4. They Know Everything

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Greektown Casino, 2 Aprile
Ore 16.31

Il brutto tempo minacciava di tornare sopra il cielo di Detroit, le nuvole di un grigio intenso erano lì in agguato, pronte a piovere da un momento all'altro.

Connor e Mya avevano preso la macchina di lui per dirigersi al Greektown Casino, una delle tante scritte erano lì, a imbrattare la facciata dell'edificio.

Per tutto il viaggio in macchina, aveva dominato un silenzio tombale, era stato imbarazzante, Mya si era sentita anche a disagio.
Cosa le toccava fare, per farsi valere in quella città? Lavorare con un pazzo ubriaco in depressione era la risposta.

Connor parcheggiò la macchina accanto al marciapiede del casinò e scese velocemente, sbattendo la portiera.
Mya lo seguì a passetti veloci quando attraversò la strada non prestando minimamente attenzione alla macchina che lo stava per investire.

«Hei, guarda prima di attraversare!» urlò il guidatore di quella Jeep.

Mya fece segno di scusarlo, prima di allungare il passo per mettersi al fianco di Connor.

Sarebbe stata dura quella collaborazione.

Davanti a loro, finalmente troneggiò quell'inquietante messaggio di aiuto.
HELP!
Lo spray nero era stato passato più volte su ogni riga di ogni parola, come per voler sottolineare il tutto, come per dar voce a quella parola.

Connor mise le mani sui fianchi, guardando attentamente la scritta.
Mya si prese un attimo per osservarlo.
Era davvero concentrato sul suo lavoro in quel momento, non sembrava più l'uomo che aveva visto al bar, o quello che qualche ore prima aveva ribaltato mezzo ufficio.

Era un onore per lei vedere all'opera uno dei più grandi agenti di Detroit.

Chissà cosa gli aveva detto Peterson...

«Devi analizzare la scritta, non me, Price.» disse lui, lasciando Mya di stucco.

Si risvegliò da quello stato di trance.
«Sono solo sorpresa di vederla all'opera, non ci speravo, sa?»

Lui la guardò alzando un sopracciglio.
«Mi chiamano imprevedibile
Io la chiamerò causa persa.
«Comunque, Price, mi elenchi velocemente tutte le informazioni che può intravedere da questa scritta.»

«Così, su due piedi, potrei dire che è impossibile che una sola persona abbia imbrattato i muri di Detroit in così poco tempo, deduco che siano più individui.
I soggetti probabilmente fanno parte di qualche gang, è diffusa l'usanza di lasciare un logo del gruppo su qualsiasi superficie imbrattabile.»

«Parliamo di persone in pericolo, non di una gang.»

«È lo stesso ragionamento.» si girò completamente verso Connor, incrociando le braccia.

Lui la guardò, incuriosito. «Ti ascolto.»

«Ovviamente, scrivendo ovunque una parola è più probabile che qualcuno la legga e che ti prenda sul serio: se lo avessero scritto su un solo muro, tutti avrebbero pensato che si trattasse solo di qualche soggetto intento a esercitarsi con i graffiti scrivendo una parola a caso, o comunque non lo avrebbero preso sul serio. Così lo hanno manifestato ovunque: come le pubblicità.»

Inaspettatamente, sul viso di Connor comparse un piccolo sorriso compiaciuto.
«Esattamente, Price. Cerchiamo qualcuno che si vuole far trovare, ma risultando in incognito agli occhi di altri individui.»

«Qualcuno che magari li tiene come ostaggi, o minaccia.»

L'uomo posò un dito sotto agli mento, riflettendo. «È pieno di gente losca qui a Detroit, non sarà facile beccare subito questi rapinatori, o ricattatori.»

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