KATIE
-LASCIAMI!- grido divincolandomi.
-Ho l'ordine di portarti dal capo. Quindi smettila di fare la capricciosa.
Io capricciosa? Io capricciosa? Fisso la spalla del ragazzo pel-di-carota con uno sguardo omicida continuando a strattonare il braccio. Lui aumenta la presa.
-Lasciami.
-Altrimenti?- fa lui tirandomi ancora.
Svoltiamo a sinistra in un altro corridoio grigio opaco, senza porte nè niente.
-Sono una Rara. Ti scaravento sulla parete e ti fracasso il cervello.
Lui scoppia a ridere, è palese che il mio tentativo di essere minacciosa è fallito miseramente.
-Henry mi aveva avvertito del tuo caratterino.
Henry. Alan. Traditore. La rabbia esplode dentro di me più forte di prima, la mia mano corre alla cintura ad afferrare il neuroproiettile. Riesco ad estrarlo e faccio per prendere la mira quando lui si gira e con un colpo secco della mano mi fa volare l'arma di tre metri.
-Stai. Ferma. -non ride più. Il suo sguardo nero è fermo e una scintilla pericolosa gli brilla negli occhi.
Reggo il suo sguardo e gli tiro un calcio nella tibia, più forte che posso. Non me ne frega un cavolo del suo sguardo minaccioso.
La sua gamba cede ma la presa no. Anzi. Ringhiando si rimette in piedi e mi torce il braccio dietro la schiena. Urlo per il dolore e sferro un altro calcio nello stesso punto. Sto per farlo con l'altra gamba ma lui afferra la mia facendomi cadere a terra. Sento un senso di vuoto. Giro la testa alle mie spalle. Una rampa di scale di metallo scende sottoterra circondata dal vuoto. Oh merda. Mi allontano in fretta rotolando.
Il ragazzo mi si scaraventa addosso e faccio appena in tempo ad estrarre la daga che mi arriva un pugno sullo zigomo che mi fa vedere le stelle. Letteralmente.
-Ho il compito di portarti dal capo viva. Non illesa.
Mi tira un altro pugno e io inizio con una mano a menare fendenti a destra e a manca mentre con l'altra cerco di proteggermi il volto.
Un tiro va a segno. Lo sento dal risucchio del suo respiro. Aprofitto del momento per menarne un altro. Lui inizia ad accasciarsi a terra e io cerco di levarmelo di dosso. Ad un certo punto sento un forte dolore sul dorso della mano destra. Mi ha morso.
Ora basta.
Poggio la daga a terra e lascio che il dono si liberi in me in tutto il suo fatale splendore. Allungo la mano e il corpo del ragazzo si alza in aria per essere scaraventato contro il muro. Geme di dolore prima di rimanere a terra, immobile.
Mi rialzo in piedi, afferro la daga e ripercorro la strada già fatta. Quando arrivo in fondo al corridoio qualcosa mi si attorciglia alla caviglia facendomi cadere. È un'edera robusta che proviene da... alzo la testa per ritrovarmi un paio di occhi neri come la fuliggine lontani una decina di metri.
-Credevi davvero di mettermi al tappeto con due colpi di spada?-urla tirando indietro la mano stesa.
Quando lo fa, l'edera imita il suo movimento trascinandomi rapidamente.
Non ho niente a cui aggrapparmi.
Arrivo all'inizio della rampa di scale. L'edera mi solleva da terra tanto in fretta che prima di rendermene conto sono a testa in giù, a penzolare nel vuoto.
-Ci sono circa quindici metri da qui al piano di sotto. Se non fai la brava potrei farti arrivare lì prima che tu riesca anche solo a sbattere le palpebre -sorride beffardo scendendo le scale con me appresso, sempre penzolante.
-Non credo che servirei a molto al tuo capo con un trauma cranico, sai?
Lui fa finta di pensarci su, portandosi un dito alla guancia lentigginosa.
-Vedremo.
Sto per ribattere ma lui mi strattona con la sua fottuta edera facendomi trovare a pochi centimetri dal suo viso:
-Chiudi. Il. Becco.
