Capitolo Ottavo

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I won't let my insecurities define who I am


Non aveva sempre lavorato lì, e il suo sogno, o più realisticamente il suo obiettivo, non era quello lavore in una clinica psichiatrica, quanto di esercitare da privato. I primi anni, dopo essere uscito dall'università a pieni voti aveva cercato di trovare un posto di lavoro pubblico, così da mettere da parte abbastanza soldi per raggiungere il suo obiettivo.

Aveva trovato un posto come psicologo aziendale, in una impresa abbastanza grande, che gli garantiva un assicurazione sanitaria e la possibilità di poter mettere un gruzzoletto da parte. Per poter avere uno studio da privato ci volevano soldi che non avrebbe mai voluto chiedere in prestito ai suoi genitori, anzi voleva restituire fino all'ultimo centesimo.

I suoi lo avevano sempre supportato, ritenendo ambiziosa e meritevole la sua aspirazione di carriera. Questo aveva destato in suo fratello dell'invidia che difficilmente sarebbe mai morta. I suoi genitori avevano fatto di tutto per aiutare Abel a studiare e diventare qualcuno, però non avevano fatto altrettanto con suo fratello, che aveva ambizioni ben più basse. Lavorare in un azienda anonima, nel suo cubicolo, questo era quello che gli bastava.

La sorte aveva voluto che il suo primo impiego da psicologo fosse capitato nello stesso luogo di lavoro di suo fratello Cain. Stesso fratello con cui non parlava da molto tempo e con il quale, durante tutta la durata dell'impiego, aveva giocato a nascondino per evitarlo. Sapeva che la cosa migliore era seppellire l'ascia di guerra, che in quel caso portava il nome di "il preferito di mamma e papà". Quello andava ben oltre un semplice "loro preferiscono te a me", Abel sapeva che quella dei suoi genitori era un'ingiustizia vera e propria.

Per questo non avrebbe più accettato alcun soldo dai genitori e anzi si sarebbe impegnato a restituire tutto. Pregò di restare il meno possibile in quella azienda e di poter subito voltare pagina. Tutto quello che voleva era non stare così a stretto contatto con Cain così da garantire un ambiente lavorativo per entrambi più confortevole e raggiungere la somma di soldi che gli servivano per andare avanti.

Purtroppo la somma la raggiunse non abbastanza in fretta di quanto desiderava, ma ci riuscì, però ben presto dovette venire a patti con quella che era la realtà. Per quanto da privato si guadagni meglio e si sia più indipendenti, se si lavora in un'azienda si ha la sicurezza di uno stipendio. E questo lo capì appena dopo qualche mese.

I pazienti non erano molto, e da un lato questo l'avrebbe dovuto rincuorare, insomma meno malattie mentali a debilitare la gente, però sapeva che non era proprio così. Sapeva che molti preferivano non andare da un strizzacervelli, proprio perché questo lo avrebbe marchiati come malati, e sapeva che altri semplicemente non se lo potevano permettere.

Provò ad abbassare i prezzi, come convenne con la donna che ormai era diventata sua moglie. Provò a concentrarsi sul lavoro e a non badare al fatto che era proprio questo a dargli tanti pensieri. Provò anche a pubblicizzarlo comprando una sezione sul giornale. Provò tutto quello che gli venne in mente, ma nulla.

Ed una sera, dopo aver letto il giornale, capitò nella sezione degli annunci lavorativi. Non aveva mai pensato di finire a lavorare in una clinica psichiatrica, anche se in realtà non era poi così lontana come idea.

Fu così che si ritrovò dietro quella scrivania a rileggere documenti e fascicoli dei pazienti. Come lavoro non gli dispiaceva, anzi, stava facendo quello che aveva sempre voluto fare, certo in una modalità un po' diversa da quella che aveva immaginato, ma poco contava in quel momento.

Erano anni che si trovava lì, e ormai era una sorta di seconda casa, ne aveva conosciuta di gente, e ne aveva vista guarire e stabilizzarsi altrettanta. Erano davvero pochi i rimpianti che si portava dietro, si potevano contare sulle dita d'una mano, e solo un paio di questi avevano un nome e un volto.

When We Are GoneDove le storie prendono vita. Scoprilo ora