Atto quindici.

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Atto quindici – Era riconoscente per il semplice tramonto, o per l'alba. Per le ali di una farfalla, per i petali d'un fiore.


Arrivati alla stazione di benzina più vicina e dopo aver fatto il pieno con quei soldi che ancora mi restavano, ci accorgemmo che s'erano già fatte le tre di pomeriggio. Per arrivare a Londra ci sarebbero volute due ore, su per giù. Harry continuava ad insistere a farmi tornare indietro, verso casa mia, ché ormai i nostri due giorni lontani da lì erano finiti e che lui era felice di averli trascorsi con me in quel modo.

Ma io non volevo tornarci a casa! Stavo così bene con lui, mi sentivo libera di fare mille cose che coi miei intorno mi sarebbero state negate da sguardi di fuoco e tant'altro. Perché tornare a casa? Valeva la pena andare nell'appartamento in città dei miei e starci per un po' – con il loro consenso, ovviamente.

Avevo comunque ventuno anni: che ci stavo a fare coi miei?

Insomma, Harry, per non farmi fare tutta quella strada, insistette fino all'ultimo, ma io ch'ero più cocciuta di lui non avrei mai acconsentito a farlo. Ormai avevo già un piede e mezzo nella fossa, che mi costava fare un altro piccolo passo? Proprio nulla.

"Bo, ascoltami" – mi richiamò, io nel frattempo allacciavo la cintura di sicurezza. "Non c'è bisogno di fare questo per me. Se tu vuoi andare a Londra solo per vederla, va bene! Ma se ci stai andando per dei miei ricordi incerti, mi sentirei in colpa"

Gli sorrisi, accarezzandogli una mano. "Guarda che io ci voglio andare davvero. E non dire ricordi incerti, ché tu te li ricordi e pure bene, solo che adesso te ne esci con questa scusa per mettermi dei dubbi – effettivamente la sua faccia confermava la mia ipotesi – e farmi tornare a casa" – sospirai. "Quando io a casa non ci voglio mettere più piede"

A quel punto non rispose più, girando il capo alla sua destra per avvolgersi la parte anteriore del torace con la cintura di sicurezza, bloccandola. Qualche minuto dopo mi rimisi sulla strada per Londra seguendo tutte le direttive che il navigatore mi dava, senza dare ascolto alla mia testa che m'aveva fatto incappare in un caos senza eguali.

Harry era ancora tanto assonnato, glielo si leggeva in faccia che aveva bisogno di dormire – a quanto pare quella nottata era stata veramente stancante per lui.

"Harry?" – e appoggiai una mano sulla sua, stringendola un po'.

Quando si girò mi sorrise, ricambiando la stretta. "Dimmi"

"Hai dormito poco e niente prima, per colpa mia. Prova a prendere sonno, anche solo per dieci minuti" – lo invitai, ma lui scosse la testa e si aggiustò sul sedile.

"A quanto ho capito dovrai guidare per ancora un po', e non voglio lasciarti sola per il resto del viaggio. Riesco a stare sveglio, non devi preoccuparti"

Ridacchiai. "Vuoi farmi insistere sapendo che la vincerò comunque io o ti metterai a dormire senza fare altre storie?"

"Bo, io-"

"Harry" – e gli lanciai di sfuggita un'occhiata più dura.

A quel punto si appoggiò con la testa piegata sul sedile, continuando a stringermi la mano che ahimè avrei poi spostato per cambiare marcia e altro. La giornata era ancora lunga, il sole era fisso in cielo e speravo di arrivare a Londra prima che il tramonto si facesse vedere. Purtroppo il viaggio non era andato come speravo: speravo di arrivare al mattino e passare tutta la giornata a girovagare per aiutare Harry a ricordare qualcosa di nuovo. Ma erano le quattro e mancava ancora una buona mezz'ora.

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