-Altrimenti?
Non dovevo farlo. Non dovevo provocarlo.
Brava, Connor.
Come mi aspettavo, mi sferra un pugno sulla mascella facendomi perdere i sensi.
HENRY
Prendo il coltello e inizio a tagliarmi in vari punti il viso e le braccia. Mi strappo i jeans all'altezza del ginocchio e me li sporco di sangue. Mischio sangue e terra e me lo spalmo sul viso. Penso possa bastare così, devo andarmene in fretta, mi sento osservato. Rimetto il coltello a posto e riprendo a correre.
ERIK
Il calore delle fiamme mi riscalda il viso ma non riesce a sciogliere il ghiaccio che ho dentro. Katie scomparsa, Alan pure, Christine morta...è troppo.
Guardo gli altri miei compagni. Sono tutti in cerchio a fissare il fuoco con sguardo vuoto, perso. Se non fosse stato per me a quest'ora tutti starebbero con le proprie famiglie, Christine sarebbe ancora viva e starebbe a casa a giocare con il suo fratellino che ora invece la aspetta invano.
-Ehi-sussurra Anne poggiandomi la mano sulla spalla. Mi giro a guardarle il viso illuminato di arancione per via del fuoco, i capelli corti e biondi che sembrano circondarle la testa a mo' di aureola.
Aureola che per colpa mia lei non meriterebbe affato dal momento che ha ucciso un dotato per salvarmi la pelle.
-È colpa mia.-mormoro seppellendo la testa in mezzo alle gambe strette al petto.
-No...
-Sì invece! Io vi ho trascinati in questa battaglia, io vi ho costretto a soffrire, a uccidere, a morire. E per colpa mia nessuno di voi può ritornare a casa, perché per colpa mia siete tutti traditori dello Stato. Non ho ammesso l'ovvio: che siamo un gruppo di adolescenti che non può far nulla contro lo Stato. Siamo solo marionette. Lo siamo stati per lo Stato, lo diventeremo per i ribelli. Avevi ragione tu, Carol: io lo stavo facendo solo per Katie. Avevo un solo obbiettivo: salvarla. E ho fallito. HO FALLITO!
Respiro forte cercando di calmarmi, cercando di arrestare il flusso di lacrime che mi riga la faccia, ma non ce la faccio. Bel esempio di capitano che sto dando. Ma ho smesso da un pezzo di esserlo: un leader non trascina il suo gruppo contro una sconfitta certa.
-Erik-mormora Anne di nuovo. -Dimentichi che tutti noi abbiamo avuto la possibilità di scegliere. Non ci hai costretto, ci siamo schierati dalla tua parte liberamente.
-Sapevamo il prezzo da pagare, sai?-fa Kyle, dalla sua posizione leggermente superiore alla nostra.
È un ragazzo più piccolo di me di un paio di mesi, con dread raccolti in una coda alta e un grande tatuaggio sul collo che gli dà un aria da tipo tosto. E lo è. Ha un cervello fuori dal comune e il dono di volare. L'ho sempre ammirato, come persona, come combattente, come amico.
Kyle si solleva un po' più in alto per guardarmi da sopra le fiamme del falò; a chi non è abituato fa un po' impressione a vederlo sospeso nel vuoto a gambe incrociate.
-Sapevamo che potevamo non tornare a casa, che dovevamo combattere sul serio, che potevamo morire. Ma siamo venuti lo stesso.
-E perché sentiamo. - sbuffo tornando a guardare la terra.
-Perché avevi e hai bisogno di noi. Katie ha bisogno di noi. Non solo per essere salvata, ma perché se ha deciso di ribellarsi, sicuramente c'è un motivo più grande o più specifico dietro. Un motivo più importante del "voglio un mondo più giusto".
-Vorrei averla qui con me- confesso ma non credo che qualcuno mi abbia sentito.
Ad un tratto Richard inizia a sbadigliare. Non lo biasimo, è notte inoltrata. Alcuni dei ribelli fanno da guardia al confine tra il bosco e la città, altri stanno nell'accampamento a riposare. Si sono presi cura di noi, così come mi avevano promesso.
