederei scusa per averti svegliato ma a giudicare dal tuo aspetto direi che ti ho fatto solo un favore. Fortuna che hai iniziato a dimenarti, pensavo fossi morto. Respiri a malapena.
Sbatto ancora le palpebre e finalmente entra nel mio campo visivo, anche se continuo a non mettere bene a fuoco. È una ragazza dai capelli ricci e lunghi, color cioccolato. Di più non riesco a distinguere. Le sue parole raggiungono lentamente il mio cervello, registrandole con attenzione, alla ricerca di una minaccia, un pretesto per punirmi.
La ragazza fa per aiutarmi a mettermi seduto ma d'un tratto mi rendo conto con una chiarezza disarmante e glaciale delle condizioni in cui mi trovo. Istintivamente mi scanso per fare da solo: non voglio che mi tocchi, che tocchi una persona magra come me. Sporca come me.
Mi porge un piccolo vassoio di metallo argentato con del cibo dall'aspetto innocuo ed invitante. La guardo in silenzio, sbattendo ancora le palpebre per metterla a fuoco e cercare indizi su pericoli imminenti. Forse vuole avvelenarmi.
-Ehm... - fa lei spostando lo sguardo dal mio, evidentemente a disagio. - Ho pensato avessi fame e ti ho preparato qualcosa. Non sono molto brava come cuoca ma ti assicuro che è commestibile.
Rimango lì a fissarla, sorreggendo il vassoio che mi ha passato. Guardo il contenuto, sforzandomi di vedere meglio; è un po' di brodo e accanto un altro piattino con una fettina di carne, dell'insalata e una mela.
Katie mi guarda in silenzio, è seduta sul bordo del letto ed osserva ogni mio movimento. Capendo che non ho alcuna intenzione di toccare cibo, per quanto io stia letteralmente morendo di fame, afferra il cucchiaio, prende un po' di brodo e se lo porta alle labbra, deglutendo piano.
-Visto? Niente veleno.
Se non fosse con la rapidità e l'avidità con cui inizio a mangiare senza pensare ad altro, oserei dire che ne è leggermente divertita.
A conferma della mia teoria Katie ride ancora osservando i piatti vuoti che le porgo ma per me non c'è niente da ridere. Ho finito di mangiare presto. Troppo presto. Ed ho ancora fame. E voglio altro cibo. Ora.
Mi stupisco dell'aggressività dei miei pensieri. Ne sono quasi intimorito. Io non sono mai stato così. Quel posto mi ha cambiato e non c'è niente di positivo in questo.
-So che è un po' poco, ma non voglio che vomiti. Perché ti ingozzeresti fino a farlo, suppongo. - si scusa lei scrollando le spalle mentre continua a fissarmi incuriosita.
Vedendo che non dico e faccio niente, mi porge una bottiglietta d'acqua e si alza in silenzio, lasciando la lampada accesa sul comodino.
Io non voglio che vada via, che mi lasci con le mie paure, con il ricordo del mio incubo, ancora troppo fresco. Qui, da solo, mi sento indifeso. Possono venirmi a prendere da un momento all'altro. Cerco di stare vigile ma la stanza in penombra inizia a girare, l'alone giallo della lampada si fa sempre meno distinto, fino a scomparire, riportandomi nel buio dal quale sono emerso pochi minuti fa.
-Sei scappato?
-No...
-Non mentirmi,umano! Sei scappato?
-Sì,signore. -piagnucolo guardandomi le mani sporche poste sul pavimento sudicio.
-Perché?
-V-volevo essere libero.
Schiaffo. Guancia in fiamme.
-Perché sono umano.
Altro schiaffo.
-Perché sono umano e non posso essere libero. Come nessuno altro umano. - dico con voce rotta, sforzandomi di non implorare pietà anche questa volta, di resistere, di non piegarmi sotto il volere altrui.
-Molto meglio. E ora che farai? - mi sussurra la guardia nell' orecchio, lentamente, come se mi stesse per rivelare una sorpresa eccitante e stesse guadagnando tempo per accrescere l'emozione.
Un brivido mi percuote dappertutto.
-Lavorerò duramente.
-Riprova.
-Mi... -mi trema forte il mento. -Mi p-punirò.
-Esatto, umano. - esulta la guardia tirandomi su di peso. -Mi assicurerò di persona che lo farai come si deve. Stanza 3A. SUBITO!
Quella stanza no, per favore no, no, no!
Mi muovo nel letto agitando furiosamente le braccia nell'oscurità, apro gli occhi e mi rendo conto di aver fatto un altro incubo. Sono madito di sudore: sono così reali quei sogni...
Inizio a piangere. Ho sempre odiato piangermi addosso. Ma sono stanco, voglio solo dormire tranquillo, non lo faccio da due anni ormai. Voglio, per una volta, dormire senza sognare le guardie, il capo e... il centro.
Voglio tornare come prima, condurre la vita di prima. Voglio tornare il Jem che ero e che mia madre adorava.
Scivolo di nuovo nel sonno.

I Doni immortali Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora