Capitolo Venticinque

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«Io la uccido. Se non la uccidano loro, la uccido io. Chiaro! La uccido. Ho altra scelta? No, appunto. La uccido.» Vaneggiò la cubana, mentre guidava spericolata attraverso il fitto traffico di New York, suonando sporadicamente agli autisti intollerabilmente lenti.

«Non può essere così stupida, imbecille, cretina... Idiota! E, e... e cretina! La uccido.» Blaterò alterata, ma soprattutto preoccupata.

La sua ingiuriosa rabbia era suscitata dall'apprensione, non solo di un possibile ritardo che avrebbe impedito la sua presenza durante l'incontro di Lauren, ma anche dalla componente negativa che premeditava un fallimento assicurato.

Camila aveva visto Lauren combattere ed era certa delle sue proverbiali abilità, ma aveva avuto modo di osservare anche i pugili nell'arena e sapeva anche quanto loro fossero capaci. In più, malgrado l'agilità insita della cubana, quei colossi vantavano un fisico prestante da non sottovalutare.
Lauren sapeva malmenare come pochi, ma, a parte rari casi in cui aveva sorpreso l'avversario con un gancio destro infallibile, si era sempre confrontata con antagoniste donne. Nella gabbia non esistevano disparità: entri, combatti. Fine. Nessuna norma, nessun valore. Lucro era l'unica lingua che parlavano.

«E tu muoviti, faccia di cazzo!» Assediò l'automobilista davanti a lei con una scampanellata di clacson e una polifonia d'invettive.

Il suo campionario di insulti si imbolsiva a dismisura quando era sotto pressione.

La vettura scartò verso la corsia destra; a quel punto Camila fu libera di dare gas e ingranare la quinta. Ormai non mancava molto, ma la chiamata di Lauren risaliva a minimo dieci minuti addietro, e Camila poteva prefigurarsi solo scenari catastrofici avvenuti nel giro di quella manciata di tempo.

«Se non mi viene una gastrite oggi, non credo che mi verrà mai più.» Sospirò angosciata la cubana, sterzando un'ultima miracolosa volta nel viale che conduceva al casinò.

Posteggiò l'auto il più vicino possibile, poi si precipitò a rotta di collo verso l'ingresso. La sala era gremita di giocatori, ma la maggioranza erano spettatori che attendevano pazientemente il loro turno giocando qualche "spicciolo" a poker. Camila vagliò scrupolosamente l'androne, tentando di scorgere la chioma corvina fra calvizie incipienti, canuti precoci e agguerriti manager che si ostinavano a rinsavire la capigliatura con tinture scadenti.

Non riuscì a individuare Lauren, così si addentrò guardinga all'interno della sala. Identificò Albert seduto al bar, già ebbro ma non di alcol. Le donne attorno a lui proliferano rigogliose, ed erano tutte bellezze affascinanti che potevano provocare un capogiro ad un uomo. Lui le lanciò un'occhiata da lontano, incuriosito dalle forme prosperose della donna, ma quando la distinse ebbe un moto di cordialità e passeggiò fiero verso di lei.

«Ma che bello rivederti.» Sorrise marpione, afferrando le mani di Camila nelle sue «Posso offrirti qualcosa?» Domandò gentilmente, offrendo uno scorcio sul sorriso smagliante.

«No, cioè... Magari dopo, volentieri. A dire il vero stavo cercando Lauren.» Confessò schiettamente, senza tanti giri di parole.

L'ansia non era un'inquilina gradita e non vedeva l'ora di sbatterla fuori a calci nel sedere. E solo dopo aver incontrato Lauren avrebbe ottenuto lo sfratto per l'abusiva.

«Ma certo! Vieni, ti accompagno.» Albert le porse il braccio come un vero gentleman, poi la scortò verso la porta che avevano varcato lei e la corvina qualche settimana addietro.

Ovviamente a lui non serviva alcun permesso o "carta fedeltà", quindi venne fatto accomodare senza alcuna lamentala. L'ascensore zoppicò tale e quale all'ultima volta, arrancò per spalancare le porte e infine, una volta accolti gli ospiti, si richiuse.

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