Ci hanno dato da mangiare e fornito dei sacchi a pelo in cui riposare. Uno si è addirittura offerto di teletrasportare il corpo di Christine a casa sua anche se abbiamo declinato l'offerta, per il momento. Si sono mostrati comprensivi e l'hanno messa in una stanza sotterranea nel loro accampamento. Nonostante tutto io so che la loro gentilezza non è guidata dalla bontà umana: vogliono in cambio noi. O meglio, i nostri doni.
Un fruscio di foglie rompe il silenzio notturno. I miei compagni si scambiano sguardi sorpresi e confusi. Mi alzo afferrando il neuroproiettile. Gli altri mi imitano, preparandosi.
Il fruscio aumenta. Si sente un respiro affannoso seguito da toffi pesanti. Chiunque sia sta correndo ma sembra ferito.
Emma carica l'arma, si sta avvicinando.
Una sagoma sbuca da dietro il tronco di un albero, accasciandosi contro di esso. Mi avvicino cautamente e lo afferro per la spalla per vedergli il viso. Quando mi guarda butto fuori l'aria trattenuta.
-Alan- dico con un sospiro a metà tra sollievo e preoccupazione. -Che ti è successo, amico?
Ha il viso sporco e coperto di graffi. La giacca marrone è lacerata in più punti come anche i jeans scuri.
Lo aiuto a camminare, sostenendolo fino al falò. Quando gli altri lo riconoscono, accorrono immediatamente abbracciandolo e aiutandolo a sedersi.
-Che ti è successo? Come stai? Grazie al cielo sei vivo, ti davamo per scomparso. Sei stato attaccato? E Katie?
-Uno alla volta.-ricordo loro, vedendo Alan fare una smorfia di disappunto.
-Non sono ferito gravemente -dice infine aprendo gli occhi che fino ad ora teneva serrati.
-Dicci cos'è successo.-lo esorta Richard scuotendolo per la manica.
-Rich,piano.
Alan trae un profondo respiro, ci guarda uno per uno lentamente soffermandosi su vari dettagli. Muoviti, cazzo! ,penso nonostante abbia rimproverato io stesso Richard poco fa.
Alan mi guarda sorridendo con una faccia da "mi-sto-godendo-il-momento-lasciamelo-fare". Sbuffo impaziente.
Alla fine si decide:
-Sono andato a cercare Katie, il suo gruppo era stato attaccato dai ribelli e avevo paura per lei. Quando l'ho trovata stava scagliando contro il muro uno di loro...sì proprio Katie la ribelle. Ma quando mi ha visto non ha esitato un attimo a lasciare gli altri soldati e a seguirmi. Siamo entrati nel bosco, vi cercavamo. Non si vedeva niente, la vegetazione qui è troppo fitta e a quando pare ci siamo inoltrati parecchio nel bosco, troppo lontani dal confine.
Ad un tratto ho sentito i pensieri di tre o quattro persone e ho detto a Katie di fermarci. Lei ha iniziato a protestare attirando l'attenzione. Siamo stati attaccati. Ho cercato di proteggerla ma mi stavano troppo addosso.
Alan smette di parlare, incantato dalle fiamme. Rimane così per due minuti buoni. Alla fine non ce la faccio più:
-Be' ?
Si gira a guardarmi:
-È stata presa, Erik. Li ho seguiti ma non ho potuto farci nulla: l'hanno portata al Centro Armamenti, ho provato ad entrarci ma è circondato da protezioni potentissime. Non c'è nulla da fare, l'hanno presa.
Boccheggio in cerca di aria. Non è vero. No. No.
-Sei. Un. Fottuto. Bugiardo! -urla una voce spuntando da dietro il tronco di un albero.
La figura si dirige veloce verso Alan, lo butta per terra e inizia a prenderlo a pugni.
-Figlio di puttana, ti ammazzo! L'hai buttata lì dentro TU!
Rimango lì a guardare la scena, confuso. Ho il cervello in stand-by.
È Joe che interviene allontanando il ragazzo da Alan, bloccandogli le braccia.
