Capitolo 13

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REVISIONATO
Jane's  POV

Credevo che lasciare "casa mia", sarebbe stato un ulteriore trauma per me. Mi sono sbagliata di grosso. Ho messo piede a Tokyo tre giorni fa e fin da subito mi sono attivata nelle ricerche per trovare la signora Moore: è stato abbastanza semplice grazie alle informazioni del bastardo defunto, ho dovuto solo ottimizzare il piano per poter entrare nella struttura ospedaliera senza allarmare nessuno. Ho impiegato due giorni per creare il piano perfetto e oggi, alla nascita del quarto giorno del mio viaggio, sono proprio dinanzi all'edificio che si occupa principalmente di cure sperimentali.
A quanto pare Alexander Moore non è stato così sprovveduto e ha ben pensato di ricoverare la moglie per mantenerla al sicuro, portandola dentro questa struttura molto simile ad un manicomio dove l'accesso è indirizzato solo a pochissime persone registrate sul database. E sicuramente il loro sistema sarà super blindato ma io tengo nella mia cerchia di amici il miglior hacker che potessi mai desiderare: mi è bastato una semplice chiamata e nel giro di tre ore abbiamo scoperto il mondo sulla signora Moore. Per cominciare, il bastardo per non destare sospetto ha inserito nella lista dei visitatori anche i nomi dei figli e dei parenti stretti; secondariamente, nel registro delle visite, sono registrate solo le visite del marito, nessun altro è mai andato a trovare la signora e sembra che i medici abbiano segnato tutto per il timore che la donna potesse subire crolli emotivi molto pesanti a causa della lontananza coi figli.
Ed ecco che qui entro in gioco io: nessuno ha mai visto la figlia in faccia e so per certo che non vi è nessuna sua foto nel database, mi hanno letteralmente servito sul piatto d'argento la possibilità di rubare l'identità di qualcuno per scopi superiori.

Ecco perché ora, con una disinvoltura che mi appartiene poco e niente, una finta faccia distrutta stampata sul volto e occhiali da sole messi per coprire finte borse immaginarie, entro dentro questa possente struttura realizzata interamente con dei vetri a specchio e mi dirigo alla reception dove ad accogliermi è una donna minutina, con gli occhi a mandorla chiusi a mezzaluna a causa di un sorriso mozzafiato reso più appariscente dal camice bianco e una finta dolcezza stampata in volto: credo proprio che odino le visite dei parenti, forse hanno paura che i loro loschi affari vengano scoperti.

«Salve, come posso esserle d'aiuto signorina?» il suo inglese è molto influenzato dal suo giapponese ma è ben capibile, ho apprezzato che abbia capito subito la mia nazionalità e la osservo come, di tanto in tanto, osservi il pc. Signori, alziamo il sipario perché è giunto il momento di entrare in scena.
Metto su il sorriso più forzato di tutti, tiro su col naso e faccio finta di asciugarmi una lacrima.

«Buongiorno. Sono qui per mia madre, la signora Moore. So che non è orario di visite, ma porto brutte notizie su mio padre e vorrei che lei le venisse a sapere da un familiare vicino e non dai giornali» utilizzo il miglior giapponese che conosco ma faccio sembrare la mia voce molto tremante.
La donna sembra aver capito il discorso, con dispiacere nella voce mi chiede i documenti di riconoscimento che le do subito, ovviamente sono falsi ma alla signora non serve saperlo. Li controlla con minuziosità e, non vedendo nessun segno di plagio, me li riconsegna e, con uno sguardo dispiaciuto, si offre di farmi strada per andare da "mia madre".
Potrei avere una carriera d'attrice oltre alla semplice nomina di figlia di un importante imprenditore della moda e boss mafioso.
Vengo portata al ventunesimo piano, stanza 207. Tutto è molto bianco nei dintorni, ogni porta e ogni muro è così neutro che potrei uscire fuori di testa, anche quando la signora al mio fianco spalanca la porta della camera della signora Moore vedo troppo bianco, ma questa volta la figura di una donna dalla carnagione ambrata e lunghi capelli castano dorati rompe quel loop di colore senza fine. Beh, non so cosa ci trovasse Moore Senior in mia madre, ma sua moglie sembra quasi una modella venticinquenne.

«Signora Moore, sua figlia è venuta finalmente a farle visita» la donna che mi ha accompagnato richiama l'attenzione della mia finta madre e subito un paio di occhi nocciola abbastanza guardinghi si posano sulla mia figura. Quando la signorina della reception ci lascia, vedo la donna dinanzi fissarmi per un po' e alla fine rilasciare un sospiro sconsolato: dai suoi occhi riesco a vedere il velo di stanchezza di chi nella sua vita ha lottato tanto e non ha ottenuto niente. Mi fa quasi pena.

.B.A.D.Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora