Harry's pov
Louis non era a casa, bensì in clinica a conservare alcune cose ed essere pronto per poter tornare in Italia.
La sera precedente, come ormai accadeva spesso, avevamo litigato.
Neanche quando la voce mi tormentava - o per meglio dire, neanche quando tormentavo me stesso - mi ero sentito così diviso in due parti che continuavano a fare a pugni senza sosta.
Forse perché ora ero maggiormente consapevole delle conseguenze. Partire significava liberarsi di un peso ma acquisirne uno peggiore.
Restare significava liberarci di Steve ma lasciare che la mia famiglia si sbriciolasse in tanti pezzettini.
Angel cosa avrebbe fatto? E perché continuavo a chiedermelo se sapevo benissimo cosa avrebbe risposto?
Non era possibile che la mia vita dovesse essere terribile per forza. Preso dalla rabbia, scaraventai un vaso per terra, un altro e ancora un altro. Le lacrime mi offuscarono la vista ed ogni cosa che mi trovavo davanti finì per rompersi e disintegrarsi sul pavimento.
Urlai per sfogarmi. E urlai anche il nome di mia sorella. Ero nel pieno di una crisi incontrollabile.
Ed ero sempre più incazzato; il povero illuso si era convinto di essere guarito. Un altro portafoto volò dall'altra parte della stanza.
«Perchè?» urlavo come un... come un pazzo.
Afferrai un pezzo di vetro dal pavimento. L'osservai e me lo rigirai tra le dita. Poi lo strinsi con tutte le mie forze e gridai. Piccoli rivoli di sangue percorsero la mia mano e alcune goccioline macchiarono i miei vestiti ed il parquet. Anche questo mi ricordò Angel.
E per lo stesso ricordo rigettai quella scheggia sul pavimento. Guardai la mia pelle macchiata da chiazze rosse.
Respirai e ripresi il controllo su di me per poi buttarmi di peso sul pavimento e piangere. Il mio petto era travolto da spasmi e singhiozzi.
Presi il telefono e composi il numero di Calum Hood.
«Pronto?» sentii dall'altro capo del telefono.
«Cal - singhiozzai - a te manca?» non vidi il bisogno di specificare.
«Harry, sto arrivando. Qualunque cosa tu stia facendo, stai fermo e aspetta.»
Attaccò. Non riuscii a smettere di piangere neanche quando arrivò.
«Harry cosa hai combinato?» sussurava scioccato e guardando al casino che avevo creato.
Ancora seduto sul pavimento lo guardai negli occhi dal basso e dissi: «Ti manca? Ti manca guardarla negli occhi? Ti manca stare con lei e... stringerla a te? Ti manca quando-»
«Sempre, - mi aveva raggiunto a terra - sempre, Harry.»
E vidi una piccola lacrima scendere e tracciare il suo viso.
Ormai avevo capito, che non sarei partito. Quella fu la goccia - letteralmente - che fece traboccare il vaso.
Non seppi esattamente quanto tempo passò, tuttavia mi aiutò a sistemare. Io presi i miei calmanti, sigillati nella vetrinetta del bagno.
Alla fine ebbimo l'ultima discussione.
«Grazie» proferii, poggiandogli una mano sulla spalla e curvando le labbra in un accenno di sorriso.
Lui fece un cenno, come per dire che fosse la cosa giusta e, abbassando lo sguardo fece per girare i tacchi e andarsene. Ma io lo fermai parlando ancora.
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Fourteen days
FanfictionQuattordici giorni per guarire. Quattordici giorni per rischiare. Quattordici giorni per provare ad abbracciare un sentimento: l'amore. (CONTIENE SEQUEL)