-La-scia-mi! -sbraita questo, agitandosi.
-Ehi!-dico a voce troppo alta per la confusione improvvisa.
Il ragazzo si ferma a guardarmi. Ha gli occhi grigio-ghiaccio, strani e insoliti. I capelli nerissimi sono incollati alle tempie per il sudore. Non c'è bisogno di presentazioni, ho già capito di chi si tratta: Jem, l'umano.
-Calmati, umano. -ordino al ragazzo.
Mi dispiace per lui, ma non mi sta affatto simpatico; e non credo sia perché è umano.
Jem si calma inspirando forte.
-Dì al tuo amichetto di lasciarmi.
Sbuffo sorridendo. Chi si crede di essere? Non sono certo gli umani che comandano qua.
-Portatelo vicino al fuoco. -dico, invece.
Noto lo sguardo di alcune ragazze del gruppo che non si sono neanche preoccupate di alzarsi. Lo guardano come io guarderei il mio pallone da calcio: insomma non è così degno di ammirazione!
Mi siedo accanto ad Alan e di fronte a lui. Abbasso le fiamme del fuoco con un movimento delle dita per poterlo vedere meglio. Lui siede fissando con sguardo omicida Alan che per tutta risposta lo ignora.
-Tu sei...-inizia Alice più rossa dei suoi capelli.
Ma Jem è troppo arrabbiato per rispondere. Non ha occhi che per Alan e io non posso ignorare la cosa.
-Ti ho visto mentre la portavi al Centro Armamenti e la facevi rinchiudere lì, sai? L'ho sentita che ti dava del vigliacco. Come ti senti ora che l'hai tradita? Ora che hai compiuto il tuo dovere, Alan? O dovrei dire... Henry?
Poi accade una cosa che mai mi sarei aspettato.
Alan si alza, salta sopra il fuoco basso e raggiunge Jem mettendogli la mano intorno alla gola. Jem si divincola e tira un pugno sul naso di Alan.
Carol interviene soffiando una ventata di aria che spinge Alan e spegne il fuoco, facendoci rimanere al buio. Grandioso.
-Liz. -chiamo velocemente alzandomi in piedi e cercando di orientarmi.
Non è normale che sia così buio il bosco di notte.
-Subito.-risponde Liz creando una piccola sfera di luce tra le mani che le illumina il volto dai lineamenti asiatici.
Riaccendo il fuoco, guidato dalla luce di Liz. Jem guarda Alan che sta tre metri più lontano da noi.
Blaire, usando la supervelocità, afferra Alan e lo trascina tenendolo fermo.
Cos'è sta cosa che le ragazze difendono Jem e non Alan?
Nella mente mi balena la reazione di Alan quando Jem lo ha accusato. Se non fosse stato vero, Alan lo avrebbe ignorato ma il fatto che sia scattato così mi fa pensare che forse qualcosa di vero c'è.
-Alan? -lo chiamo calmo -Devi dirci qualcosa?
Alan non risponde subito, gli occhi cercano una via di fuga inesistente: è circondato dal Gruppo Formazione che vuole una risposta, e subito.
-L'umano mente. -dice solamente.
Non me la bevo, non dopo la sua reazione.
-Ti chiami davvero Henry?-chiedo agrottando le sopracciglia.
Nel momento in cui pronuncio quel nome, Alan sussulta, come se lo avessi punto con uno spillo.
-Sì o no? -sbotto avvicinandomi a lui, poco consapevole che dalle mie dita stanno uscendo scintille di calore. -Ti chiami Henry?
Lui grida di dolore così, all'improvviso.
-È stato sottoposto al Patto del Dono, ogni volta che il suo vero nome verrà pronunciato da qualcuno diverso da colui con cui l'ha stretto, subirà dolore.-spiega Jem guardandomi attentamente.
Mi mette un po' a disagio con i suoi occhi grigi-strani.
-È vero?-domando ad Alan che nel frattempo è indietreggiato di qualche centimetro.
Annuisce. È vero.
-Con chi hai stretto questo patto?
