Capitolo Nono

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Stop the clock, because I have the feeling that I'm gonna get shot


La stanza che le si presentò era particolare, indubbiamente una delle più grandi escludendo le sale come il refettorio o l'ingresso. Quei suoi ampi spazi tornavano molto utili in quella occasione, sicuramente non l'avevano scelta a caso, ci avevano pensato a dovere, perché con una simile quantità di mobili era difficile garantire anche un ampio spazio libero, eppure ci erano riusciti.

A conti fatti il mobilio non era molto in realtà, il problema era che occupava spazio. Come si entrava si potevano vedere due divani posti, uno di fronte ad un mobiletto sopra il quale c'era una televisione a tubo catodico, e un secondo più piccolo messo di lato. I due divani erano stati posizionati come a formare una "L". Dall'altro lato del tubo catodico, lì dove mancava un divano ad occupare spazio erano posizionate un paio di poltrone, e qualche sedia più comoda era stata trafugata dal suo posto al tavolo.

Più in là nella stanza, che si sviluppava in maniera rettangolare, c'erano tre tavolini singoli rotondi, con due sedie vicine, ma troppo piccoli per ospitare più di una persona. Poi invece lì accanto c'erano due tavoli più grandi rettangolari, ricordavano quelli della mensa, e forse erano anche gli stessi. Questi avevano la capacità di ospitare sei persone, ma sotto di essi mancavano alcune sedie, le stesse posizionate accanto alle poltrone.

Addossato allo stesso muro dove c'era la porta, più in là, vicino all'angolo della stanza, c'era un armadio non troppo grande. Era dotato di due ante, ma queste non gli fornivano un aspetto imponente, infatti risultava piuttosto piccolo. Sulle portelle erano appiccicate alcune foto, di qualche paziente sicuramente. Maryanne non ne era certa, ma poteva scommettere che al suo interno ci fossero oggetti che utilizzavano per realizzare quegli oggetti che Jimmy le aveva detto.

La sala ricreativa risultava un luogo molto luminoso, infatti parte delle pareti erano occupate da ampie finestre per tutto simili a quelle che si trovavano nei corridoi. Escludendo quindi le finestre, i muri riusltavano piuttosto spogli, perché non bastava un orologio a muro posto al mezzo di due finestre e un poster alquanto discutibile con una frase motivazionale e con sotto un micetto ad arredare la stanza. Però c'era da dire che era comunque messa meglio della metà delle camere da letto del tutto spoglie in quel senso.

All'interno della stanza erano presenti un po' di pazienti che condividevano in quel momento un quieto vivere. Gran parte di loro si trovavano di fronte al tubo catodico che trasmetteva un programma del quale Maryanne non era riuscita a cogliere neanche mezza parola, ma aveva come il sospetto che non fosse uno di grande levatura sociale.

Erano ben stretti nei due divani, pur di non sedersi su una sedia o per terra stavano stretti come sardine. Più fortunati erano quelli sulle poltrone che al massimo concedevano a qualcuno di sedersi su di un bracciolo. Avrebbero dovuto comprare più poltrone, o divani più grandi.

Dall'altro lato c'era decisamente meno gente. I tavolini singoli erano tutti occupati, segno che probabilmente lei non era l'unica a non voler condividere il proprio spazio personale con gli altri. Aveva notato un uomo che sicuramente andava per i cinquanta che stava giocando a carte con sé stesso, ma non sembrava giocasse al solitario, ma che stesse portando avanti tutto solo una partita ad un gioco come burraco.

C'era una signora che scribacchiava, o forse disegnava qualcosa su di un blocco di fogli, sembrava molto concentrata, tanto che teneva la lingua fra i denti.

Per ultimo ad occupare i piccoli tavoli rotondi c'era un uomo con i folti ricci e barba che si univano insieme incorniciandogli il volto. Teneva in mano un libro dalla copertina rossa, gli occhiali che piano piano gli cadevano sempre di più sulla punta del naso, teneva le maniche del giachetto in lana azzurro piegate fino al livello del gomito, era completamente preso dalla lettura.

When We Are GoneDove le storie prendono vita. Scoprilo ora