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«Quella benda?» domanda Jason dando un'occhiata al mio braccio fasciato sotto cui pulsa il tatuaggio bianco, desideroso di riunirsi alla sua controparte lontana.
Alzo le spalle per prendere tempo, conscio che a lui non basterà questo semplice gesto privo di una vera e propria risposta per mollare l'osso. Cavolo, sono davvero intenzionato a ricevere una ramanzina da parte di mio fratello?
Mi lascio andare a uno sbuffo prolungato mentre vedo i suoi occhi incollati nel preciso punto di un secondo prima: ovvero nei miei.
So già che me ne pentirò.

«Io e Amelia ci siamo fatti tatuare un disegno e, prima che tu lo dica, non ho subito troppo stress ed è stata una cosa da poco per la mia malattia» dico, scoccandogli un'occhiata storta.
Sempre meglio alzare le mani e mettere le cose in chiaro, perché quando si tratta di mio fratello può accadere qualunque cosa, e sarebbe capace di attaccarsi a un singolo dettaglio fuori posto pur di assillarmi.
Lo osservo socchiudere le palpebre, una smorfia impercettibile sulle labbra.
La posa da battaglia.

«Questo lo dici tu. Lo sai che l'inchiostro può alterare la risposta infiammatoria della pelle e riattivare la malattia. Prima cosa: non ne hai parlato con il neurologo. Seconda cosa: sai se il tatuatore ha usato inchiostri privi di metalli così da evitare ustioni durante la risonanza magnetica? E, a proposito di questo ultimo punto, quando andrai alla prossima risonanza dovrai parlarne con i ragazzi del centro» si raccomanda seguendo il discorso dito per dito.

«Dai, è un uccello minuscolo, cosa vuoi che possa fare? Sentivo il bisogno di farlo, ed è stato un gesto istintivo per dare un calcio in culo alla mia malattia. Comanda sempre lei; per una volta volevo essere io il padrone» ribatto roteando gli occhi di fronte alla sua palese disapprovazione. «Poi ne parlerò con il neurologo, anche se ormai la frittata è già fatta. Prima di fare la risonanza mi fanno sempre compilare un modulo, e stavolta segnerò positiva la casella relativa ai tatuaggi. O magari vorrai farlo tu personalmente, se non ti fidi di me?» concludo con una domanda e un sorriso ironico.
Jason sembra demordere in fretta e risponde con un semplice versaccio, poi si volta e versa il caffè nella sua tazza di ceramica, chiuso in un religioso silenzio.
Va bene, magari è proccupato per me riguardo a questa situazione, e magari sono paranoico io e ingigantisco sempre le cose, ma lo vedo distratto e non è da lui lasciare le briglie con tanta facilità.

«Jas, tutto bene?» mi informo nel trafficare con la mia borsa per estrarre le cartacce inutili che tendo ad accumulare nel tempo, come scontrini, volantini, o buoni sconto ormai scaduti.
Annuisce e non mi guarda, continua a far volteggiare il liquido nella tazza in un moto ipnotico.
Stringo le labbra poco convinto. Mio fratello, proprio come me, è un libro chiuso, e soltanto quando lui stesso crea un muro per tenermi dall'altro lato capisco quanto dev'essere stato complesso sbattere contro quelli messi da me continuamente.
Siamo difficili da comprendere: teniamo tutto dentro e non lo lasciamo uscire anche a costo di sopportare un pesante fardello.
Mio fratello, poi, ha dovuto affrontare ogni problema da solo; è normale che non voglia rendermi partecipe.

«Vuoi proprio che mi metta nei tuoi panni e decida di infondermi della tua essenza? Va bene, ti accontento» dico, abbandono la presa sulla borsa e mi avvicino a lui. «Cosa succede, Jason?», domando e lo costringo persino a voltarsi nella mia direzione con una gentile pressione delle dita sulle spalle, «e, se rispondi negativamente, giuro che non vado a scuola per tormentarti» lo minaccio.
La mia reazione lo porta a sorridere genuino, sebbene mantenga ancora la fronte corrucciata. Fa strano avere un rapporto del genere con lui. Siamo passati da essere quasi estranei a intavolare discorsi delicati come questo, o almeno credo lo sarà.

Dopo qualche minuto di lotta dentro la sua mente ingarbugliata, annuisce piano. «Ti sembrerà una cavolata, ma...» si morde un lato del labbro inferiore e ticchetta la punta di due dita sulla ceramica della tazza. «... Secondo te, a che età ci si sposa?» domanda e punta il suo sguardo nel mio.

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