-Non può dirtelo. -interviene di nuovo Jem. -Il Patto del Dono si fa tra due dotati che hanno superato di 20 anni...
-Ma Alan non ha 20 anni...-inizia Emma anche se si zittisce subito, capendo che anche la sua età non è quella vera, non è quella di Henry.
-Comunque, funziona scambiandosi una piccola parte di dono: l'estrapolazione del potere è estremamente complesso e doloroso, deve esserne proprio valsa la pena se ha deciso di stringerlo lo stesso- continua l'umano indicando Alan con il mento.
-NON HO AVUTO SCELTA! -urla Alan contorcendosi improvvisamente dal dolore.
-ALAN!
È Anne che ha gridato e che lo guarda spaventata. Seguo il suo sguardo e vedo Alan sbiancare, che trema violentemente.
Sarà pure un traditore come dice Jem ma lo conosciamo da anni, non è facile vederlo soffrire. In questo momento farei qualsiasi cosa per tranquillizzarlo e sentirmi dire da lui che quello dell'ultima ora è stato solo un brutto scherzo.
-Amico, respira! -mi inginocchio accanto a lui e gli strappo la giacca di dosso per poi imobilizzargli le braccia.
-Io...non...volev...
-Calmati!-cerco di tenerlo fermo ma si muove troppo.
-Sono stato... ERIK!-mi afferra la maglietta con entrambe le mani guardandomi con le pupille dilatate.
-Non parlare- gli dico, consapevole che è ciò che mi vuole dire a farlo soffrire così.
Lui non mi ascolta, scuotendomi bruscamente:
-Sono stato costretto, lui mi ha obbligato a farlo!
-Lui chi? Jem?- non sto capendo niente.
-No, L... AAAAAAAH!
Gli occhi gli si sono ribaltati, mostrandomi l'iride bianca. Il corpo si affloscia, ma Alan respira ancora. Quando si calma un po' riprende a parlare:
-Mi controlla, Erik. Controlla le mie azioni, i miei pensieri, mi costringe a fare cose che non v-voglio. -Alan si interrompe cercando Jem. Quando lo mette a fuoco riprende a parlare con voce flebile:
-Non volevo rinchiuderla lì, mi dispiace. Non le avrei mai fatto del male.
-La salveremo Alan, insieme.-prometto stringedogli le mani fredde e sudate.
Alan scuote la testa, una nuova ondata di dolore gli arriva impedendogli di parlare. Quando passa mi sussurra solo:
-Sta arrivando a prendermi. Erik!
-Sono qui, amico, non ti lascio.
-L'IMUT...distruggetelo.
-Come?
-Katie... TDS...
Non fa in tempo a terminare la frase che una luce blu lo ricopre attirandolo verso l'alto, impedendomi di trattenerlo. Alzo la testa e riesco a distinguere una forma grande, enorme sopra gli alberi.
-Kyle-chiamo anche se so che è inutile.
- Le barriere mi impediscono di raggiungerlo, non posso fare niente, Erik.
Rimango a guardare il corpo di Alan che viene inghiottito da quella sagoma informe e oscura, impotente.
KATIE
Un ronzio continuo e fastidioso si insinua nel cervello rendendomi nervosa. Non lo sopporto più, spegnetelo qualsiasi cosa esso sia.
Sono sveglia da un pezzo ma non oso aprire gli occhi. Credo di essere seduta su una sedia di acciaio, dal momento che ho la schiena a pezzi.
-Signorina Connor, guardi che so benissimo che è sveglia. -dice una voce profonda e cordiale.
Mi costringo ad aprire gli occhi, tanto ho già constatato di essere una pessima attrice.
Davanti agli occhi mi si presenta una camera giallo opaco molto illuminata e molto spoglia se non fosse per il tavolo di metallo posto sulla destra con sopra pinze, siringhe, bisturi e anche due, tre buste di sangue.
Mi sta salendo la bile in bocca.
A sinistra ho il responsabile del ronzio, un macchinario dal quale partono elettrodi attaccati al mio corpo come ventose.
Nel mio campo visivo entra proveniendo da dietro un uomo molto elegante. È vestito con un tweed grigio con un fazzoletto nero che gli spunta dal taschino in tinta con le scarpe lucide.
-Ben risvegliata- mi sorride facendo tremare un po' i baffi ben curati.
Sarà sulla cinquantina forse, a giudicare dai capelli brizzolati ma sul viso non ha neanche una ruga. Ha occhi verdi come l'erba appena tagliata, attenti, calcolatori.
-Suppongo che si stia chiedendo chi sono e che razza di posto sia questo.
Apro la bocca ma un dolore acuto alla mascella mi costringe a rinchiuderla subito. Giusto, i pugni.
-Oh, sono spiacente per le ferite che ha apportato, purtroppo Byron non ha il dono della pazienza.
-In ogni caso- aggiunge visto che io non dico niente- mi chiamo Lucifer William Corelight e sono a capo di questa città, Alphagift.
Non. Ci. Posso. Credere! Questo nonnetto elegante è a capo del governo?
-Si trova nel Centro Armamenti Speciali dove vengono prodotte le migliori armi per i migliori soldati dell'Esercito Ufficiale, esercito di cui lei ne fa parte. Preferisce che vada dritto al punto?
Annuisco velocemente.
-L'ho fatta arrivare qui perché ho bisogno del suo aiuto. Come sa, stanotte c'è stato un attacco alla città da parte di un gruppo di ribelli che aveva come scopo quello di distruggere l'IMUT. Lei sa quanto importante sia questo cubo, e quanto la sua distruzione potrebbe essere fatale: sulla barriera, nel corso degli anni, si sono insediati numerosissimi virus. Se tale barriera scomparisse, i virus attacherebbero contemporaneamente tutta Alphagift. Immagino che sappia anche della crepa.
-Crepa che avete considerato troppo poco importante per riferirlo ai cittadini. -mormoro infine ignorando il dolore al viso.
Mi sento strana, come se due forze dentro di combattessero per avere la supremazia. Una di queste, forte, mi induce ad accettare e rispettare quest'uomo, l'altra...
-Credo che lei possa comprendere il motivo: se avessi informato l'intera cittadinanza della crepa sarebbe scoppiato il caos e lo Stato per proteggere la città ha bisogno di tranquillità.
Il caos è scoppiato comunque, informazione o non informazione. Appena cerco di ripetere queste parole ad alta voce, perdo la capacità di parlare. Allarmata, ci riprovo. Le parole mute iniziano a soffocarmi. Alzo le mani, ma queste sono legate ai braccioli della sedia con cinghie di cuoio. Anche i piedi.
Inizio a dimenarmi in preda al panico.
-Signorina Connor, si calmi. La prego, non mi costringa ad iniettarle il tranquillizzante.
Sgrano gli occhi guardando la siringa che è spuntata magicamente tra le sue dita. L'uomo ha ancora un' espressione benevola ma gli occhi sono freddi.
Non mi piace più stare qui. Voglio andarmene. Lucifer si avvicina con la siringa in bella mostra. Il mio battito cardiaco accelera.
ERIK
-Riposatevi ragazzi, è stata una lunga giornata e dovete essere lucidi per domani. -ci dice uno dei ribelli per poi andarsene con il fucile in spalla.
Lunga giornata? Queste sono state le 48 ore più lunghe della mia vita!
Per non parlare delle ultime due in cui sono successe più cose che in un anno di accademia militare.
La ribellione, la lotta, la morte di Christine,
Katie scomparsa, l'alleanza con i ribelli, Alan riapparso, l'arrivo di Jem, Alan che non è Alan ma Henry che ha rinchiuso Katie nel Centro Armamenti e che stava quasi morendo per poi scomparire di nuovo.
È troppo anche per un dotato.
E qualcosa mi dice che questo non è che l'inizio.
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I Doni immortali
AdventureKatie Connor è tutto tranne che una docile marionetta nelle mani dello Stato. E il suo incontro con Jem non è affatto gradito dal governo. I due ragazzi saranno costretti a cavarsela da soli, ad affrontare un "Titano" moderno invincibile, ad assiste...
